“Romantica Marsiglia” è il romanzo di Claude McKay rimasto inedito per più di 90 anni, ispirato a una storia vera e scritto nel 1945. L’editore di McKay rifiutò di pubblicarlo per i temi trattati (omosessualità, razzismo e disabilità); il romanzo venne poi pubblicato per la prima volta negli Usa a febbraio 2020 dalla Pinguin Random House. Da novembre 2020 è in libreria in Italia per la casa editrice Pessime Idee. La prefazione che, ilfattoquotidiano.it pubblica integralmente, è di Roberto Saviano.

“Il libro che hai tra le mani è stato per novant’anni nascosto. Novant’anni! Il libro che hai tra le mani è una macchina del tempo. È una macchina del tempo perché, nonostante sia stato scritto novant’anni fa, lo apri e ti riconosci. Qui non c’entra lo slancio universale della letteratura che rende sempre contemporanei sentimenti ed emozioni. No. Qui ti riconosci perché, nel libro che hai tra le mani, è descritto esattamente ciò che c’è lì fuori, nel tuo mondo.

Come è possibile? Come ci è riuscito… Semplice: Claude McKay sapeva guardare, come tutti i veri scrittori. Provo a raccontarti una storia. Un giorno Claude McKay viene a sapere di un nigeriano che aveva incrociato già da tempo, Nelson Simeon Dede. Si erano conosciuti tra marinai che si aggiravano vagabondi a Marsiglia. Dede si era imbarcato clandestino su un piroscafo francese della compagnia navale Fabre e voleva arrivare a New York, ma su quei piroscafi c’era molta attenzione perché capitava spesso che si imbarcassero clandestini, e così Dede fu scoperto. Lo sbatterono in una stanza in fondo alla barca, una specie di cella deposito vicino ai motori.

Dede urla, sbraita, dice che c’è acqua, tanta acqua, ancora acqua che sale lungo le caviglie, le ginocchia, che arriva alle cosce. Dede vive così per giorni, al punto che le gambe letteralmente marciscono. L’acqua gelida dell’oceano gliele congela. Arrivati a destinazione, non possono far altro che amputargli le gambe; Dede viene arrestato e rispedito a Marsiglia perché clandestino.

McKay decide che deve difendere Nelson Simeon Dede. E Nelson va difeso perché non si può trattare un essere umano in quel modo. McKay ne aveva già visti troppi di esseri umani trattati così, e ne ha le palle piene. Sfrutta una circostanza che gioca a suo vantaggio: aveva già scritto romanzi per una delle più importanti case editrici di New York, Harper & Brothers, e interviene contro il direttore dei piroscafi Fabre. Vuole che Dede sia rilasciato dalle carceri marsigliesi e che possa tornare a casa sua, in Nigeria.

Ora immagina che questa storia diventi un romanzo… il romanzo che proprio adesso hai tra le mani. La potenza di McKay sta in questo: vuole guardare alla vita completamente, imprudentemente. Lui, giamaicano di nascita, si trova a scrivere nel momento della lotta narrativa per i diritti. McKay è nato nel 1889, morirà poco dopo la Seconda guerra mondiale, nel ’48. Ha ancora nei timpani il racconto dell’America dei neri schiavi e conosce, per averle viste, le piantagioni inferno. In quegli anni l’ossessione di tutti gli intellettuali neri è di raccontare l’umanità nera, umanità intesa proprio in senso letterale, per dimostrare che si tratta di essere umani, uomini e donne di cui si continua a fare strame. L’ossessione di tutti gli intellettuali neri è quella di mappare le ingiustizie, le atrocità. Stenografi del dolore subìto, per provare a realizzare un mondo diverso, un mondo in cui gli afroamericani possano avere diritti, parità.

Questo accadeva quando McKay scriveva i suoi libri, ecco perché W.E.B. Du Bois, l’intellettuale che più di tutti in quegli anni stava catalogando con metodo scientifico le ingiustizie subite dagli afroamericani – Du Bois racconta come la società americana avesse fintamente liberato i suoi schiavi abbandonando le loro vite a una dipendenza perfino peggiore: prima dell’affrancamento dalla schiavitù, infatti, di garanzie, seppur minime, i neri ne avevano; mentre adesso il nero liberato non ha più nulla, nessun diritto sostituiva la schiavitù, solo un destino di abbandono, di crimine e dunque di carcere e disperazione – quando legge “Ritorno ad Harlem”, e in generale i libri di McKay, non riesce ad accettare la realtà descritta in quelle pagine e lo attacca.

McKay, che si era formato sulle parole di Du Bois e che per questo ne resterà ferito, si scontra con un meccanismo tipico in cui si imbattono tutti gli scrittori che decidono di raccontare senza mediazione, senza un orizzonte ideologico, ciò che vedono e vivono. Du Bois sostiene che le opere di McKay, nel racconto della depravazione nera, sono fatte per i bianchi, per i bianchi che vogliono vedere i cazzi enormi dei neri, che vogliono vedere donne nere leccarsi, che vogliono vedere come il nero sia violento e sensuale, romantico ed erotomane.

Il punto è che quando decidi di affrontare la realtà così com’è, e cioè vorticosa e umidiccia, scontenti tutti. Scontenti anche i geni come Du Bois, che si erano schierati con tutta la propria forza per i diritti. E questo accade perché la letteratura non riesce a essere al servizio di niente, neanche del bene, neanche del giusto: la sua vocazione è quella di vivere.

Ma non bisogna pensare che McKay sia uno scrittore di intrattenimento o equidistante, che volesse vendere a tutti e a tutti dare una carezza. Lui, al contrario, prende parte, ma prende parte a suo modo, cioè partecipa della ferita, è dentro. Utilizza e non censura le parole del razzismo, parole come giallo, come negro, e anche qui non possiamo mostrarci superficiali, ma dobbiamo stare attenti a cosa intendiamo per “razzismo”. Dall’ottima nota del traduttore, che ti invito a leggere, si capisce come, ad esempio, la parola “negro” non sia sempre stata percepita come insulto. “Negro”, Martin Luther King lo scriveva con la lettera maiuscola, e indicava una condizione di vita; non era semplicemente una parola dispregiativa, ma uno status che poteva mutare, che doveva mutare dentro, perfino dentro quella parola.

Il fatto che questo romanzo pazzesco, straordinario, per novant’anni non sia stato pubblicato, sembra davvero un capitolo aggiunto a questo libro. E allora godetevela la storia del protagonista, Lafala, un marinaio di origine africana che viene completamente derubato da una puttana e non può far altro che rifugiarsi clandestinamente in una nave, dove verrà scoperto, rinchiuso in una cella gelida e lì, per la durata di tutto il viaggio per New York – proprio come la storia vera che aveva ispirato McKay – perde le gambe. Gliele amputano, ormai congelate e rese marce dall’essere state, per tanti giorni, immerse in acque ghiacciate.

Lafala fa causa alla compagnia di navigazione, prende un indennizzo e torna a Marsiglia, con due gambe in meno ma con tanta ricchezza. Vuole ritrovare la puttana che lo ha rovinato e scende in un abisso che più volte somiglia invece alla libertà vera. McKay è un raccontatore di sessualità libera, e con libera si intende non giudicabile, non redimibile. Una sessualità che ha solo l’imperativo di realizzarsi ed è quindi autentica, autentica proprio perché sozza. Eppure in McKay la sessualità non ha mai un sapore perverso, anche quando evidentemente sta invece raccontando una depravazione.

Nessuno racconta meglio di McKay il difficile e infernale mondo della prostituzione: donne e uomini neri, nei suoi romanzi, non sono mai osservati con pietà, ma solo con una prospettiva che creava, come dice McKay stesso, “una commedia realistica della vita come la vedevo io tra i negri”.

McKay è uno scrittore straordinario. I suoi romanzi sono un profluvio di storie e non c’è tattica, non ci sono personaggi a cui ti devi per forza affezionare. Ci sono personaggi che possono nascere e morire in una pagina e non li dimentichi più, così come c’è il protagonista che ti accompagna per molte pagine eppure ti capita di dimenticarlo, perché lo confondi con la voce narrante.

Insomma, entra in questo libro, preparati alla vita“.

Roberto Saviano

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