C’è chi si sente “prigioniero“, dopo un anno di attesa dalla richiesta di regolarizzazione. Chi è stato licenziato in piena pandemia da Covid-19, o si è contagiato. Ma anche chi è stato ricattato da datori di lavoro che si erano impegnati per un’assunzione, poi mai arrivata. E chi, pur disilluso, continua ad aspettare una chiamata dalla Prefettura, nella speranza di poter portare i propri figli in Italia. Ma c’è anche chi un datore di lavoro non lo ha più. Come Vicky, badante e colf colombiana che vive da due anni a Novara. Il suo titolare è morto in un incidente, poco dopo aver chiesto di sanare la sua posizione. Un dramma che si è trasformato in una beffa per la lavoratrice: perché, tra una prefettura latitante e una pubblica amministrazione che non risponde alle sollecitazioni e alla documentazione inviata, ora si ritrova senza occupazione e senza stipendio. “Non può accettare altri lavori in modo regolare, fino alla chiamata che tarda ancora ad arrivare”, spiegano le associazioni che hanno seguito la sua pratica. E non è certo l’unica.
Altro che emersione. Sono storie di diritti negati. Speranze tradite. Vite prese in ostaggio in un limbo di burocrazia. Perché è passato quasi un anno dalle lacrime dell’ex ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, quando, dopo il via libera da parte del Consiglio dei ministri all’attesa sanatoria di braccianti, colf e badanti, l’esponente di Italia viva annunciava commossa: “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Lo Stato è più forte del caporalato”. Parole che, a distanza di otto anni dalla precedente regolarizzazione, avevano acceso non poche aspettative per tanti migranti sfruttati per pochi euro l’ora nei campi della penisola, così come per tanti lavoratori domestici stranieri.
Al di là del compromesso politico allora raggiunto, con la mediazione tra le forze del governo giallorosso che portò a restringere fortemente la platea, c’è chi esultò per quel primo passo sulla strada della regolarizzazione. Ma oggi chi sperava di uscire dalla clandestinità è rimasto deluso. Basta vedere i numeri di una sanatoria che, un anno dopo, ha le sembianze di un provvedimento fantasma. Sospeso, come mostra la campagna “Ero Straniero”: su 207mila domande presentate, poche migliaia sono i permessi di soggiorno rilasciati. Ma è ancora più basso il numero delle pratiche lavorate e in lavorazione, quasi irrisorio. “Una situazione di stallo, con pesanti conseguenze in termini di sicurezza sociale, sanitaria e di legalità per il nostro Paese”, attacca Giulia Crivellini, tesoriera dei Radicali italiani, tra i promotori della stessa campagna.
“Abbiamo monitorato i dati dello stesso ministero dell’Interno: a otto mesi dalla data di chiusura della presentazione delle domande (16 febbraio 2021, ndr), al 31 marzo 2021 soltanto il 5% delle 207.542 domande presentate sono state esaminate. E solo lo 0,71% ha concluso la procedura, con 1480 permessi di soggiorno rilasciati”. Tradotto, se già c’era chi parlava di flop per i numeri bassi delle richieste (dopo che l’esecutivo aveva escluso lavoratori di altri settori come logistica ed edilizia), ora il fallimento è confermato dalla lentezza della macchina burocratica. Dopo la denuncia lanciata da ‘Ero Straniero‘, così, c’è stato qualche timido segnale di svolta. Anche se tutto procede ancora a rilento. Secondo i dati più recenti forniti dallo stesso Ministero dell’Interno a IIFattoQuotidiano.it, alla data del 10 maggio “gli sportelli unici delle Prefetture hanno richiesto alle Questure il rilascio di 22.898 permessi di soggiorno sulla base delle procedure di regolarizzazione concluse con esito positivo”. Mentre, si spiega dal Viminale, “sono state rigettate 2691 richieste di regolarizzazione” e “le rinunce sono state 816”. Tradotto, la percentuale delle domande definite positivamente è passata dal 5 all’11% circa del totale delle istanze pervenute. E complessivamente, quelle esaminate (indipendentemente dall’esito) sono il 12,7%.
I ritardi però restano evidenti. E, di fatto, ammessi pure dal ministero. Non a caso, nel tentativo di accelerare le pratiche, il 3 febbraio scorso il Viminale aveva diramato una circolare con la quale invitava le prefetture a superare la “evidente lentezza con la quale procede la trattazione delle istanze di emersione”, oltre che “sensibilizzare gli uffici territoriali su una più celere definizione delle istruttorie, pur nella consapevolezza delle difficoltà contingenti”. Proprio per questo erano state anche definite le assunzioni di personale a tempo determinato: alla data di ieri, precisa ancora il ministero “gli interinali assunti per lo svolgimento delle procedure di regolarizzazione sono 676 degli 800 previsti, tenuto conto delle rinunce di alcuni dei candidati selezionati”. L’obiettivo? Aumentare il disbrigo delle pratiche, grazie a 30 milioni di euro stanziati lo scorso anno. “Tutte le sedi territoriali delle Prefetture interessate dalla procedura di regolarizzazione sono state coperte. Ed è in corso lo scorrimento della graduatoria per arrivare al più presto all’intera copertura degli 800 posti previsti”, hanno concluso dal Viminale. Un’accelerazione evidente sulle pratiche, però, ancora non c’è stata, dati alla mano. Il motivo? “Di particolare complessità, richiedono la presenza degli interessati”, si leggeva nella stessa circolare ministeriale di febbraio, precisando come la pandemia avesse “reso necessario ridurre gli appuntamenti con l’utenza”. Così, circa 180mila persone continuano ad aspettare una chiamata.
“Abbiamo calcolato che a Roma ci vorranno cinque anni per evadere tutte le domande, a Milano addirittura ben 30“, denunciano da “Ero Straniero”. Di fatto, “non ha sanato un bel nulla”, come spiega Alessandro Verona, referente medico per l’Europa di Intersos. Per questo motivo diverse associazioni che si occupano di migranti si sono rivolte al governo e al Parlamento affinché salvi quel provvedimento, oltre che per spingere le Camere a riprendere l’esame della proposta di legge popolare di riforma della normativa sull’immigrazione, bloccato da più di un anno. Per cambiare quella legge Bossi-Fini da anni contestata. Nulla da fare, almeno per ora. “Non abbiamo ancora ottenuto risposte”, denunciano da “Ero Straniero”. Un silenzio che nella vita di tante persone, bloccate nell’iter della regolarizzazione sospesa, si traduce in diritti cancellati. A partire dallo stesso accesso al sistema sanitario. “Nella realtà, in molti territori, questa possibilità viene negata. Perché senza il permesso di soggiorno non viene rilasciata la tessera sanitaria. E senza quest’ultima sarà estremamente difficile rientrare nella campagna vaccinale anti-COVID in corso”, aggiunge Crivellini. Ma non solo. “Non posso aprire un conto corrente, né fare l’Isee e usufruire delle agevolazioni economiche per le mense scolastiche per chi ha un reddito basso. O avere la disoccupazione”, c’è chi spiega.
Eppure, in molti continuano a sperare in una svolta: “Ho due figlie piccolissime in Colombia, vorrei fare un ricongiungimento familiare e portare la mia famiglia in Italia. Ma è impossibile senza prima ricevere la chiamata della Prefettura. E non posso partire, la mia richiesta rischierebbe di venire rigettata”, chiarisce invece Maria (nome di fantasia, per garantire il suo anonimato, ndr). “Ogni mattina mi sveglio e questa domanda mi torna in mente: è il caso di andarmene via? Ma lì, in Colombia, non c’è salvezza. E non avrei nemmeno i soldi per il viaggio, perché nel frattempo dell’attesa ho perso pure il lavoro e devo arrangiarmi, con qualche attività in nero. Non mi resta che attendere”, sottolinea Steben, nel nostro Paese da due anni. Senza dimenticare chi è partito per un lutto e al ritorno in Italia “si è visto respingere la pratica“, come denunciano dal gruppo “Non possiamo più aspettare”, che da settimane protesta di fronte alle prefetture delle principali città italiane.
Non c’è più tempo, spiegano. Ma intanto una recente circolare ministeriale, emanata dal Viminale lo scorso 21 aprile, rischia di sbarrare ancora una volta la strada alle speranze di tanti braccianti, già disillusi dai ritardi nell’esame delle richieste: “In base a questa circolare, che contraddice la normativa stessa e precedenti circolari, quei lavoratori che hanno fatto la domanda per essere regolarizzati, per un lavoro a tempo determinato, nel caso il lavoro sia terminato, o lo abbiano perso, non possono vedersi riconoscere il permesso di soggiorno. Sarebbe una beffa, considerato come gran parte dei lavori agricoli durano due o tre mesi”, spiega Danesh Kurosh, responsabile del reparto immigrazione Cgil. Per questo la richiesta al Ministero è di ritirare la circolare, in modo da poter dare indicazioni chiare alle Questure affinché “in caso di cessazione del rapporto di lavoro con cui è stata avviata la procedura di emersione, vi sia il rilascio di un permesso per attesa occupazione, a meno che non sia comprovato che la domanda non sia stata presentata strumentalmente per il rilascio del titolo di soggiorno”, spiegano associazioni come Asgi, Amnesty, Centro Astalli, Sanità di Frontiera, Comunità di Sant’Egidio e tante altre. Altrimenti sarebbe l’ennesimo ostacolo per un’emersione già azzoppata dai ritardi.
Diritti - 11 Maggio 2021
Lavoratori stranieri, la promessa mancata della regolarizzazione: dopo un anno esaminato il 12,7% delle domande. Le storie: “Illusi dalla legge”
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Dodici mesi fa, dopo il via libera alla sanatoria di braccianti, colf e badanti, l’ex ministra Bellanova diceva: “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili”. I numeri dicono il contrario: su 207mila domande, la risposta è arrivata a circa 26mila. Anche il Viminale ammette: “Evidente lentezza”. E invita le prefetture a “velocizzare”
C’è chi si sente “prigioniero“, dopo un anno di attesa dalla richiesta di regolarizzazione. Chi è stato licenziato in piena pandemia da Covid-19, o si è contagiato. Ma anche chi è stato ricattato da datori di lavoro che si erano impegnati per un’assunzione, poi mai arrivata. E chi, pur disilluso, continua ad aspettare una chiamata dalla Prefettura, nella speranza di poter portare i propri figli in Italia. Ma c’è anche chi un datore di lavoro non lo ha più. Come Vicky, badante e colf colombiana che vive da due anni a Novara. Il suo titolare è morto in un incidente, poco dopo aver chiesto di sanare la sua posizione. Un dramma che si è trasformato in una beffa per la lavoratrice: perché, tra una prefettura latitante e una pubblica amministrazione che non risponde alle sollecitazioni e alla documentazione inviata, ora si ritrova senza occupazione e senza stipendio. “Non può accettare altri lavori in modo regolare, fino alla chiamata che tarda ancora ad arrivare”, spiegano le associazioni che hanno seguito la sua pratica. E non è certo l’unica.
Altro che emersione. Sono storie di diritti negati. Speranze tradite. Vite prese in ostaggio in un limbo di burocrazia. Perché è passato quasi un anno dalle lacrime dell’ex ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, quando, dopo il via libera da parte del Consiglio dei ministri all’attesa sanatoria di braccianti, colf e badanti, l’esponente di Italia viva annunciava commossa: “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Lo Stato è più forte del caporalato”. Parole che, a distanza di otto anni dalla precedente regolarizzazione, avevano acceso non poche aspettative per tanti migranti sfruttati per pochi euro l’ora nei campi della penisola, così come per tanti lavoratori domestici stranieri.
Al di là del compromesso politico allora raggiunto, con la mediazione tra le forze del governo giallorosso che portò a restringere fortemente la platea, c’è chi esultò per quel primo passo sulla strada della regolarizzazione. Ma oggi chi sperava di uscire dalla clandestinità è rimasto deluso. Basta vedere i numeri di una sanatoria che, un anno dopo, ha le sembianze di un provvedimento fantasma. Sospeso, come mostra la campagna “Ero Straniero”: su 207mila domande presentate, poche migliaia sono i permessi di soggiorno rilasciati. Ma è ancora più basso il numero delle pratiche lavorate e in lavorazione, quasi irrisorio. “Una situazione di stallo, con pesanti conseguenze in termini di sicurezza sociale, sanitaria e di legalità per il nostro Paese”, attacca Giulia Crivellini, tesoriera dei Radicali italiani, tra i promotori della stessa campagna.
“Abbiamo monitorato i dati dello stesso ministero dell’Interno: a otto mesi dalla data di chiusura della presentazione delle domande (16 febbraio 2021, ndr), al 31 marzo 2021 soltanto il 5% delle 207.542 domande presentate sono state esaminate. E solo lo 0,71% ha concluso la procedura, con 1480 permessi di soggiorno rilasciati”. Tradotto, se già c’era chi parlava di flop per i numeri bassi delle richieste (dopo che l’esecutivo aveva escluso lavoratori di altri settori come logistica ed edilizia), ora il fallimento è confermato dalla lentezza della macchina burocratica. Dopo la denuncia lanciata da ‘Ero Straniero‘, così, c’è stato qualche timido segnale di svolta. Anche se tutto procede ancora a rilento. Secondo i dati più recenti forniti dallo stesso Ministero dell’Interno a IIFattoQuotidiano.it, alla data del 10 maggio “gli sportelli unici delle Prefetture hanno richiesto alle Questure il rilascio di 22.898 permessi di soggiorno sulla base delle procedure di regolarizzazione concluse con esito positivo”. Mentre, si spiega dal Viminale, “sono state rigettate 2691 richieste di regolarizzazione” e “le rinunce sono state 816”. Tradotto, la percentuale delle domande definite positivamente è passata dal 5 all’11% circa del totale delle istanze pervenute. E complessivamente, quelle esaminate (indipendentemente dall’esito) sono il 12,7%.
I ritardi però restano evidenti. E, di fatto, ammessi pure dal ministero. Non a caso, nel tentativo di accelerare le pratiche, il 3 febbraio scorso il Viminale aveva diramato una circolare con la quale invitava le prefetture a superare la “evidente lentezza con la quale procede la trattazione delle istanze di emersione”, oltre che “sensibilizzare gli uffici territoriali su una più celere definizione delle istruttorie, pur nella consapevolezza delle difficoltà contingenti”. Proprio per questo erano state anche definite le assunzioni di personale a tempo determinato: alla data di ieri, precisa ancora il ministero “gli interinali assunti per lo svolgimento delle procedure di regolarizzazione sono 676 degli 800 previsti, tenuto conto delle rinunce di alcuni dei candidati selezionati”. L’obiettivo? Aumentare il disbrigo delle pratiche, grazie a 30 milioni di euro stanziati lo scorso anno. “Tutte le sedi territoriali delle Prefetture interessate dalla procedura di regolarizzazione sono state coperte. Ed è in corso lo scorrimento della graduatoria per arrivare al più presto all’intera copertura degli 800 posti previsti”, hanno concluso dal Viminale. Un’accelerazione evidente sulle pratiche, però, ancora non c’è stata, dati alla mano. Il motivo? “Di particolare complessità, richiedono la presenza degli interessati”, si leggeva nella stessa circolare ministeriale di febbraio, precisando come la pandemia avesse “reso necessario ridurre gli appuntamenti con l’utenza”. Così, circa 180mila persone continuano ad aspettare una chiamata.
“Abbiamo calcolato che a Roma ci vorranno cinque anni per evadere tutte le domande, a Milano addirittura ben 30“, denunciano da “Ero Straniero”. Di fatto, “non ha sanato un bel nulla”, come spiega Alessandro Verona, referente medico per l’Europa di Intersos. Per questo motivo diverse associazioni che si occupano di migranti si sono rivolte al governo e al Parlamento affinché salvi quel provvedimento, oltre che per spingere le Camere a riprendere l’esame della proposta di legge popolare di riforma della normativa sull’immigrazione, bloccato da più di un anno. Per cambiare quella legge Bossi-Fini da anni contestata. Nulla da fare, almeno per ora. “Non abbiamo ancora ottenuto risposte”, denunciano da “Ero Straniero”. Un silenzio che nella vita di tante persone, bloccate nell’iter della regolarizzazione sospesa, si traduce in diritti cancellati. A partire dallo stesso accesso al sistema sanitario. “Nella realtà, in molti territori, questa possibilità viene negata. Perché senza il permesso di soggiorno non viene rilasciata la tessera sanitaria. E senza quest’ultima sarà estremamente difficile rientrare nella campagna vaccinale anti-COVID in corso”, aggiunge Crivellini. Ma non solo. “Non posso aprire un conto corrente, né fare l’Isee e usufruire delle agevolazioni economiche per le mense scolastiche per chi ha un reddito basso. O avere la disoccupazione”, c’è chi spiega.
Eppure, in molti continuano a sperare in una svolta: “Ho due figlie piccolissime in Colombia, vorrei fare un ricongiungimento familiare e portare la mia famiglia in Italia. Ma è impossibile senza prima ricevere la chiamata della Prefettura. E non posso partire, la mia richiesta rischierebbe di venire rigettata”, chiarisce invece Maria (nome di fantasia, per garantire il suo anonimato, ndr). “Ogni mattina mi sveglio e questa domanda mi torna in mente: è il caso di andarmene via? Ma lì, in Colombia, non c’è salvezza. E non avrei nemmeno i soldi per il viaggio, perché nel frattempo dell’attesa ho perso pure il lavoro e devo arrangiarmi, con qualche attività in nero. Non mi resta che attendere”, sottolinea Steben, nel nostro Paese da due anni. Senza dimenticare chi è partito per un lutto e al ritorno in Italia “si è visto respingere la pratica“, come denunciano dal gruppo “Non possiamo più aspettare”, che da settimane protesta di fronte alle prefetture delle principali città italiane.
Non c’è più tempo, spiegano. Ma intanto una recente circolare ministeriale, emanata dal Viminale lo scorso 21 aprile, rischia di sbarrare ancora una volta la strada alle speranze di tanti braccianti, già disillusi dai ritardi nell’esame delle richieste: “In base a questa circolare, che contraddice la normativa stessa e precedenti circolari, quei lavoratori che hanno fatto la domanda per essere regolarizzati, per un lavoro a tempo determinato, nel caso il lavoro sia terminato, o lo abbiano perso, non possono vedersi riconoscere il permesso di soggiorno. Sarebbe una beffa, considerato come gran parte dei lavori agricoli durano due o tre mesi”, spiega Danesh Kurosh, responsabile del reparto immigrazione Cgil. Per questo la richiesta al Ministero è di ritirare la circolare, in modo da poter dare indicazioni chiare alle Questure affinché “in caso di cessazione del rapporto di lavoro con cui è stata avviata la procedura di emersione, vi sia il rilascio di un permesso per attesa occupazione, a meno che non sia comprovato che la domanda non sia stata presentata strumentalmente per il rilascio del titolo di soggiorno”, spiegano associazioni come Asgi, Amnesty, Centro Astalli, Sanità di Frontiera, Comunità di Sant’Egidio e tante altre. Altrimenti sarebbe l’ennesimo ostacolo per un’emersione già azzoppata dai ritardi.
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Roma, 22 feb. (Adnkronos) - "La sinistra radicale vuole cancellare la nostra storia, minare la nostra identità, dividerci per nazionalità, per genere, per ideologia. Ma non saremo divisi perché siamo forti solo quando siamo insieme. E se l'Occidente non può esistere senza l'America, o meglio le Americhe, pensando ai tanti patrioti che lottano per la libertà in America Centrale e Meridionale, allora non può esistere nemmeno senza l'Europa". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Cpac.
Roma, 22 feb. (Adnkronos) - "Il Cpac ha capito prima di molti altri che la battaglia politica e culturale per i valori conservatori non è solo una battaglia americana, è una battaglia occidentale. Perché, amici miei, credo ancora nell'Occidente non solo come spazio geografico, ma come civiltà. Una civiltà nata dalla fusione di filosofia greca, diritto romano e valori cristiani. Una civiltà costruita e difesa nei secoli attraverso il genio, l'energia e i sacrifici di molti". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni alla conferenza dei conservatori a Washington.
"La mia domanda per voi è: questa civiltà può ancora difendere i principi e i valori che la definiscono? Può ancora essere orgogliosa di sé stessa e consapevole del suo ruolo? Penso di sì. Quindi dobbiamo dirlo forte e chiaro a coloro che attaccano l'Occidente dall'esterno e a coloro che lo sabotano dall'interno con il virus della cultura della cancellazione e dell'ideologia woke. Dobbiamo dire loro che non ci vergogneremo mai di chi siamo", ha scandito.
"Affermiamo la nostra identità. Affermiamo la nostra identità e lavoriamo per rafforzarla. Perché senza un'identità radicata, non possiamo essere di nuovo grandi", ha concluso la Meloni.
(Adnkronos) - "Il nostro governo - ha detto Meloni - sta lavorando instancabilmente per ripristinare il legittimo posto dell'Italia sulla scena internazionale. Stiamo riformando, modernizzando e rivendicando il nostro ruolo di leader globale".
"Puntiamo a costruire un'Italia che stupisca ancora una volta il mondo. Lasciate che ve lo dica, lo stiamo dimostrando. La macchina della propaganda mainstream prevedeva che un governo conservatore avrebbe isolato l'Italia, cancellandola dalla mappa del mondo, allontanando gli investitori e sopprimendo le libertà fondamentali. Si sbagliavano", ha rivendicato ancora la premier.
"La loro narrazione era falsa. La realtà è che l'Italia sta prosperando. L'occupazione è a livelli record, la nostra economia sta crescendo, la nostra politica fiscale è tornata in carreggiata e il flusso di immigrazione illegale è diminuito del 60% nell'ultimo anno. E, cosa più importante, stiamo espandendo la libertà in ogni aspetto della vita degli italiani", ha concluso.
Roma, 22 feb. (Adnkronos) - L'Italia è "una nazione con un legame profondo e indistruttibile con gli Stati Uniti. E questo legame è forgiato dalla storia e dai principi condivisi. Ed è incarnato dagli innumerevoli americani di discendenza italiana che per generazioni hanno contribuito alla prosperità dell'America". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Cpac a Washington. "Quindi, a loro, permettimi di dire grazie. Grazie per essere stati ambasciatori eccezionali della passione, della creatività e del genio italiani".
Roma, 22 feb. (Adnkronos) - Standing ovation dalla platea della convention Cpac a Washington al termine dell'intervento video della premier Giorgia Meloni. Un intervento nel quale la presidente del Consiglio ha richiamato valori e temi che uniscono conservatori europei e americani, a partire dalla difesa dei confini, ribadendo la solidità del legame tra Usa e Ue. "I nostri avversari - ha detto Meloni- sperano che il presidente Trump si allontani da noi. Ma conoscendolo come un leader forte ed efficace, scommetto che coloro che sperano nelle divisioni si smentiranno".
"So che alcuni di voi potrebbero vedere l'Europa come lontana o addirittura lontana o addirittura perduta. Vi dico che non lo è. Sì, sono stati commessi degli errori. Le priorità sono state mal riposte, soprattutto a causa delle classi dominanti e dei media mainstream che hanno importato e replicato nel Vecchio Continente", ha affermato la premier.
La presidente Meloni ha fatto un passaggio sull'Ucraina ribadendo "la brutale aggressione" subito dal popolo ucraino e confidando nella collaborazione con gli Usa per raggiungere una "pace giusta e duratura" che, ha sottolineato, "può essere costruita solo con il contributo di tutti, ma soprattutto con forti leadership".
Roma, 22 feb. (Adnkronos) - Le "elite di sinistra" si sono "recentemente indignate per il discorso di JD Vance a Monaco in cui il vicepresidente ha giustamente affermato che prima di discutere di sicurezza, dobbiamo sapere cosa stiamo difendendo. Non stava parlando di tariffe o bilance commerciali su cui ognuno difenderà i propri interessi preservando la nostra amicizia". Mo ha sottolineato la premier Giorgia Meloni nel suo intervento al Cpac.
"Il vicepresidente Vance stava discutendo di identità, democrazia, libertà di parola. In breve, il ruolo storico e la missione dell'Europa. Molti hanno finto di essere indignati, invocando l'orgoglio europeo contro un americano che osa farci la predica. Ma lasciate che ve lo dica io, da persona orgogliosa di essere europea - ha detto ancora - Innanzitutto, se coloro che si sono indignati avessero mostrato lo stesso orgoglio quando l'Europa ha perso la sua autonomia strategica, legando la sua economia a regimi autocratici, o quando i confini europei e il nostro stile di vita sono stati minacciati dall'immigrazione illegale di massa, ora vivremmo in un'Europa più forte".
(Adnkronos) - "I nostri avversari - ha detto Meloni- sperano che il presidente Trump si allontani da noi. Ma conoscendolo come un leader forte ed efficace, scommetto che coloro che sperano nelle divisioni si smentiranno. So che alcuni di voi potrebbero vedere l'Europa come lontana o addirittura lontana o addirittura perduta".
"Vi dico che non lo è. Sì, sono stati commessi degli errori. Le priorità sono state mal riposte, soprattutto a causa delle classi dominanti e dei media mainstream che hanno importato e replicato nel Vecchio Continente".