Anche tra la prima linea c’è chi rischia un po’ di più. E nella schiera dei deboli ci sono i debolissimi. Perciò la sacrosanta corsa al vaccino, la luce che dovrebbe aprirsi dopo questo angosciante buio, si colora di un tasso di egoismo (o di una trascuratezza non so dir meglio), che avremmo potuto evitare. Matteo Villa, attento analista dell’Ispi (L’istituto di politica internazionale) che da mesi studia gli aggregati sociali e sforna statistiche sull’evoluzione del Covid, ci spiega che tra i 643.219 sottoposti alla prima delle due somministrazioni del vaccino, 518.150 sono gli operatori sanitari e socio sanitari, 83.319 il personale non sanitario e solo 41.675 gli ospiti delle Rsa. Villa ci dice che finora uno su tre operatori ha avuto la prima dose, ma solo uno su sette degli ospiti delle Rsa ha goduto di eguale trattamento.

E malgrado questa sperequazione l’analista illustra la proiezione statistica di quel che è stato fatto: già 4000 vite in questo modo sarebbero state salvate. Vite di persone fragilissime, i nostri nonni, ottantenni, novantenni anche centenari ai quali anche la più lieve delle esposizioni al Covid risulta fatale. L’analisi stima che se le operazioni di vaccinazione fossero state prioritariamente rivolte alla fascia debolissima del gruppo sociale più esposto, le vite salvate, immaginando un complessivo di 290mila dosi somministrate, sarebbe salito molto nel loro numero: 14.200. Naturalmente non è in discussione il diritto sacrosanto di medici e infermieri di godere da subito del vaccino. E’ in discussione, e questa discussione si deve fare, la gerarchia da osservare in questi giorni: nell’urgenza chi sono gli urgentissimi. Distinguere i sanitari tra coloro che operano nei reparti Covid e quelli invece destinati alle normali funzioni, mettere in coda (solo di qualche settimana), per esempio, gli operatori non sanitari, agevolerebbe il pronto soccorso dei debolissimi. Tra le regioni solo il Molise, l’Umbria, la Toscana, il Lazio e la provincia autonoma di Trento hanno destinato più del trenta per cento delle dosi agli ospiti delle Rsa.

Altre regioni, più egoiste, li hanno lasciati indietro. Il Piemonte e la Lombardia, che insieme hanno nel proprio territorio il 38% degli ospiti nelle Rsa di tutto il Paese hanno destinato a costoro solo briciole: il Piemonte il 5,2% e la Lombardia il 2,3%. Per non parlare di Calabria e Sardegna che al momento in cui scriviamo hanno deciso di dimenticarli proprio (0%). Ricordiamoci dei numeri. Ripetiamo le stime: 4000 mila le vite già salvate contro le 14.200 che si ritiene si sarebbero potute salvare se immunizzate solo qualche settimana prima.

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