Il giorno dopo la barbara uccisione dell’Ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, del carabiniere 30enne Vittorio Iacovacci e dell’autista del convoglio del World Food Programme nel quale viaggiavano, Mustapha Milambo, nuovi particolari e nuove versioni emergono dalle autorità e dai soggetti coinvolti in quello che, al momento, viene considerato un tentativo di rapimento. Mentre la presidenza congolese ha inviato un emissario in Italia per consegnare una lettera personalmente a Mario Draghi, assicurando il massimo impegno per la ricerca di verità e con una squadra di investigatori già inviata nella città di Goma, quelli che fino ad oggi erano considerati i principali indiziati del triplice assassinio, le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr), negano qualsiasi coinvolgimento chiedendo alle autorità congolesi di far luce sull’accaduto e puntano il dito contro le forze militari del Congo e del Ruanda. Il rientro delle salme, che sono già in viaggio, è previsto per le 23 all’aeroporto di Ciampino, mentre saranno effettuate domani presso l’Istituto di medicina legale del Policlinico Agostino Gemelli le autopsie sui corpi dei due italiani. Mentre si cerca di stabilire se tutti i protocolli di sicurezza siano stati rispettati, un un responsabile umanitario dell’Onu spiega che la strada nella quale è avvenuto l’attacco “è convalidata senza scorta ma con l’obbligo di un convoglio di almeno due auto”.

LE INDAGINI – Secondo gli ultimi aggiornamenti forniti dagli inquirenti della RDC che stanno indagando sul caso, gli aggressori che hanno attaccato alle 10.15 a Kibumba, a pochi chilometri da Goma, il capoluogo del Nord Kivu, “erano sei in possesso di cinque Kalashnikov e di un machete“, si legge in una nota del governatore della provincia del Sud-Kivu citata dal sito Cas-info. “Gli assalitori hanno costretto le persone a bordo a scendere e a seguirli nel Parco dopo aver ucciso uno degli autisti per creare il panico”, aggiungono. Dopodiché, hanno rapito altri tre membri della spedizione.

In un comunicato, la Presidenza congolese conferma che sono stati i rapitori a uccidere l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, sparando loro a bruciapelo, escludendo così l’ipotesi dell’uccisione per mano di forze di sicurezza congolesi durante lo scontro a fuoco con la banda di rapitori. “Allertate, le ecoguardie e le Fardc (le Forze armate congolesi, ndr) si sono messe alle calcagna del nemico. A 500 metri, i rapitori hanno tirato da distanza ravvicinata sulla guardia del corpo, deceduta sul posto, e sull’ambasciatore, ferendolo all’addome”, si legge nel comunicato riportato da Cas-Info. Attanasio non è però morto sul colpo, spiegano: “È morto per le ferite, un’ora più tardi, all’ospedale della Monusco di Goma”.

L’ambasciatore italiano, spiegano, si trovava a Goma già venerdì scorso: “L’ambasciatore è arrivato a Goma venerdì 19 febbraio 2021 alle 10.30 a bordo del jet della Monusco immatricolato 5Y/Sim. Alle 09.27 di lunedì 22 febbraio un convoglio di due veicoli del World Food Programme è partito da Goma alla volta del comune di di Kiwanja, in territorio di Rutshuru”.

Intanto, oltre all’inchiesta della Procura ordinaria, anche quella militare di Roma ha aperto un fascicolo sull’episodio, come conferma il procuratore militare di Roma, Antonio Sabino, che spiega che si tratta di un mero fascicolo conoscitivo, un atto dovuto essendo coinvolto un militare. “Attendiamo di vagliare le prime informative per capire se ci sono aspetti di nostra competenza”, ha detto Sabino aggiungendo tuttavia che “allo stato non sembrano ravvisabili”.

I carabinieri del Ros, giunti in Congo su delega della Procura di Roma, acquisiranno i verbali delle testimonianze raccolte dagli inquirenti locali delle persone presenti sul luogo dell’agguato. Tra questi anche il racconto del funzionario del Wfp, Rocco Leone, l’italiano superstite. Tra l’attività che i carabinieri del Ros svolgeranno in Congo, su delega della Procura di Roma, c’è anche quella relativa alle armi utilizzate dai ranger intervenuti nel luogo dell’agguato, acquisendo anche informazioni sulle armi in dotazione al corpo che si occupa di vigilare il Parco del Virunga. Secondo una ricostruzione, vi sarebbe stato uno scontro a fuoco tra i ranger e i rapitori ed è in questa fase che avrebbero perso la vita i due italiani, anche se oggi la presidenza congolese ha sottolineato che sono stati gli aggressori a sparare a bruciapelo a entrambi.

Dalla Farnesina chiedono “la massima cautela nel dare spazio a ricostruzioni mediatiche che potrebbero rivelarsi approssimative o addirittura fuorvianti. Nelle prossime ore è del resto prevista una informativa del ministro Di Maio in cui verranno fornite al Parlamento tutte le informazioni al momento disponibili”, si legge in una nota.

LA SMENTITA – Le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr), da subito il principale gruppo sospettato di aver sferrato l’agguato al convoglio sul quale viaggiava il diplomatico italiano, hanno diffuso un comunicato nel quale negano ogni responsabilità e chiedono alle autorità congolesi e alla Monusco, la missione Onu nel Paese, “di fare piena luce sulle responsabilità di questo ignobile assassinio invece che ricorrere ad accuse affrettate“. Questo nonostante testimoni citati da fonti locali abbiano dichiarato che gli assalitori parlavano tra loro in kinyarwanda, lingua ruandese parlata dai fuoriusciti hutu, mentre ai prigionieri si rivolgevano in swahili.

Le Fdlr lanciano poi accuse pesanti nei confronti dell’esercito congolese e ruandese, dei quali sono avversari, arrivando a ipotizzare un coinvolgimento dei militari nell’uccisione dei tre: da “fonti concordanti”, affermano, risulta che il convoglio sia stato attaccato in una zona detta delle “tre antenne”, vicino Goma, sulla frontiera con il Ruanda, “non lontano da una postazione delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo (Fardc) e dei militari ruandesi delle Forze di Difesa ruandesi. La responsabilità di questo ignobile assassinio è da ricercare nei ranghi di questi due eserciti e i loro sponsor che hanno stretto un’alleanza contro natura per prolungare all’infinito il saccheggio dell’est della Repubblica Democratica del Congo”.

I PUNTI OSCURI SULLA SICUREZZA – Ci sono ancora però molte altre domande senza risposta e tutte riguardano le scarse precauzioni adottate in materia di sicurezza, in una delle aree più pericolose del Paese, dilaniata dalla guerra e terra di numerosi gruppi paramilitari, bande armate e bracconieri senza scrupoli. Innanzitutto: perché il piccolo gruppo (appena sette persone) stava viaggiando senza scorta, senza giubbotti antiproiettile e senza macchina blindata in un’area dove sono frequenti i rapimenti ai danni di civili e stranieri? Chi ha dato l’autorizzazione a viaggiare senza scorta? Chi ha dichiarato quella strada “sicura”?

Da ieri i vari protagonisti di questa vicenda si stanno rimpallando le responsabilità. Poche ore dopo la notizia dell’uccisione dell’ambasciatore, del carabiniere e del loro autista, il World Food Programme in una nota ha dichiarato che “precedentemente era stato autorizzato il viaggio su quella strada senza una scorta di sicurezza”, specificando che il percorso era già stato pattugliato in precedenza proprio per poter fornire una valutazione del rischio, in un’area molto pericolosa del Paese. Versione confermata anche da fonti d’intelligence che hanno poi specificato che il via libera è arrivato dal governo locale. Ma proprio da Goma arriva la smentita: la polizia congolese, sostengono le forze di sicurezza locali, non era stata informata della visita dell’ambasciatore italiano nella zona del parco nazionale dei Virunga con un convoglio del World Food Programme, ha dichiarato alla Dpa il generale della polizia nazionale Abba Van, dicendosi “sorpreso” del fatto che il diplomatico si fosse recato nella regione senza un convoglio della polizia. Una fonte interna all’Onu ha poi precisato che la strada “è convalidata senza scorta ma con l’obbligo di un convoglio di almeno due auto”. Proprio per fare chiarezza, la Farnesina ha subito chiesto all’Onu un rapporto dettagliato sull’accaduto.

LA LETTERA ALL’ITALIA – In una riunione tenuta da un comitato di crisi presieduto dal Comandante supremo delle forze armate della Repubblica democratica del Congo è stato deciso “l’invio di una squadra della Presidenza a Goma” oggi “per seguire le inchieste in corso e render conto, regolarmente, al capo dello Stato. La Presidenza della Repubblica promette di fare regolarmente il punto sull’evoluzione dell’inchiesta che è appena iniziata su iniziativa del presidente”, si dichiara nel comunicato.

E il capo di Stato, Félix Antoine Tshisekedi, ha deciso di inviare oggi a Roma un “suo emissario per portare una lettera personale al presidente del Consiglio italiano” Mario Draghi, scrive Cas-Info. E oggi si recherà a far visita a Zakia Seddiki, la moglie dell’ambasciatore Attanasio: “Il presidente della Repubblica si recherà nella residenza dell’ambasciatore per incontrare la moglie, come vuole la tradizione africana”, hanno spiegato fonti dell’ambasciata italiana a Kinshasa.

LA FAMIGLIA ATTANASIO – Il padre di Luca Attanasio, Salvatore, ha raccontato all’Ansa che il figlio non era preoccupato ma anzi felice per la missione che doveva compiere: “Ci ha detto quali erano gli obiettivi. È stato sempre una persona rivolta agli altri, ha sempre fatto del bene ed è sempre stato proiettato verso alti ideali, capace di coinvolgere chiunque nei suoi progetti. Una cosa che a me poteva sembrare poco chiara, lui me la rendeva positiva. Era onesto, corretto, mai uno screzio”.

Salvatore Attanasio descrive poi gli attimi terribili dopo aver appreso la notizia della morte del proprio figlio: “In trenta secondi sono passati i ricordi di una vita, ci è crollato il mondo addosso – ha continuato – Sono cose ingiuste, che non devono accadere. Per noi la vita è finita. Ma adesso bisogna pensare alle nipoti, queste tre creature avevano praterie davanti con un padre così. Non sanno ancora cosa è accaduto. Anche la loro mamma, la moglie di Luca, è distrutta dal dolore”.

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