Controcultura pedagogica che sfida il senso comune. Uno studio prodotto da un candidato al Phd dell’Università Bicocca analizza il dissacrante blog, ormai “fenomeno” Mammadimerda, e ne studia il potenziale.

Anzi, più che potenziale, la potenza, visto che il gioco di opporsi stoicamente alla morale “montessoriana” per ammettere – e soprattutto condividere – la propria imperfezione è non solo un successo. E’ – anche – il caso del 2020. Anno nel quale alle donne ne sono successe di tutte, e l’esser “pinguina” è diventato il leitmotiv di tante mamme disperate, ironiche o, come le definiscono loro, “inadeguate”.

Cosa vuol dire esser “pinguina”? Il claim introdotto da Francesca Fiore e Sarah Malnerich – oggi il lizza per la medaglia di “torinese” dell’anno – significa comportarsi come le mamme dei pinguini, che una volta partorito “affidano” l’uovo al maschio che coverà, andandosene in giro allegramente per aperitivi.

Lo scrivono e lo ripetono anche nel libro che raccoglie il meglio delle loro produzioni, dal titolo Non sei sola, fenomenologia della Mammadimerda. Impara a goderti la vita, e non soccombere al doverismo a cui ci abitua tutta la letteratura dedicata al femminile. Perché soffrire abbiamo sofferto abbastanza. E lo studio universitario lo spiega bene, cosa significhi questo “sii pinguina” che rischia di diventare la base per una vera e propria teoria pedagogica alternativa.

Da Mammadimerda funziona così: “Una madre scrive alle amministratrici di MdM, che reindirizzano il contenuto del messaggio all’esperta – Selvaggia Camilla Serini – raccontando che il figlio adolescente è andato a vivere con il padre (da cui la madre è divorziata) e che benché tale circostanza da un lato la affranga, dall’altro il potersi godere del tempo per se stessa lontana dalle crisi adolescenziali del ragazzo la fa stare bene”.

La donna, tuttavia, vive il dilemma di sentirsi una “cattiva madre” a causa di questo sentimento ambivalente. È in risposta a tale dilemma che la “psicoteramerda” invita la madre in questione a essere “pinguina”.

Il professore lo spiega bene, questo ribaltamento dello stereotipo che ha attuato Mammadimerda: “L’invito ad essere pinguina non soltanto tradisce i principi dell’intensive parenting normalizzando il bisogno di ‘staccare’ delle madri, ma sancisce anche la distribuzione della responsabilità genitoriale in risposta alla ‘maternità intensiva’” (Hays, 1996).

In pratica, Davide Cino ci sta dicendo che forse (forse) Mammadimerda non è solo un blog e non è solo un esperimento autoriale di grido (argh!) ma è anche un potenziale nuovo “supporto psicanalitico”, rivoluzionario e autoironico specchio della realtà, che assolve tutte noi dalla spossatezza e dalla necessità di “staccare” dalla vita di madre per poter tornare un attimo donne, e che ci ha aiutate più di quando vogliamo ammettere nella sopravvivenza al 2020.

Perché non è stato solo entertainment. E le autrici non sono state “solo” blogger: sono state femministe, amiche, teoriche, pragmatiche quasi psicanaliste e pedagoghe. Oltre aver donato il proprio tempo, hanno regalato qualcosa di più, anche a chi non le segue. Una consapevole leggerezza. Infatti, bisogna votarle come femministe contemporanee. Nel 2020, c’è davvero poco di paragonabile, in termini di ideologia applicata.

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