Olimpiadi

Laurel Hubbard, la pesista neozelandese in gara a Tokyo: è la prima donna transessuale a partecipare alle Olimpiadi

Prima del 2015 le atlete transgender non erano ammesse ai Giochi olimpici. Poi il Cio ha aggiornato il regolamento che riguardava anche questo aspetto, dando la possibilità alle persone che hanno cambiato sesso di poter gareggiare rispettando alcuni parametri. Ma sul tema esperti e tifosi sono ancora divisi

Da oggi le Olimpiadi potrebbero non essere più le stesse. Nella categoria +87 kg del sollevamento pesi scenderà in pedana la neozelandese Laurel Hubbard, prima atleta transessuale a partecipare ai Giochi Olimpici. La storia di Hubbard, che prima si chiamava Gavin, è molto conosciuta nel mondo del sollevamento pesi e ha sempre fatto discutere sia in senso negativo che positivo, fin dal momento in cui ha deciso di cambiare sesso e restare una pesista internazionale.

Il suo processo è iniziato otto anni fa, all’età di 35 anni, e il fatto che gareggi ancora oggi, nella gara di Tokyo, le farà raggiungere un record, ovvero quello di atleta del sollevamento pesi più anziana ad aver mai partecipato a una gara olimpica, a 43 anni. Prima del 2015 le atlete transgender non erano ammesse ai Giochi olimpici. Poi il Cio ha aggiornato il regolamento che riguardava anche questo aspetto, dando la possibilità alle persone che hanno cambiato sesso di poter gareggiare. Nelle gare femminili in particolare, le donne transessuali ai controlli devono attestarsi su livelli di testosterone inferiori a 10 nanomoli per litro almeno per i 12 mesi precedenti alla competizione. Inoltre, sempre il Cio ha imposto a chi dichiara la propria identità di genere femminile di non poterla modificare per quattro anni. La Hubbard ha rispettato questi parametri e queste tempistiche e sarà così in gara a Tokyo.

Ovviamente non è così facile per lei restare solo nei parametri e nei tempi, senza sentire il rumore delle polemiche che la stanno accompagnando da quando si è qualificata, dopo aver sollevato 285 chilogrammi proprio nella tappa della Coppa del Mondo di Roma, ottenendo così il pass olimpico. Il dibattito riguarda soprattutto tutto quello che di maschile un’atleta manterrebbe anche in caso di cambio di genere. Per alcune associazioni e studiosi, nonostante le terapie ormonali, una donna transessuale conserverebbe caratteristiche fisiche, ad esempio la densità ossea, che comunque le porterebbero dei vantaggi evidenti soprattutto in sport dove la forza è l’elemento essenziale da cui partire. Dall’altra parte ci sono esperti che invece sottolineano come il limite massimo di testosterone richiesto per accettare un’atleta trans, anche se cinque volte più alto rispetto a quello di un’atleta biologicamente nata donna, diminuisca sensibilmente la prestazione di forza e che oltretutto sia normale che le differenze fisiche tra atleti esistano anche al di là del sesso di nascita. In particolare, uno studio pubblicato sul British Journal of Sport Medicine, a firma di Timothy Roberts, ha sottolineato come le differenze fisiche scompaiano dopo uno o due anni di terapie ormonali, il che fa eguagliare le performance sportive senza nessuna differenza prestativa dovuta al vecchio genere.

I discorsi da fare sul tema sono ancora tanti e altrettanti i punti di vista forse difficilmente incastrabili e con pochi punti di connessione per arrivare a un momento di condivisione, ma di sicuro siamo solo all’inizio di un processo che inizia solo oggi. Laurel Hubbard scenderà in pedana e cercherà di battere Li Wenwen, la strepitosa pesista cinese, campionessa mondiale a Pattaya nel 2019 e detentrice del record del mondo a soli 21 anni. Quando inizierà la gara, di sicuro penseremo solo a questo.