Il titolo è “Cronache da bordo ring“, ma è a tutti gli effetti un bignami della nobile arte. Si tratta del libro del giornalista Claudio Colombo, che per più di 30 anni ha seguito la grande boxe per il Corriere della Sera, raccontando incontri epici, grandi personaggi, ma anche outsider e perdenti. Il volume edito da Edizioni inContropiede (180 pagine, 17.50 euro) raccoglie viaggi, appunti, note sparse su foglietti volanti, ritagli, in una sorta di condivisione comune dei ricordi dell’autore. Non solo cronaca, però, ma anche la descrizione delle sensazioni di chi è sul ring, gli sguardi, le emozioni, il linguaggio del corpo e, soprattutto, i colpi, che da bordo ring si vedono perfettamente. “Sono stato un cronista fortunato – spiega l’autore – ho attraversato una stagione d’oro del pugilato, forse l’ultima, e vissuto l’epoca in cui i giornali avevano la bizzarra consuetudine di mandare i loro inviati a seguire dal vivo gli avvenimenti. Per molti anni la boxe è stata il mio cortile professionale: non l’unico, per fortuna, ma certo il più importante. Ho visto e conosciuto i grandi campioni di quella stagione, sia italiani che stranieri, apprezzandone le qualità sportive e, in molti casi, anche quelle umane. Di qualcuno, posso dirlo, ho un ricordo che va oltre il puro aspetto lavorativo”.

Per gentile concessione della casa editrice pubblichiamo qui sotto il brano che racconta l’incontro tra Mike Tyson (che proprio oggi compie 55 anni) e Lennox Lewis.


Mike, Lennox e l’imperfezione della vita

“Sono pronto. Ora sto pregando perché Lennox non muoia d’infarto prima del match” (Mike Tyson)

“Non avrà scampo, lo farò impazzire con il mio jab” (Lennox Lewis)

I momenti più intriganti di un match di pugilato sono, spesso, quelli che li precedono, quando la tensione dialettica alza l’asticella dell’attenzione. Questo accade soprattutto alla vigilia dei grandi appuntamenti, con lo show di parole, promesse e minacce che di solito i contendenti mettono in scena un po’ per convinzione e molto per obblighi contrattuali. Sono momenti imperdibili, come quelli vissuti alla vigilia del match fra Mike Tyson e Lennox Lewis, giugno 2002 a Memphis, nel Tennessee, la città di Elvis Presley e di B.B. King, del bourbon-on-the-rock e del fucile di precisione che nel 1968 su un balcone del Lorraine Motel ammazzò un altro King, Martin Luther, uno dei grandi uomini che cambiarono l’America. È come se fossi ancora lì, oggi come allora, calato in un curioso loop temporale che mi proietta a quei momenti. Mi trovo proprio all’esterno del Lorraine Motel, dopo una doverosa visita alla memoria del reverendo, quando Massimo Lopes Pegna, amico e collega, corrispondente dalla Gazzetta dello Sport dagli Stati Uniti, mi contatta al cellulare. “Tyson si allena nel pomeriggio, è una sessione dove i giornalisti sono ammessi, dobbiamo correre”. Corriamo. Per arrivare al Fitzgerald Casinò, quartier generale del turbolento Mike, bisogna lasciare la città e addentrarsi nella campagna dove scorre placido il Mississippi. Cinquanta chilometri nel nulla, poi si entra nella contea di Tunica, altri campi immensi spazzati dal vento, un villaggio di poche case e nove templi del gioco d’azzardo sparpagliati nella pianura e sulle rive del “padre” di tutti i fiumi americani. Il Fitzgerald è uno di questi casermoni dove ogni anno centinaia di migliaia di persone dilapidano il loro denaro. Si attraversano legioni di slot-machine e tavoli di roulette, penetrando l’odore denso di pescegatto fritto e patatine, fino ad arrivare là dove l’ex campione dei pesi massimi – pantaloncini blu scuro, scarpette nere senza calze, l’espressione cupa – si sta allenando. Ci sono diciotto minuti di Tyson da non perdere. Diciotto minuti di sudore suo e nostro, perché al camp di allenamento di Iron Mike l’ordine di spegnere l’aria condizionata è scattato mezz’ora prima che avvenisse l’apparizione.

Fuori, e pian piano anche dentro, il termometro sfiora i 35 gradi. Diciotto minuti di seduta, un po’ di pugni alla speed-bag, due finte davanti allo specchio e poi la fuga: impacchettato in un asciugamano bianco, Tyson viene sottratto prima di aprire bocca davanti ai 400 giornalisti presenti. Viene in mente la mesta processione di un dead-man-walking: le guardie del corpo intorno, lui a testa bassa. È in questa grande sala di un casinò a forma di castello irlandese che si consuma uno degli ultimi atti della vigilia più asettica e marziana che si possa immaginare. La briosa atmosfera di Las Vegas, o quella un po’ retrò di Atlantic City – scenari famosi entrati nella geografia ufficiale dei grandi eventi di boxe – fanno a pugni con la cornice che inghiotte la supersfida dei pesi massimi Wbc e Ibf programmata nella sonnolenta calura di Memphis. Mike ha a disposizione una suite presidiata da guardie armate. Fino al giorno prima è stato ospite di una villa privata. Gli agi non lo aiutano a coltivare la rabbia agonistica: quando non telefona, guarda film in cassetta. Quando non vede film, dorme. È sotto costante controllo medico: più che il fisico, preoccupa la mente. Lennox Lewis staziona invece al Sam’s Town River Palace, cinque chilometri più a sud: ha preteso nel contratto di non avere contatti con Tyson prima del match, tanto che le operazioni di peso ufficiali, mai accaduto, si svolgeranno in tempi diversi. L’inglese ha fatto le cose come si deve: si è preparato per tre mesi sulle Pocono Hills, in Pennsylvania, svegliandosi ogni giorno alle 5.30 di mattina per una seduta di guanti al ritmo di Bob Marley. Chi lo ha visto allenarsi lo racconta concentrato ma allegro, determinato ma non oppresso da cattivi pensieri. Mentre l’altro si intontisce davanti alla tv, lui si rilassa giocando a scacchi. Tyson è circondato da un clan troppo rumoroso, dove è ricomparso dopo anni da clandestino Steve “Crocodile” Fitch, un ex galeotto in tuta mimetica che ha il ruolo ufficiale di motivatore.

Il coccodrillo possiede un vocabolario di una sola parola, “war”, guerra, che grida in continuazione. All’angolo andrà l’inquietante Panama Lewis, nonostante la sospensione a vita dalla boxe per aver fatto vincere un suo pugile imbottendo i guantoni con pezzi di ferro. Senza ruolo preciso, ma presente. E c’è soprattutto Ronnie Shields, ex campione dei welter junior, capo-allenatore al posto di Tommy Brooks. “Mike è in forma perfetta – ha giurato prendendo il pallino della conferenza stampa – è rapido, veloce, potente come ai bei tempi. E vincerà”. Ma il Tyson tornato pugile sembra aver perso la parola: per evitare, dicono, che dia fuori di matto davanti a domande troppo dirette e personali. Qualche giorno fa un giornalista ha chiesto a Stacy McKinley, uno dello staff tecnico, l’elenco dei medicinali anti-depressivi che Tyson sta assumendo. Stacy si è imbizzarrito minacciando di gettare il giornalista nel Mississippi. I diciotto minuti di blando allenamento hanno svelato un fisico massiccio, con un filo di grasso sui fianchi, ma tutto sommato tonico e reattivo. “È una macchina da combattimento, mentre l’altro è un codardo” ha sentenziato McKinley. In preparazione alla sfida, per cinque settimane, Mike si è isolato, letteralmente, in un resort di Maui, nelle Hawaii, dove ha mandato all’ospedale cinque sparring-partners e da dove, dopo ogni costola rotta, mascella incrinata, sopracciglio divelto, ha inviato a Lewis scomposti messaggi di minaccia. È pronto a tutto, Iron Mike, pur di tornare in possesso di una cintura che insegue da troppi anni: “Se Lewis sarà scorretto, lui lo morderà”, ha minacciato Shields. È una battuta, forse. Ma il precedente con Holyfield, al quale Tyson staccò di netto un lembo dell’orecchio destro, non depone a favore dell’ex campione.

Per ospitare l’evento, rifiutato da Las Vegas per le incertezze sulla riuscita del business, gli organizzatori di Memphis hanno sborsato una cauzione di 15 milioni di euro, contando di incassare, come indotto turistico-commerciale, almeno il triplo. Ma la vendita di biglietti ha subito un brusco rallentamento: ne avanzano circa 3.000 sui 19.185 in circolazione. A non doversi lamentare sono loro due, il Bello e la Bestia: incasseranno quasi 20 milioni di euro garantiti a testa, più alcuni bonus che potrebbero alzare la cifra a 30. È il match più ricco, al momento, della storia del pugilato. Ed è il più atteso degli ultimi anni. Ma la domanda delle cento pistole è questa: chi sono i due protagonisti? Cioè: chi sono veramente? Che cosa possono ancora dare alla boxe dopo carriere non lunghissime ma certamente logoranti? Di Tyson conosciamo ogni più recondito segreto. È considerato dai più un animale. La vera condanna per un personaggio popolare sta nel dover subire intrusioni massicce, e talvolta vigliacche, nella propria vita. Tyson è stato un campione, uno dei più grandi picchiatori della storia, poi si è perso, e ancora sta cercando di trovare una strada meno accidentata verso la rinascita umana e sportiva. Ha commesso errori madornali, ha pagato con tre anni di prigione lo stupro ai danni di una ragazza, ha vissuto una sospensione dell’esistenza che lo ha reso più accorto ma non ancora del tutto libero da chiare tendenze autodistruttive.

Il mondo dello sport è pieno zeppo di campioni maudits: Tyson sta ai primissimi posti della classifica. Il problema della sfida contro Lewis è che Lewis è una pietra di paragone scomoda. Lennox è considerato un campione gentiluomo, persino troppo, quasi noioso. Noioso e mammone: la signora Violet, una bella ex ragazza di origine giamaicana, ben vestita e con ben studiati spruzzi di bianco nei capelli, prepara ancora i pasti e gli stira gli indumenti di lavoro. Il papà scappò quando lui e Dennis, il fratello maggiore, erano piccoli. Da Londra si spostarono a Kitchener, in Canada, dove il ragazzo è cresciuto all’ombra di Arnie Boehm, un vecchio signore con la passione per la boxe. Boehm è stato il suo allenatore fino al 1988, anno in cui Lennox, il barboso, piatto, prevedibile Lennox vinse l’oro olimpico a Seul. Violet e Arnie sono stati i cardini della vita del campione del mondo: “Mi hanno insegnato a vivere e a combattere. A stare nelle regole”. Banale? Non per Lennox: etica e regole, morale e disciplina sono parole che appartengono da sempre al suo vocabolario. Per questo dicono: bravo, sì, ma poco personaggio. Vuoi mettere Tyson? L’esagerato, maleducato, bestiale Tyson? Lord Lewis non morderà mai un orecchio, non tirerà mai una testata, non ficcherà mai il pollice nell’occhio dell’avversario o un pugno sotto la cintura. Se anzi, per caso, gli partisse un colpo basso, Lennox si fermerebbe a scusarsi, come insegnano le regole del marchese di Queensbury.

E quando perde (gli è accaduto due volte, per pura distrazione), Lewis non si aggrappa a scuse, non cerca alibi: perde e basta. “Nella vita ho imparato a convivere con l’idea della sconfitta, si può perdere sul ring, si può perdere fuori. Ma arriva sempre il momento della rivincita”. È stato così che, messo al tappeto due volte da due avversari di livello inferiore (McCall e Rahman, meteore), ha riacchiappato il titolo mondiale nella rivincita con due sbrigativi e definitivi knock-out. Lennox Lewis pensa troppo, legge molto, gioca a scacchi e non ha mai minacciato nessuno. “Manny” Steward, il suo allenatore, testa pensante del clan britannico, un passato al fianco di campionissimi come Tommy Hearns, Julio Cesar Chavez e Oscar De La Hoya, ha sempre sostenuto di avere tra le mani il più grande peso massimo di sempre. Esagerato? Certamente sì. Corrisponde al vero la circostanza che il mondo del boxing abbia apprezzato Lewis meno di quanto meritasse: non possono essere un caso, per esempio, le 16 sfide sostenute per il mondiale dei massimi e le 14 vittorie (inciso: ha conquistato la corona che agli inglesi mancava dai tempi preistorici di Bob Fitzsimmons). Oppure che nel suo palmarès siano transitati (perdendo) i migliori pesi massimi degli anni ’90. Gliene mancava uno, Mike Tyson, quasi coetaneo (Lennox 1965, l’americano 1966), ex amico, di gran lunga più popolare, più ricco, più acclamato. Il Bello e la Bestia, appunto. Gli mancava, Tyson. Ora c’è. Al miscuglio dei sentimenti contrastanti, di attitudini stridenti, di caratteri opposti va aggiunta la chimica di due atleti diversi per stile e vocazione. Lennox appare sempre tranquillo, rilassato, sereno. Mike va a scatti, da bipolare classico: un giorno è cupo e muto, il giorno dopo sorride e straparla. Lennox non ha problemi a mettere in mostra il sé piacevole e rispettoso: a Memphis ha persino partecipato a una parata pubblicitaria nel centro della città.

Mike ha scelto la fuga: ha fatto una fugace e malmostosa visita nel ghetto nero, facendosi fotografare con un’anziana parrucchiera che nel vederlo comparire nel suo negozio ha rischiato un colpo apoplettico per l’emozione. Questa è un’altra differenza tra i due, ha sottolineato qualcuno: Lennox sta con i ricchi, Mike con i poveri; Lennox è il campione dei bianchi, Tyson è nero fuori e dentro. Lewis è sempre passato sopra al giudizio dei sociologi improvvisati. Secondo Steward, non farà neppure troppa fatica a vincere. E dire che Lewis e Mike un tempo erano amici. Nell’aprile del 1984, ragazzini, si frequentarono per quattro giorni a Catskill, il covo di Tyson, la culla dove Cus D’Amato montò pezzo su pezzo una delle più terrificanti macchine da pugni della storia. Lewis era già un dilettante affermato, Tyson sognava il professionismo. Fecero alcune sedute di guanti, in un clima agonistico sempre più torrido.

Stacy McKinley, assistent-coach di Tyson, sostiene ancora oggi di avere delle foto (mai mostrate in pubblico) che mostrano Mike mandare k.o. Lennox. Ma Lewis ha sempre negato: “Lui mi gonfiò il labbro, io gli feci sanguinare la bocca. Tutto qui”. Cus D’Amato profetizzò: “Un giorno voi due vi sfiderete per il mondiale”. Cus era un grande perché ci azzeccava sempre. È morto anni fa di polmonite, per Mike fu come perdere un padre. Per stemperare un po’ di tensione, prima di allenarsi blandamente, Lewis ha giocato a scacchi con un tredicenne della scuola di Oakhaven davanti a fotografi e telecamere. Lewis passa per un grande giocatore di scacchi. Beh, il giovane Carlos ha aperto con una mossa che lo ha tramortito. Dopo cinque minuti Lennox si è arreso. Applausi. Nel frattempo, Tyson usciva dal suo isolamento facendo un secondo allenamento pubblico al Fitzgerald Casinò, presenti molti bambini. Uno di loro gli ha chiesto: “Mike, perché hai staccato l’orecchio a Holyfield?”. Lui, senza sbranarlo, ha risposto: “Non so perché, non ricordo, è passato tanto di quel tempo…”. Anche l’epilogo di quei giorni così strani è un film che ancora adesso si srotola nella mia testa come immagini girate al rallentatore. Prima sequenza: steso sul tappeto a pancia in su, ottavo round, più o meno alle dieci di sera, Mike Tyson si è subito coperto il volto con il braccio sinistro, come a voler nascondere la vergogna. Poi, sentendo in bocca il sapore del sangue, ha provato a rialzare la testa. Ha cercato qualcuno con gli occhi, guardando a destra e a sinistra, sorpreso di trovarsi lì, di sentire il proprio corpo così pesante, così lontano da sé, così privo di reazioni. Quietamente, come se volesse dormire, ha riappoggiato la nuca a terra, abbassato le palpebre gonfie, rilassato le gambe e tutto se stesso, forse sperando di essere in un sogno. Ma che cos’era tutto quel sangue che gli usciva dal naso? E quella gente che urlava intorno a lui? E quel gigante laggiù, in fondo al ring, che esultava come un bambino felice? Qualcosa doveva essere andato storto. Seconda sequenza: Eddie Cotton, l’arbitro della contesa, è stato il primo a soccorrerlo: “Stai bene? Puoi rialzarti?”. Nessuna risposta. Ronnie Shields e Stacy McKinley, i suoi allenatori, lo hanno raccolto e riportato all’angolo.

“È finita, Mike”, gli hanno sussurrato all’ orecchio. Aveva appena subito il k.o., spietato e definitivo. Una sentenza. No doubt, niente dubbi, hanno certificato i commentatori televisivi spiegando che cosa era appena accaduto: troppo ampio il divario tecnico tra i due; troppo evidente il gap fisico fra Tyson, improvvisamente piccolo e tozzo, e Lennox, sempre più alto e torreggiante; troppo scontata la chiave magica e malvagia utilizzata dal campione inglese (jab, jab e ancora jab) per scardinare la difesa dell’avversario e neutralizzare la sua sterile aggressività. Terza sequenza, quella che riassume tutta la serata e ci porta verso il “the end”: il match di Memphis, 8 giugno 2002, in un fantasmagorico palasport costruito a forma di piramide, ha detto questo: prima ripresa per Iron Mike, illusorio gancio sinistro che per un attimo ha sconcertato il rivale, poi l’uragano-Lewis, devastante e definitivo. Epilogo all’ottavo round, minuto 2, secondi 25: gancio destro di chirurgica precisione. Iron Mike era già caduto alla quarta ripresa, ma per una spinta di Lewis che l’arbitro aveva sanzionato con un’ammonizione. Stavolta niente spinta. Si è trattato di un cazzotto che ha staccato la corrente a Tyson. No doubt, niente dubbi. Nella boxe conta essere tecnici, non soltanto potenti. Contano la scherma, la duttilità nel trovare in un attimo nuove soluzioni tattiche, il controllo della situazione. Sul ring Lennox ha aperto il libro delle conoscenze acquisite in due decenni di boxe. Pagina uno: comanda il gioco ma adatta il tuo stile a quello dell’avversario. Pagina due: chiudi ogni varco e, se è il caso, utilizza qualche colpo sporco. Pagina tre: se hai l’allungo superiore, lavora da lontano senza mai forzare la situazione. Tyson ha invece mostrato un desolante vuoto strategico e ha subito una lezione durissima e definitiva, anche se alla fine, con gli occhi semichiusi per le due ferite patite nel terzo e nel quinto round, ha rifiutato l’idea di poter essere un ex pugile. Bello e spietato, Lennox Lewis ne ha chiuso la carriera, tre lustri di grande e piccola boxe, due titoli mondiali conquistati, milioni di dollari guadagnati, decine di colpi bassi dalla vita. Una cosa è certa: Lewis il noiosone sta sicuramente nei primi dieci pesi massimi della storia, era quello che voleva. E ora “desidero soltanto riposarmi, vedere in tv un po’ di calcio, tifare per l’Inghilterra sperando che vinca il titolo, come me”. Ricco, civile e anche patriota: dopo l’elettrizzante follia di Tyson, la boxe deve molto a Lennox Lewis. Con lui ha tirato il fiato con un po’ di sana normalità.

Mike Tyson è nato a Brooklyn, New York, il 30 giugno 1966. È stato campione mondiale dei pesi massimi dal 1986 al 1991 e nel 1996. Si è ritirato nel 2005; ha disputato 58 match, con 50 vittorie (44 k.o.), 6 sconfitte, 2 no contest. Round combattuti 216.

Lennox Lewis è nato a Londra il 2 settembre 1965. Medaglia d’oro olimpica nei pesi supermassimi ai Giochi di Seul nel 1988, è stato campione mondiale dei pesi massimi dal 1992 al 1994, dal 1997 al 2003. Si è ritirato nel 2003; ha disputato 44 match, con 41 vittorie (32 k.o.), 2 sconfitte, un pareggio. Round combattuti 225.

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