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Inpgi, l’ex spin doctor di Renzi vuol rinviare ancora il commissariamento. Ma il piano di ristrutturazione proposto dal cda non regge

La cassa di previdenza dei giornalisti ha chiuso il 2020 in rosso per il quarto anno di fila. L'emendamento di Filippo Sensi al decreto Sostegni bis, che rimanda di sei mesi la nomina di un commissario, avrebbe l'effetto di dare altro tempo ai vertici ma anche agli editori. Che contano su futuri prepensionamenti ora che il beneficio della cassa Covid è esaurito. Intanto, stando a un'interrogazione parlamentare, accanto a tagli e contributi straordinari spunta il progetto di trasferire gli immobili del fondo immobiliare in una Sicaf

La giacchetta dell‘Inpgi è ormai a brandelli, eppure continuano a tirarla da destra e da manca. La malandata Cassa di previdenza dei giornalisti ha dribblato il commissariamento fino ad oggi, nonostante i bilanci indichino da tempo una situazione a dir poco preoccupante. Il 2020 si è chiuso in rosso per il quarto anno di fila a -242,2 milioni di euro. La gestione previdenziale, cioè le entrate contributive meno le uscite per pagare le pensioni, è invece negativa da 10 anni e l’anno scorso è arrivata a -188 milioni. La riserva tecnica di 1,144 miliardi basta appena a coprire due annualità delle attuali pensioni. E ora che, a fine giugno, viene a scadere il termine dell’ultimo rinvio per procedere alla nomina di un commissario dell’ente, con un chiaro mandato per la messa in sicurezza dell’Istituto, che è sottoposto alla vigilanza del ministero del Lavoro e di quello dell’Economia, è spuntato un emendamento al decreto Sostegni bis che chiede un’altra proroga di sei mesi. Primo firmatario è l’ex spin doctor di Matteo Renzi, Filippo Sensi, giornalista oggi parlamentare del Pd.

Quale che ne sia lo scopo recondito, è evidente che se la norma dovesse passare, avrà l’effetto di dare altro tempo ai vertici della cassa, ma anche agli editori. Questi ultimi, capitanati dal proprietario di Qn, La Nazione e Il Resto del Carlino, Andrea Monti Riffeser, non vedono certo di buon occhio un commissariamento che potrebbe frenare i prepensionamenti che si vanno preparando ora che il beneficio della cassa Covid è esaurito. Tanto vale la posta che, per scongiurare il commissario, si è parlato addirittura di far confluire nell’Inpgi tutti i lavoratori della filiera dell’editoria, oltre ai comunicatori. Ipotesi che tuttavia trova indisponibili tanto gli interessati quanto i loro rappresentanti sindacali, a fronte di un problema non solo di frammentarietà delle posizioni contrattuali e quindi previdenziali dei lavoratori dell’editoria, che anzi andrebbe affrontato, ma anche e soprattutto di garanzia pubblica delle pensioni.

Quanto ai vertici dell’Istituto, non si può certo dire che non abbiano avuto tempo per muoversi. L’ultimo piano di cui si ha notizia risale a gennaio, quando sul tavolo del cda dell’Istituto presieduto da Marina Macelloni, in cui siede dal 2016 anche Antonio Funiciello, oggi capo di gabinetto di Mario Draghi, c’era una ristrutturazione che è rimasta lettera morta e che incrociava tagli di prestazioni e contributi straordinari all’ampliamento della platea degli iscritti. All’epoca si parlò solo dei comunicatori, secondo uno schema che tuttavia la minoranza aveva bollato come “di facciata”, perché “privo di qualunque sostanza, visto che si tradurrebbe in nemmeno 20 milioni di euro di benefici l’anno per un quinquennio”.

Il progetto verrà rispolverato in occasione del cda del 23 giugno. Affiancandolo però ad un’altra fonte di denaro cui si sta lavorando più sottotraccia, stando a quanto sostiene un‘interpellanza dei senatori Lannutti, Pirro, Pisani e Angrisani ai ministri competenti pubblicata il 17 giugno scorso. Ai firmatari risulta che “i vertici dell’Istituto della previdenza giornalistica avrebbero studiato un modo per incassare quella liquidità necessaria alla sopravvivenza dell’ente, con una soluzione che consisterebbe nel trasferire gli immobili del fondo immobiliare in una SICAF (società di investimento a capitale fisso) al 51 per cento della gestione separata (INPGI 2) e al 49 per cento della gestione principale (INPGI 1)”. In pratica, sintetizzano gli interroganti, “i soldi dei giornalisti collaboratori andrebbero a “finanziare” le esigenze di cassa della gestione dei giornalisti dipendenti”.

Un’operazione che, se andasse in porto, andrebbe chiarita nei minimi dettagli, tanto più se si legge un’altra interpellanza degli stessi senatori datata 16 giugno: “Per tamponare le perdite, a partire dal 2013, l’INPGI ha progressivamente trasferito la proprietà degli immobili al fondo immobiliare “Giovanni Amendola”, di cui è l’unico azionista, e si è deciso di mettere in atto una rivalutazione del patrimonio immobiliare, un escamotage per usare le plusvalenze, fittizie, per coprire le perdite della gestione previdenziale. In parallelo è cominciata la vendita dello stesso patrimonio immobiliare, finalizzata a coprire un disavanzo. Il NAV del fondo immobiliare è attualmente inferiore rispetto al valore di conferimento degli immobili”. Non solo: “Nonostante la crisi e la necessità incombente di ricavare il massimo profitto dagli immobili a disposizione, non sempre la gestione di questi è stata trasparente e vantaggiosa per l’INPGI”, scrivono ancora i senatori, raccontando la curiosa vicenda di un immobile romano di pregio dell’Istituto affittato a un immobiliarista per 2,1 milioni l’anno e da lui subaffittato al Comune per oltre 9 milioni di euro. Insomma, non esattamente un curriculum che lascia presagire che dagli immobili esca qualcosa di buono.