Ci sono persone che muoiono per le quali si poteva fare di più. Molto di più. Non per tenerle in vita più a lungo. Ma per farle vivere meglio. Non perché si poteva guarirle dalle loro malattie incurabili. Ma perché si poteva dar loro dignità fino alle fine. È questo l’obiettivo delle cosiddette cure palliative e della terapia del dolore. È questo il traguardo di civiltà che abbiamo conquistato con la legge 38 del 15 marzo 2010. Undici anni dopo, però, la consapevolezza sulla prevenzione e il sollievo della sofferenza, fisica e psicologia, è ancora scarsa. Da parte di tutti. Pazienti, familiari, medici di base, ospedali, istituzioni. E l’accesso a questo prezioso servizio è a tutt’oggi fortemente iniquo. Non solo a livello nazionale, con il Nord che la fa da padrone. Ma anche all’interno di una stessa regione. “Ci sono disomogeneità imbarazzanti. È inaccettabile che il diritto a ricevere il trattamento del dolore dipenda dalla Asl di appartenenza. Purtroppo, fatta la legge non significa che il diritto sia riconosciuto per tutti”. A tirare le somme è Gino Gobber, direttore dell’unità operativa di Cure palliative dell’Azienda sanitaria trentina e presidente della Società italiana di cure palliative (Sicp). “In certi casi si tratta di inadempienza vera e propria, in altri di difficoltà oggettive nell’articolare l’offerta in territori montuosi e spopolati” continua. Qualsiasi sia la causa del ritardo, il diritto a non soffrire più inutilmente deve essere garantito al più presto a tutti i cittadini. “Investire nelle cure palliative vuol dire anche rendere più sostenibile il nostro Servizio sanitario nazionale – ricorda il medico -. La mancata risposta ai bisogni del paziente in fase terminale provoca il ricorso a ospedalizzazioni inappropriate, a tanti esami che non servono e a un’ostinazione terapeutica dannosa per il suo benessere”. Il risultato è che ci sono ancora tanti malati, soprattutto di cancro, che si spengono nella solitudine di un reparto di ospedale anziché nella propria casa tra l’affetto dei cari. Tra i deceduti per tumore, prendendo il triennio 2013-2015 (l’ultimo disponibile nella più recente Relazione al Parlamento sul tema, che risale ormai al 2019), quelli assistiti dalla rete di cure palliative a domicilio o in hospice sono stati il 25 percento.
Che cosa sono – Per cure palliative si intende l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali rivolti alla persona la cui malattia è caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non rispondendo più a trattamenti specifici. “Il fine non è più la guarigione ma il controllo dei sintomi, l’alleviamento del dolore e l’accompagnamento del malato nelle scelte terapeutiche e del luogo dove stare. Come ricorrere o meno a un ventilatore, in hospice o a casa propria”, chiarisce Gobber. È previsto un supporto sociale, spirituale e psicologico sia al paziente sia al nucleo familiare. I parenti, per esempio, vengono informati e guidati nel percorso per ottenere l’indennità di accompagnamento e l’assegno di invalidità. E aiutati nell’accettare la malattia e rielaborare il lutto.
Le cure palliative devono poter essere erogate in qualsiasi setting assistenziale. I nodi della rete sono: presidi ospedalieri, hospice, strutture residenziali (per anziani o disabili) e domicilio. “L’hospice è la soluzione per chi ha bisogno di un’assistenza più complessa, o in assenza di un caregiver, oppure per un ‘ricovero di sollievo’ in supporto al caregiver o in attesa di organizzare gli spazi domestici per le nuove esigenze del paziente dopo un ricovero ospedaliero” precisa Gobber. L’equipe deve avere specifiche competenze nel campo delle cure palliative e nella terapia del dolore ed essere formata dalle seguenti figure professionali: medico di medicina generale, specialista (oncologo, anestesista, geriatria, neurologo o radiologo), infermiere, psicologo e assistente sociale. “La disponibilità assistenziale deve essere h24, tramite consulenza telefonica o diretta”, evidenzia il presidente della società scientifica. “È l’unica rete clinica articolata anche a livello domiciliare e potrebbe essere un volano per tutte le cure croniche”, è l’appello che continua così: “Chiediamo che Regioni e aziende sanitarie diano pieno compimento alla normativa nazionale, soprattutto a livello domiciliare, l’anello della rete più debole. Servirebbe inoltre una cartella clinica informatizzata, se le informazioni non sono disponibili a tutti gli operatori subito, si perde tempo e l’assistenza rischia di essere meno efficace”.
A chi sono destinate – Hanno diritto agli interventi palliativi tutti i pazienti in fase terminale, e quindi irreversibile, di ogni malattia cronica ed evolutiva. Non solo il cancro dunque (benché i malati oncologici continuino a rappresentare la parte più consistente), ma anche le malattie neurologiche, respiratorie, cardiologiche, l’insufficienza renale. Lo scopo è garantire al paziente la massima qualità possibile di vita in tutte le fasi della malattia, incluse quelle precoci (si parla infatti anche di “cure palliative precoci” somministrate insieme a trattamenti curativi), fino all’ultimo respiro.
Criticità e reti carenti – “Gli specialisti in cure palliative sono carenti e manca informazione. Medici di base e Asl fanno poca richiesta di questi interventi rispetto ai reali bisogni della popolazione, la maggior parte degli invii in hospice proviene dagli ospedali, con il risultato che i malati fragili sul territorio vengon lasciati a loro stessi – denuncia Francesco Nigro Imperiale, oncologo e coordinatore per la Calabria della Società italiana di cure palliative -. Spesso si pensa che l’attivazione dell’adi, cioè dell’assistenza domiciliare integrata, sia sufficiente e invece c’è differenza. Il team palliativista deve riconoscere il livello di sofferenza del paziente, anche quando non è cosciente o non usa più la parola, e deve saper impiegare la sedazione palliativa per tutti i sintomi refrattari, cioè che non rispondono alle terapie, inclusi quelli precoci, per la gestione del dolore e del fine vita. Un gesto dell’occhio, una smorfia del viso, la rigidità muscolare, la valutazione del respiro, movimenti irrequieti del corpo, le ginocchia piegate sono tutti segnali che lo specialista deve essere in grado di interpretare per stabilire il grado di dolore e una sedazione mirata”. Laddove non arriva il pubblico, c’è il privato accreditato. “Molti hospice convenzionati con la sanità pubblica hanno attivato delle unità a domicilio”. Anche l’alleanza con il terzo settore è indispensabile. “Senza l’aiuto di associazioni e fondazioni no profit alcune realtà sarebbero scoperte. Questi enti mettono a disposizione l’auto per l’assistenza domiciliare, pagano l’infermiere, lo psicologo o il medico, e organizzano corsi di formazione”, conclude Gobber.
Il deputato e medico M5s Giorgio Trizzino, con un emendamento al decreto Rilancio, ha promosso a partire dall’anno accademico 2021-2022 l’istituzione della prima scuola di specializzazione in Medicina e Cure palliative e di un corso ad hoc all’interno della specialità pediatrica. “Il mio auspicio – spiega al ilfattoquotidiano.it – è che prima o poi la Medicina palliativa diventi materia di studio in tutte le scuole di specialità. Tutti i medici, dal chirurgo al rianimatore, devono avere cognizione del dolore umano e del limite del proprio approccio terapeutico, devono cioè sapere quando fermarsi. E poi – aggiunge -, bisogna puntare a vincolare l’1,5 per cento del Fondo sanitario nazionale per le cure palliative in modo che le Regioni siano obbligate a garantirle su tutto il territorio. Troppi cittadini ne ignorano ancora l’esistenza e purtroppo anche tanti medici. Non possiamo più limitarci a salvare vite, va riconosciuta anche qualità e dignità alla persona e questo aspetto è stato trascurato nei malati di Covid”.
Le cure palliative pediatriche: queste sconosciute – In ambito pediatrico le cure palliative sono maggiormente penalizzate. La causa? I pediatri e gli infermieri esperti sono del tutto insufficienti e le famiglie poco sensibilizzate. “Appena il 5 per cento dei bambini con bisogni di cure palliative, da quando c’è una diagnosi di inguaribilità, vi accede a livello nazionale. E il 15 per cento è per i bambini in fase terminale – dichiara Franca Benini, responsabile dell’hospice pediatrico del policlinico universitario di Padova e membro della commissione cure palliative del ministero della Salute -. C’è un gap tra domanda e posti letto disponibili negli hospice. Servono più posti e una rete periferica: più riusciamo a dare sollievo alle famiglie attraverso l’assistenza domiciliare meno saranno i ricoveri”. Luca Manfredini, direttore dell’hospice pediatrico dell’ospedale Gaslini di Genova, spiega: “Per un limite culturale in Italia le cure palliative vengono associate soltanto al fine vita. Per questo motivo ci sono genitori che fanno fatica ad accettare la presa in carico del proprio figlio durante il corso della malattia”. I bambini destinatari del servizio in realtà, continua Manfredini, “sono tutti quelli con una diagnosi di inguaribilità, bisogni assistenziali complessi e a rischio di vita o per progressione della malattia di base o per complicanze legate alla stessa”. Si tratta soprattutto di casi di patologia onocologica, di malattia metabolica genetica, encefalopatia epilettica, tetraparesi spastica o paralisi cerebrale. “In questo momento su quattro posti letto uno è occupato da un bambino con il cancro e gli altri tre da malati rari – afferma il responsabile dell’hospice genovese -. E su 60 pazienti che seguiamo in un anno, solo 15 hanno una patologia oncologica. Grazie al progresso nelle cure ci sono più pazienti che sopravvivono ma hanno nuovi bisogni assistenziali”. Il tempo di presa in carico può durare tutta la vita: “Un anno e mezzo in media per un caso di tumore, fino al compimento dei 18 anni o per tutta la vita per i pazienti non oncologici la cui malattia è insorta in età pediatrica – informa Manfredini -. Il nostro compito consiste nella gestione del dolore e di tutti gli altri sintomi disturbanti, come fatica respiratoria e astenia, nell’assicurare un’adeguata alimentazione, per via venosa o tramite sondino se il bambino non deglutisce, nel favorire il reinserimento scolastico e sociale”. I medici devono essere pronti a rispondere a domande impegnative aiutando i genitori a trovare un senso nella tragedia. Per Manfredini è un insegnamento spirituale: “Perché è successo a mio figlio? Ci chiedono, e noi dobbiamo insieme a loro trasformare il limite in una risorsa, spostando l’obiettivo sugli aspetti che si possono modificare. Se ad esempio il bambino ha un’invalidità alle gambe non può giocare a calcio ma può diventare un campione di scacchi”.
Diritti
Terapia del dolore, tra carenza di specialisti e inadempienze: il diritto alle cure palliative non viene ancora rispettato (11 anni dopo la legge)
A undici anni dalla legge 38 del 15 marzo 2010 l’accesso a questo prezioso servizio è fortemente iniquo. "Ci sono disomogeneità imbarazzanti. È inaccettabile che il diritto a ricevere il trattamento del dolore dipenda dalla Asl di appartenenza. Purtroppo, fatta la legge non significa che il diritto sia riconosciuto per tutti”, dice Gino Gobber, presidente della Società italiana di cure palliative. "Bisogna puntare a vincolare l’1,5 per cento del Fondo sanitario nazionale per le cure palliative in modo che le Regioni siano obbligate a garantirle su tutto il territorio", dice il deputato M5s Trizzino, autore di un emendamento al decreto Rilancio. Molto indietro è il fronte delle cure palliative pediatriche
Ci sono persone che muoiono per le quali si poteva fare di più. Molto di più. Non per tenerle in vita più a lungo. Ma per farle vivere meglio. Non perché si poteva guarirle dalle loro malattie incurabili. Ma perché si poteva dar loro dignità fino alle fine. È questo l’obiettivo delle cosiddette cure palliative e della terapia del dolore. È questo il traguardo di civiltà che abbiamo conquistato con la legge 38 del 15 marzo 2010. Undici anni dopo, però, la consapevolezza sulla prevenzione e il sollievo della sofferenza, fisica e psicologia, è ancora scarsa. Da parte di tutti. Pazienti, familiari, medici di base, ospedali, istituzioni. E l’accesso a questo prezioso servizio è a tutt’oggi fortemente iniquo. Non solo a livello nazionale, con il Nord che la fa da padrone. Ma anche all’interno di una stessa regione. “Ci sono disomogeneità imbarazzanti. È inaccettabile che il diritto a ricevere il trattamento del dolore dipenda dalla Asl di appartenenza. Purtroppo, fatta la legge non significa che il diritto sia riconosciuto per tutti”. A tirare le somme è Gino Gobber, direttore dell’unità operativa di Cure palliative dell’Azienda sanitaria trentina e presidente della Società italiana di cure palliative (Sicp). “In certi casi si tratta di inadempienza vera e propria, in altri di difficoltà oggettive nell’articolare l’offerta in territori montuosi e spopolati” continua. Qualsiasi sia la causa del ritardo, il diritto a non soffrire più inutilmente deve essere garantito al più presto a tutti i cittadini. “Investire nelle cure palliative vuol dire anche rendere più sostenibile il nostro Servizio sanitario nazionale – ricorda il medico -. La mancata risposta ai bisogni del paziente in fase terminale provoca il ricorso a ospedalizzazioni inappropriate, a tanti esami che non servono e a un’ostinazione terapeutica dannosa per il suo benessere”. Il risultato è che ci sono ancora tanti malati, soprattutto di cancro, che si spengono nella solitudine di un reparto di ospedale anziché nella propria casa tra l’affetto dei cari. Tra i deceduti per tumore, prendendo il triennio 2013-2015 (l’ultimo disponibile nella più recente Relazione al Parlamento sul tema, che risale ormai al 2019), quelli assistiti dalla rete di cure palliative a domicilio o in hospice sono stati il 25 percento.
Che cosa sono – Per cure palliative si intende l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali rivolti alla persona la cui malattia è caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non rispondendo più a trattamenti specifici. “Il fine non è più la guarigione ma il controllo dei sintomi, l’alleviamento del dolore e l’accompagnamento del malato nelle scelte terapeutiche e del luogo dove stare. Come ricorrere o meno a un ventilatore, in hospice o a casa propria”, chiarisce Gobber. È previsto un supporto sociale, spirituale e psicologico sia al paziente sia al nucleo familiare. I parenti, per esempio, vengono informati e guidati nel percorso per ottenere l’indennità di accompagnamento e l’assegno di invalidità. E aiutati nell’accettare la malattia e rielaborare il lutto.
Le cure palliative devono poter essere erogate in qualsiasi setting assistenziale. I nodi della rete sono: presidi ospedalieri, hospice, strutture residenziali (per anziani o disabili) e domicilio. “L’hospice è la soluzione per chi ha bisogno di un’assistenza più complessa, o in assenza di un caregiver, oppure per un ‘ricovero di sollievo’ in supporto al caregiver o in attesa di organizzare gli spazi domestici per le nuove esigenze del paziente dopo un ricovero ospedaliero” precisa Gobber. L’equipe deve avere specifiche competenze nel campo delle cure palliative e nella terapia del dolore ed essere formata dalle seguenti figure professionali: medico di medicina generale, specialista (oncologo, anestesista, geriatria, neurologo o radiologo), infermiere, psicologo e assistente sociale. “La disponibilità assistenziale deve essere h24, tramite consulenza telefonica o diretta”, evidenzia il presidente della società scientifica. “È l’unica rete clinica articolata anche a livello domiciliare e potrebbe essere un volano per tutte le cure croniche”, è l’appello che continua così: “Chiediamo che Regioni e aziende sanitarie diano pieno compimento alla normativa nazionale, soprattutto a livello domiciliare, l’anello della rete più debole. Servirebbe inoltre una cartella clinica informatizzata, se le informazioni non sono disponibili a tutti gli operatori subito, si perde tempo e l’assistenza rischia di essere meno efficace”.
A chi sono destinate – Hanno diritto agli interventi palliativi tutti i pazienti in fase terminale, e quindi irreversibile, di ogni malattia cronica ed evolutiva. Non solo il cancro dunque (benché i malati oncologici continuino a rappresentare la parte più consistente), ma anche le malattie neurologiche, respiratorie, cardiologiche, l’insufficienza renale. Lo scopo è garantire al paziente la massima qualità possibile di vita in tutte le fasi della malattia, incluse quelle precoci (si parla infatti anche di “cure palliative precoci” somministrate insieme a trattamenti curativi), fino all’ultimo respiro.
Criticità e reti carenti – “Gli specialisti in cure palliative sono carenti e manca informazione. Medici di base e Asl fanno poca richiesta di questi interventi rispetto ai reali bisogni della popolazione, la maggior parte degli invii in hospice proviene dagli ospedali, con il risultato che i malati fragili sul territorio vengon lasciati a loro stessi – denuncia Francesco Nigro Imperiale, oncologo e coordinatore per la Calabria della Società italiana di cure palliative -. Spesso si pensa che l’attivazione dell’adi, cioè dell’assistenza domiciliare integrata, sia sufficiente e invece c’è differenza. Il team palliativista deve riconoscere il livello di sofferenza del paziente, anche quando non è cosciente o non usa più la parola, e deve saper impiegare la sedazione palliativa per tutti i sintomi refrattari, cioè che non rispondono alle terapie, inclusi quelli precoci, per la gestione del dolore e del fine vita. Un gesto dell’occhio, una smorfia del viso, la rigidità muscolare, la valutazione del respiro, movimenti irrequieti del corpo, le ginocchia piegate sono tutti segnali che lo specialista deve essere in grado di interpretare per stabilire il grado di dolore e una sedazione mirata”. Laddove non arriva il pubblico, c’è il privato accreditato. “Molti hospice convenzionati con la sanità pubblica hanno attivato delle unità a domicilio”. Anche l’alleanza con il terzo settore è indispensabile. “Senza l’aiuto di associazioni e fondazioni no profit alcune realtà sarebbero scoperte. Questi enti mettono a disposizione l’auto per l’assistenza domiciliare, pagano l’infermiere, lo psicologo o il medico, e organizzano corsi di formazione”, conclude Gobber.
Il deputato e medico M5s Giorgio Trizzino, con un emendamento al decreto Rilancio, ha promosso a partire dall’anno accademico 2021-2022 l’istituzione della prima scuola di specializzazione in Medicina e Cure palliative e di un corso ad hoc all’interno della specialità pediatrica. “Il mio auspicio – spiega al ilfattoquotidiano.it – è che prima o poi la Medicina palliativa diventi materia di studio in tutte le scuole di specialità. Tutti i medici, dal chirurgo al rianimatore, devono avere cognizione del dolore umano e del limite del proprio approccio terapeutico, devono cioè sapere quando fermarsi. E poi – aggiunge -, bisogna puntare a vincolare l’1,5 per cento del Fondo sanitario nazionale per le cure palliative in modo che le Regioni siano obbligate a garantirle su tutto il territorio. Troppi cittadini ne ignorano ancora l’esistenza e purtroppo anche tanti medici. Non possiamo più limitarci a salvare vite, va riconosciuta anche qualità e dignità alla persona e questo aspetto è stato trascurato nei malati di Covid”.
Le cure palliative pediatriche: queste sconosciute – In ambito pediatrico le cure palliative sono maggiormente penalizzate. La causa? I pediatri e gli infermieri esperti sono del tutto insufficienti e le famiglie poco sensibilizzate. “Appena il 5 per cento dei bambini con bisogni di cure palliative, da quando c’è una diagnosi di inguaribilità, vi accede a livello nazionale. E il 15 per cento è per i bambini in fase terminale – dichiara Franca Benini, responsabile dell’hospice pediatrico del policlinico universitario di Padova e membro della commissione cure palliative del ministero della Salute -. C’è un gap tra domanda e posti letto disponibili negli hospice. Servono più posti e una rete periferica: più riusciamo a dare sollievo alle famiglie attraverso l’assistenza domiciliare meno saranno i ricoveri”. Luca Manfredini, direttore dell’hospice pediatrico dell’ospedale Gaslini di Genova, spiega: “Per un limite culturale in Italia le cure palliative vengono associate soltanto al fine vita. Per questo motivo ci sono genitori che fanno fatica ad accettare la presa in carico del proprio figlio durante il corso della malattia”. I bambini destinatari del servizio in realtà, continua Manfredini, “sono tutti quelli con una diagnosi di inguaribilità, bisogni assistenziali complessi e a rischio di vita o per progressione della malattia di base o per complicanze legate alla stessa”. Si tratta soprattutto di casi di patologia onocologica, di malattia metabolica genetica, encefalopatia epilettica, tetraparesi spastica o paralisi cerebrale. “In questo momento su quattro posti letto uno è occupato da un bambino con il cancro e gli altri tre da malati rari – afferma il responsabile dell’hospice genovese -. E su 60 pazienti che seguiamo in un anno, solo 15 hanno una patologia oncologica. Grazie al progresso nelle cure ci sono più pazienti che sopravvivono ma hanno nuovi bisogni assistenziali”. Il tempo di presa in carico può durare tutta la vita: “Un anno e mezzo in media per un caso di tumore, fino al compimento dei 18 anni o per tutta la vita per i pazienti non oncologici la cui malattia è insorta in età pediatrica – informa Manfredini -. Il nostro compito consiste nella gestione del dolore e di tutti gli altri sintomi disturbanti, come fatica respiratoria e astenia, nell’assicurare un’adeguata alimentazione, per via venosa o tramite sondino se il bambino non deglutisce, nel favorire il reinserimento scolastico e sociale”. I medici devono essere pronti a rispondere a domande impegnative aiutando i genitori a trovare un senso nella tragedia. Per Manfredini è un insegnamento spirituale: “Perché è successo a mio figlio? Ci chiedono, e noi dobbiamo insieme a loro trasformare il limite in una risorsa, spostando l’obiettivo sugli aspetti che si possono modificare. Se ad esempio il bambino ha un’invalidità alle gambe non può giocare a calcio ma può diventare un campione di scacchi”.
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Trump mette alla porta Zelensky: incontro finito dopo venti minuti. “Giochi con la terza guerra mondiale. Torna quando sei pronto per la pace” | Testo integrale
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Meloni: “Vertice Usa-Ue-alleati per parlare di sfide come l’Ucraina”. Salvini: “Forza Trump”. Da Tusk a Macron, i leader europei con Kiev
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La rottura – Zelensky chiede agli Usa garanzie di sicurezza per Kiev: salta l’accordo sulle materie prime
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Il bullismo di Stato di Trump&Vance nei confronti di Zelensky rappresenta il punto più basso della storia degli Usa. Il mondo libero e l’Europa agiscano senza tentennamenti: non è più tempo di giocare a nascondino e anche per Giorgia Meloni è il momento di dire da che parte sta". Lo scrive la vicepresidente del Parlamento Ue, Pina Picierno, sui social.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - “Dopo quanto di inaudito è accaduto oggi nello studio ovale della Casa Bianca e il trattamento profondamente ingiusto riservato da Trump e Vance nei confronti del Presidente Zelensky, occorre che la Ue e l’Italia, con misura ma con assoluta fermezza, ribadiscano il sostegno pieno e leale all’Ucraina che si difende dall’aggressione putiniana". Lo afferma il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova.
"Se Trump abdica al ruolo americano di difesa della democrazia e della libertà di una paese sovrano e democratico, forse pensando che l’Ucraina sia lontana dai confini americani, l’Europa non può sottrarsi. Ne va del nostro futuro, del futuro della nostra sovranità. A questo punto, però, la presidente Meloni non potrà sottrarsi dal confronto con il Parlamento per chiarire qual è la posizione del suo governo, visto che sostiene giustamente la resistenza ucraina, ma che contemporaneamente cerca di coltivare un rapporto privilegiato con Trump”.
Milano, 28 feb. (Adnkronos) - La denuncia presentata dalla difesa di Fares Bouzidi - l'amico alla guida dello scooter su cui è morto Ramy Elgaml - ha come conseguenza (come atto dovuto) l'apertura di un fascicolo 'parallelo' in procura a Milano che vede come indagati i due carabinieri alla guida dell'auto protagonista dell'inseguimento dello scorso 24 novembre lungo le strade del centro di Milano.
Da quanto si apprende il militare alla guida è indagato di lesioni e falso, solo di falso deve rispondere il collega che viaggiava sulla stessa gazzella. Entrambi hanno firmato il verbale in cui hanno dichiarato che non c'è stato nessun urto tra l'auto di servizio e lo scooter.
La procura - dopo la relazione cinematica che dovrà ricostruire le fasi dell'incidente attesa per la prossima settimana - dovrà quindi decidere quale strada percorrere: l'altro fascicolo vede indagati per omicidio stradale Fares e il carabiniere alla guida, una tesi (in contrasto con il fascicolo sulle lesioni) che ipotizza una responsabilità del ventiduenne nell'incidente avvenuto in zona Corvetto, all'incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Conosco bene la questione dell’energia nucleare, molti giornalisti mi stanno incalzando per avere un parere critico sul ddl approvato dal Consiglio dei ministri questa mattina. Ho sempre detto e pensato che nessuno può porre limiti alla ricerca sul nucleare sostenibile e questo provvedimento la garantisce. Sarà secondo me più difficile giungere al micro nucleare da fissione che più razionalmente alla fusione, che invece risolve più problemi di quanti ne crei. Ma non possiamo dare noi il verdetto, staremo a vedere cosa ci riserverà la scienza". E' quanto dichiara il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d'Italia.
"Il ddl è gravido di vincoli di sicurezza, è un testo completo e molto rispettoso della salute dei cittadini, cita perfino il rispetto dell’art. 9 della Costituzione sulla tutela del paesaggio. Se fosse stato applicato per parchi fotovoltaici ed eolici oggi non produrremmo un solo kw da queste fonti. Tutti auspichiamo che ci sia una strada possibile per avere energia pulita, sovrana, rinnovabile, programmabile, immediatamente disponibile, ad alto potenziale e a basso costo. E non è un sogno. Questa energia esiste ed è l’idroelettrico".
"Da un lato negoziando in Europa, per espungere la messa a gara della gestione dei nostri bacini idrici primari dalle condizionalità del Pnrr volute da Draghi, dall’altro recuperando almeno il 35% dell’acqua piovana (siamo al 4%), investendo sulla manutenzione dei grandi bacini idrici, sulla riattivazione di quelli dismessi nonché sullo sviluppo di un micro idroelettrico a conduzione forzata che appare molto più concreto e tempestivo degli Smr. L’acqua è pragmaticamente il presente, da cui possiamo trarre il 40% del nostro fabbisogno di energia prodotta, risorsa italiana e pulita con cui alimentare anche l’industria pesante, superando il gas e invertendo la tendenza. Sul futuro si vedrà, senza pregiudizi".
Roma, 28 feb. (Adnkronos/Labitalia) - Btm 2025 si conclude con una conferma del successo della manifestazione, che ha ribadito la sua centralità nel panorama turistico nazionale. Oltre 500 gli espositori, inclusi comuni, associazioni di categoria e aziende dei vari segmenti, su 16mila metri quadrati di area espositiva, la partecipazione di 80 buyer nazionali e internazionali, più di 100 eventi e 400 relatori hanno animato tre giorni intensi di incontri, approfondimenti e opportunità di business che hanno visto 49.950 ingressi alla Fiera del Levante di Bari, con numeri in leggero aumento rispetto al 2024.
Il tema di questa edizione, 'Il viaggio nel viaggio', ha riscosso grande interesse, portando alla luce nuove prospettive sul concetto stesso di viaggio e sulle trasformazioni che stanno investendo il settore. Mary Rossi, responsabile eventi Btm, ha sottolineato il valore di questa riflessione: "Da Btm 2025 ci portiamo a casa tante interessanti riflessioni. Uno degli aspetti chiave che volevamo far emergere con il tema 'Il viaggio nel viaggio' è il percorso verso la destinazione scelta, perché crediamo che sia proprio il cammino a generare emozioni, sensazioni e pensieri che ci fanno crescere. Abbiamo affrontato il tema in molteplici declinazioni, spingendoci anche oltre i confini terrestri con il turismo spaziale. Btm è stata un’occasione di confronto che ha arricchito operatori e professionisti con nuovi strumenti da applicare nel loro lavoro".
L’edizione 2025 ha messo al centro argomenti chiave come digitalizzazione, sostenibilità, intelligenza artificiale, turismo esperienziale, extralberghiero e wedding tourism. Tra i momenti più apprezzati, i panel su smart destination, big data per il turismo, nuove strategie di marketing e il ruolo della narrazione nella scelta delle destinazioni. Numerosi gli interventi istituzionali e dei principali protagonisti del settore. Il ministro del Turismo, Daniela Santanché, ha aperto la manifestazione con un intervento in streaming sulle strategie nazionali per la crescita del turismo, sottolineando l’importanza dell’innovazione e della sostenibilità per il futuro del settore. Tra i tanti interventi, l’onorevole Gianluca Caramanna, il senatore Gianmarco Centinaio, la presidente di Federturismo Confindustria, Marina Lalli, Alessandro Callari, Regional Manager di Booking.com, Antonio Laveneziana,Territory Manager Italy di Airbnb, Valentina Sumini, Architetta dello spazio e Roberta Milano, marketing strategist.
Tra le novità più apprezzate di questa edizione, il focus sul turismo extralberghiero, che ha visto una grande partecipazione da parte di operatori e property manager, e il T-Trade, ampliato con un’area business dedicata al turismo organizzato e alle destinazioni internazionali che ha visto ampia vivacità durante i tre giorni grazie alla presenza di espositori di spicco come Msc Crociere, Azemar, Croazia, Malta, Polonia, Seychelles, Visit Brussels e Repubblica Ceca. Confermata l’ottima accoglienza per le sezioni Btm Gusto, che ha valorizzato il turismo enogastronomico, e Btm Say Yes, dedicato al wedding tourism, con un proprio programma buyer. Grande fermento anche per l’Apulia Tourism Investment, che ha ospitato il Forum della Tornanza, un momento di confronto sulle nuove opportunità di investimento e sviluppo per il turismo in Puglia.
Nevio D’Arpa, Ceo & founder di Btm, ha espresso soddisfazione per il successo dell’evento e ha voluto ringraziare le istituzioni: "Un plauso particolare va all’assessore al Turismo, Gianfranco Lopane, per il supporto che ha dato alla manifestazione e per la visione strategica sul futuro del turismo in Puglia. La differenza che rende Btm unica è il nostro investimento nei contenuti: qui non ci limitiamo a mettere in mostra prodotti e destinazioni, ma costruiamo un dibattito di qualità che aiuta gli operatori a comprendere e anticipare i cambiamenti del settore. Il Comitato scientifico di Btm ha lavorato con grande attenzione per costruire un programma ricco di spunti e soluzioni. I numeri ci vedono in una leggera ma costante crescita, segno che il format funziona e che BtmM continua a rappresentare un punto di riferimento per il turismo del Sud Italia".
Gaetano Frulli, presidente della Fiera del Levante, ha sottolineato il valore strategico dell’evento: "La grande partecipazione e l’alta qualità degli operatori presenti hanno ribadito l’importanza di questa manifestazione".
L’assessore al turismo di Regione Puglia, Gianfranco Lopane, ha aggiunto: “I progressi fatti da Btm negli anni sono sotto gli occhi di tutti, già oggi è uno dei più importanti eventi fieristici del turismo e ci auguriamo che questa crescita prosegua in futuro per il bene del turismo e della Puglia”
Luca Scandale, direttore generale di Pugliapromozione, ha evidenziato il valore della collaborazione tra pubblico e privato per lo sviluppo turistico della regione: "La proficua sinergia tra gli operatori del turismo realizzata a Btm, in collaborazione con il Buy Puglia Meet & Connect a cura di Pugliapromozione, rappresenta una solida base per la crescita qualitativa del turismo in Puglia. E per questo motivo la collaborazione tra pubblico e privato resta essenziale".
Dopo il successo di questa edizione, l’organizzazione di Btm è già al lavoro per l’edizione 2026, con l’obiettivo di ampliare ulteriormente l’evento e offrire nuovi spunti di riflessione sul turismo del futuro.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - “Nello studio ovale è andata in scena la rappresentazione plastica del bullismo diplomatico con cui la nuova amministrazione americana intenderebbe governare il mondo. Trump bullizza e umilia Zelensky e attraverso di lui il popolo ucraino che da tre anni resiste alla violenta aggressione russa, difendendo i confini e con essi i valori dell’Europa. Cosa ne pensa Meloni dell’atteggiamento indegno del suo amico Trump verso Zelensky? La premier condannerà l’atteggiamento del presidente americano o fuggirà anche stavolta facendo finta di nulla?”. Lo afferma il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Bulli che aggrediscono nello studio ovale, davanti alla stampa, un leader coraggioso che guida un popolo che difende la sua libertà dall’aggressione di un dittatore assassino. A questo sono ridotti gli Usa oggi. I leader europei dovrebbero mostrare meno compiacenza e più forza. I bulli si affrontano così. #StandWithUkraine oggi e sempre". Lo scrive Carlo Calenda.