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Covid, aumentano i disturbi alimentari e i ricoveri per i minori di 14 anni: “Un trauma per loro trovarsi soli, in situazioni di angoscia”

Cresce il numero di anoressici. Ma anche bulimici, ortoressici, affetti da binge eating… Tutti disturbi alimentari, sempre più presenti negli adolescenti. E molte volte trascurati. L’importanza di scoprine i segnali e intervenire tempestivamente

di Vita&Salute per il Fatto

Il tema dei disturbi del comportamento alimentare (Dca) non è di per sé un’assoluta novità. Se ne parlava già negli anni ‘70, quando ne soffrivano soprattutto le giovani classi agiate. Negli ultimi anni la problematica è sempre più trasversale e non si limita alla fascia di età a rischio (15-25 anni) e al sesso femminile: colpisce sempre più i maschi e individui dai 40 ai 50 anni. E a mostrare segni di disagio alimentare sono pure i bambini di 8-11 anni, un fenomeno tristemente battezzato “baby anoressia”. La dottoressa Deborah Colson, psicologa e psicoterapeuta dell’associazione no profit Arp (promotrice del progetto FoodNet), parla di una vera e propria epidemia. “Secondo i dati 2018 del Ministero della salute, in Italia soffrono di disturbi alimentari 3 milioni di persone, di cui oltre la metà minori, per l’85% ragazzine. L’età di esordio è scesa dalle scuole superiori alla fine delle medie”.

Una parte di responsabilità ce l’ha anche la pandemia, aggiuntasi a una situazione già difficile, aggravando i casi preesistenti e aumentando le nuove diagnosi (+30%), anche fra i giovanissimi. “I Dca hanno origini traumatiche, e la situazione legata alla pandemia è certamente un trauma per questi ragazzini, che si sono trovati soli e senza amici in una situazione di angoscia e magari di tensioni familiari dovute al lockdown. Sono quindi aumentate le richieste di ricoveri di minori di 14 anni”, spiega Laura Dalla Ragione, direttrice del Centro disturbi del comportamento alimentare di Todi. Ma cosa sono questi temibili disturbi alimentari?

Cibo come nemico – “Quelli del comportamento alimentare sono disturbi psichici che si manifestano nel rapporto con il cibo, sono l’espressione di un disagio interiore in cui la persona non risponde più in modo naturale agli stimoli di fame e sazietà, non segue più i segnali del proprio corpo ma diviene ‘prigioniera’ della propria mente nel rapportarsi all’alimentazione. Il mangiare o il privarsene assumono un significato diverso da quello del semplice nutrimento, e diventano un modo per esprimere un sentire e una sofferenza interiore”, scrivono Elisa Cardinali e Micaela Fusi in Cibo ed emozioni (Terra Nuova, 2021). Il cibo dunque come denominatore comune dei disturbi alimentari in tutte le loro declinazioni, inserito in un rapporto distorto che causa un’alterazione delle abitudini alimentari e una preoccupazione esagerata per il peso e le forme corporee. La propria immagine fisica è percepita in modo falsato, per cui la persona si vede molto più grassa di quello che è; oppure in forma fisica scadente (come mostrano i maschi affetti da vigoressia), comunque non in linea con quelli considerati i canoni sociali. Non è un caso che i Dca si presentino soprattutto nell’adolescenza, quando i mutamenti psicofisici suscitano ansia, si teme che il proprio aspetto fisico non soddisfi i parametri del proprio ambiente e dei social, l’autostima crolla. Ed ecco subentrare il cibo con tutta la sua carica emozionale.

Il legame con le emozioni – Tra cibo ed emozioni esiste un chiaro nesso che non sempre cogliamo, ma che ora viene insegnato anche nelle classi quarte e quinte delle scuole elementari grazie al Progetto FoodNet, il primo in Italia a occuparsi di prevenzione dei Dca allo scopo di sensibilizzare gli alunni, gli insegnanti e i genitori sulla problematica. “Ormai da qualche anno l’associazione Arp propone corsi nelle scuole primarie”, spiega Colson, responsabile del progetto. La scorsa primavera è toccato alla Liguria, a novembre a due scuole piacentine, a gennaio a Verona. “Si tratta di iniziative gestite dai professionisti dell’associazione (psicologi specializzati in Dca) senza alcuna spesa per le scuole, grazie alla sponsorizzazione di vari enti, come la Fondazione Cattolica Assicurazioni di Verona”, precisa.

Gli interventi FoodNet coinvolgono tutta la classe con giochi piacevoli e divertenti che aiutano i piccoli a riflettere sul fenomeno. “Spesso si interviene quando ormai la problematica è conclamata e più difficile da eradicare. Noi cerchiamo invece di intervenire prima che inizino i disturbi, per fornire informazioni e strumenti che creino una sorta di scudo nel momento in cui subentra la crisi. Al termine degli interventi facciamo compilare questionari di valutazione del percorso alle maestre, ai genitori che vedono i propri figli cambiare, ai bambini stessi, e i risultati sono davvero buoni”. La prova si ha facilmente leggendo nei questionari i commenti degli alunni. Per dirla con le semplici, ma significative parole di uno di loro: “Mi ha sorpreso che le emozioni vogliono mangiare cibi diversi”. Questa accresciuta consapevolezza aiuta anche genitori e insegnanti a cogliere i segnali pericolosi nei bambini. Perché di disturbi alimentari non si muore, ma solo se vengono curati. Quando si accorgono che qualcosa non va, i familiari non devono pensare “Passerà”, ma cercare un supporto psicologico. E non devono neanche pensare che sia tutta colpa loro: l’origine del problema è multifattoriale. “I disturbi del comportamento alimentare sono fenomeni complessi, difficili da interpretare e da trattare. Richiedono un’attenzione multidisciplinare e competenze professionali specifiche, e più di altri risentono dell’interazione della componente culturale, sociale, familiare con la dimensione individuale”, sottolineano le dottoresse Cardinali e Fusi.

Internet sotto accusa – “Si tratta di problematiche sempre più legate al peso dei social, veri e propri diktat sulla giusta immagine. Il punto di riferimento non è più la famiglia, la scuola e gli amici, ma Internet, un mondo fatto tutto di immagini”, spiega Colson. I preferiti dai giovani sono infatti Tik Tok e Instagram, dominati da immagini che evidenziano determinati canoni fisici cui certi giovani ritengono indispensabile attenersi. La non conformità con tali dettami suscita un senso di colpa e il bisogno di “espiare” mangiando meno, digiunando o vomitando, sottoponendosi a un’attività fisica smodata.

Comprendere il ruolo del cibo – “Il cibo non è solo la risposta a fame o necessità di sostentamento, è un regolatore delle emozioni”, continua Colson. “Afferrare questo nesso è il primo passo verso una maggiore consapevolezza che il cibo è un modo per rispondere alle nostre emozioni”. Ognuno ha un rapporto personale con l’atto di alimentarsi. Nei momenti di stress c’è chi si getta sul cosiddetto comfort food (cioccolato in primis) e chi si sente lo stomaco chiuso e non riesce a inghiottire nulla. Sono atteggiamenti che inducono a riflettere, anche se non portano necessariamente alla malattia. “Non tutte le persone che hanno un difficile rapporto con il cibo hanno o svilupperanno una vera e propria patologia a esso connessa. Nella maggior parte dei casi si tratta infatti di errate abitudini alimentari che si sono trascinate nel tempo, di poca consapevolezza del nostro stile e comportamento legati al mangiare e, non meno importante, di emozioni non gestite adeguatamente e che riversiamo nel cibo”, dichiarano Fusi e Cardinali.

Un’educazione alimentare a tutto tondo – Da qui emerge il ruolo chiave dell’educazione alimentare intesa in senso più ampio, non limitata a piramide alimentare e calcolo delle calorie. “È riduttivo parlare di sana alimentazione, dieta, benessere se non si considera la persona all’interno di una prospettiva più ampia, secondo cui il tema di uno ‘stile alimentare’ ha a che fare con un modello esistenziale in cui la consapevolezza è un obiettivo primario”, si legge ancora nel libro. Acquisire la coscienza dei motivi per cui si preferisce un certo alimento equivale a rendersi protagonisti del proprio modo di mangiare e cercare di evitare la trappola di dinamiche che coinvolgono il rapporto personale con il cibo ma anche le relazioni interpersonali. Un’educazione alimentare in senso olistico, quindi, sempre ritagliata su misura per ogni individuo e dotata di risvolti psicologici, filosofici e umani; capace anche di insegnarci che il cibo indubbiamente conta ma non è tutto, e che la nostra immagine è bella nel momento in cui impariamo ad accettarci per quello che siamo.

Quali sono i Dca – Ecco infine, in sintesi, la descrizione dei principali disturbi alimentari, con la premessa che la diagnosi esatta la può fare solo lo specialista ricorrendo al Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5).

Anoressia. Il timore di ingrassare porta a una progressiva riduzione calorica associata a un’attività fisica eccessiva.

Bulimia. Le abbuffate incontrollate, seguite da metodi drastici per il controllo del peso: vomito indotto, assunzione di lassativi o diuretici, esercizio fisico estenuante.

Binge Eating Disorder (Bed) o sindrome da alimentazione incontrollata. È un disturbo abbastanza recente, che porta all’abbuffata però non seguita dalla tipica eliminazione della bulimia. Ne può derivare la cosiddetta obesità da Bed, che interessa individui di 35-50 anni, per lo più maschi.

Ortoressia. Chi ne soffre segue una dieta rigorosamente “sana”, scegliendo solo cibi ritenuti tali e non concedendosi mai alcuno sgarro.

Vigoressia o bigoressia. Questo problema riguarda soprattutto soggetti maschi per i quali il proprio tono muscolare costituisce una vera e propria ossessione. In nome della forma fisica, si da ampio spazio a integratori e anabolizzanti.

Articolo di Giuliana Lomazzi

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