Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha bocciato nuovamente l’Italia, responsabile di ostacolare l’accesso alla giustizia alle donne vittime di violenza. Per questo resterà sotto vigilanza rafforzata e dovrà fornire, entro il 31 marzo del 2021, le informazioni sulle misure adottate per garantire un’adeguata ed efficace valutazione del rischio che corrono le donne che denunciano violenza e dimostrare la concreta applicazione delle leggi. L’Italia è stata anche sollecitata a fare di più per la prevenzione della violenza e per garantire la presenza dei Centri antiviolenza e delle risorse a loro disposizione.

Il Comitato, pur avendo espresso soddisfazione per gli sforzi fatti dall’Italia, sulla legge 69/2019, detta Codice Rosso, che rafforza il quadro giuridico globale, ha valutato negativamente i dati parziali e nello stesso tempo allarmanti sui tempi di risposta dei Tribunali alle denunce, sul numero di procedimenti penali avviati, sulle assoluzioni e sull’eccessivo numero delle archiviazioni.

Sia chiaro una volta per tutte: se c’è un numero elevato di archiviazioni la causa non è da attribuire alla bufala del fenomeno delle “false accuse” ma alle inadempienze e inadeguatezze dei nostri tribunali. Ad essere messa sotto accusa non è solo l’assenza di un sistema integrato di tutela delle donne e del loro diritti, ma anche una società arretrata, attraversata da stereotipi e pregiudizi misogini che evidentemente non lascia immuni nemmeno i tribunali.

Tutto cominciò nel 2017, quando l’Italia venne condannata dalla Corte di Strasburgo per il caso Talpis. L’ avvocata Titti Carrano aveva curato il ricorso perché la mancanza di risposte in seguito ad una denuncia di violenza domestica aveva condotto al tentato femminicidio di Elisaveta Talpis e alla morte di suo figlio, Andrei. La sentenza della Corte di Strasburgo aveva avviato la procedura di esecuzione della condanna che si svolge davanti al Comitato del Consiglio dei Ministri. In quel caso, uno Stato condannato deve provare di aver eliminato le cause che hanno portato alla condanna.

Lo Stato italiano durante il primo esame, nel giugno del 2018, aveva presentato un Piano d’Azione contro la violenza alle donne smentito punto per punto, dalle contro-osservazioni fatte dall’avvocata D.i.Re Titti Carrano. Dal quel momento l’Italia è stata sottoposta ad una procedura rafforzata con la richiesta di fornire dati sui tempi di risposta alle denunce, sul numero delle misure cautelari prese, sul numero dei procedimenti penali, delle condanne e delle assoluzioni per un esame qualitativo sugli interventi.

Tra il 29 settembre e il 1° ottobre l’Italia è tornata davanti al Comitato dei Ministri con un bilancio di azione, mentre le avvocate D.i.Re Titti Carrano ed Elena Biaggioni hanno presentato la memoria, tecnicamente Submission, che ha contribuito alla decisione, ancora sfavorevole all’Italia.”La bocciatura dell’Italia ha confermato quanto denunciamo da anni” ha detto Antonella Veltri, presidente Di.Re Donne in rete, “le autorità italiane continuano a rispondere in maniera inefficace e ritardata alle denunce delle donne a causa della discriminazioni. Le richieste rivolte allo Stato italiano confermano la giustezza delle nostre posizioni.”

Del resto il nostro Paese era uscito con le ossa rotte anche nel rapporto Grevio, l’organismo che monitora la corretta applicazione della Convenzione di Istanbul e che pochi mesi fa aveva confermato la distanza tra la teoria dell’impianto legislativo e la pratica. Una distanza che passa come un tritacarne sulla pelle delle donne e dei bambini vittime di violenza, come rivelano le parole di una donna vittima di violenza, abbandonata dallo Stato italiano. Una tra le tante. Me le ha scritte ieri sera:

Non auguro a nessuno ciò che ho passato. Una persona che esce da situazioni così cerca solo riparo e pace, non può dover gestire da sola un uomo violento. Pensavo che il sistema mi proteggesse. Nessuno mi ha tutelata, nemmeno i carabinieri che quando mi rifugiavo dai miei genitori, mi parlavano di un possibile allontanamento del bambino, di conflitto, quando io volevo solo dormire una notte tranquilla perché mi aveva menata di brutto. Ti parlano di segnalazioni ai Tribunali dei Minori e ti invitano a fare la pace. E tu che fai? Fai la pace, torni a casa e ti metti in pericolo. Quando riesci a separarti allora è un giudice che mette in pericolo te e il bambino, costringendoti a farglielo vedere ogni due giorni. Gliel’ho dovuto consegnare anche quando era fuori di testa e quando veniva a prenderlo, esercitava puro potere, su me e il bambino. Ho vissuto due anni di inferno e ora dopo quasi tre anni dalla denuncia comincerà il processo penale e non so lui che cosa farà.”

Mi chiedo, quando il costante sputtanamento dell’Italia nelle Corti di giustizia europee o le testimonianze drammatiche delle vittime ispireranno politiche efficaci contro la violenza maschile sulle donne?

@nadiesdaa

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