Cinema

Festival di Venezia 2021, La Caja è un altro papabile per il Leone d’oro

Il regista venezuelano è quel Lorenzo Vigas che il Leone d’Oro lo ha già vinto nel 2015, inaspettatamente, prima produzione latinoamericana nella storia di Venezia, con Ti guardo

di Davide Turrini

Scansatevi perché al giro di boa di Venezia 78 arriva un altro papabile Leone d’Oro dalla forza dirompente. S’intitola La Caja e il regista venezuelano è quel Lorenzo Vigas che il Leone d’Oro lo ha già vinto nel 2015, inaspettatamente, prima produzione latinoamericana nella storia di Venezia, con Ti guardo. Il plot è semplice: Hatzin (Hatzin Navarrete) un ragazzino mulatto di Città del Messico sta compiendo un lungo viaggio in pullman per andare a recuperare in una landa desolata nel Nord del Messico un’urna rettangolare con il resti del padre. Solo che risalito sul pullman intravede per strada un tizio grosso, grasso e barbuto (Hernan Mendoza) che gli ricorda il padre. Hatzin scende all’improvviso dal mezzo, rincorre l’uomo e nonostante la risposta negativa del tizio continua a pedinarlo ovunque per ore e giorni credendo che sia comunque suo padre. Dopo strepiti e strattoni di ogni genere per allontanare Hatzin, l’uomo che lavora su un piccolo pick-up, ed è una sorta di arrabattato ma influente selezionatore di manodopera locale a bassissimo costo per grandi fabbriche di tessuti, accetta comunque la presenza del ragazzo accanto a lui per aiutarlo nel lavoro di “selezione” e gestione del personale. Non siete lontani dalla soluzione quando pensate che su questa traiettoria ambigua, elastica, fluida, tra presunto padre e presunto figlio, si giochi l’equilibrio e la riuscita de La Caja.

Vigas, anche allo script e alla produzione, costruisce rami e foglie della storia, attorno al tronco robusto e ben saldo a terra della vita. La linea di sangue padre-figlio, metafora fatiscente di un intero continente ammaliato da decenni da padri del popolo lontani e carismatici, sembra come riecheggiare solenne addirittura dall’epica del western. Gli scenari a perdita d’occhio da campo lunghissimo, i cavalli che appaiono verso la conclusione, lo spazio aperto innevato che serve come turning point definitivo del racconto, ma soprattutto quel suono metallico da speroni che tintinnano che il padre presunto si trascina ad ogni passo fin dalla sua prima inquadratura in scena, certificano che La caja è una sintesi originale di spunti e soluzioni che vanno oltre un naturale realismo psicologico per invadere spesso l’ambito sociopolitico. Già perché contrariamente al subdolo reazionarismo di un cinema a produzione messicano, con sguardo sulla martoriata società del Messico, come Sundown di Michel Franco, Vigas (paradosso: produce La caja anche Michel Franco!) ha l’ardire di illustrare qualcosa di più di un contorno nel seguire per qualche sprazzo di sequenza anche il reclutamento e la protesta di una povera ragazza indigena selezionata per lavorare dal presunto padre di Hatzin in mezzo alla strada, al freddo, con la solita tiritera che bisogna lavorare veloci e darsi da fare perché altrimenti i cinesi fregheranno i locali con i loro prodotti.

Qui si apre il rovello etico, lo sguardo intonso e critico (quando Hatzin entra nell’immenso hangar fabbrica dove si confezionano e stirano indumenti la soggettiva è da brividi) sul sistema di oppressione classista di un Messico devastato dallo sfruttamento e dalla violenza (anche se qui i cartelli del narcotraffico non c’entrano un tubo). Capitalismo neoliberista all’ennesima potenza con un messicano non indigeno (il padre presunto), figura meramente intermedia che decide le sorti, e zittisce le protesta anche con metodi definitivi, degli ultimi della scala gerarchia socioeconomica, ovvero i reclutati in strada, per poi farsi lui la sua “fabbrichetta” dove a sua volta recluterà personale da sfruttare. Insomma, non c’è via d’uscita da questo schema subdolo e infernale. Vigas riesce così nel miracolo di coniugare i due bordoni narrativi in un unico pastoso e ipnotico flusso visivo, con i dialoghi ridotti all’essenziale e queste inquadrature a mezzo busto che stampano pauperisticamente alle spalle dei due protagonisti lembi di muro, angoli di finestrini, porzioni angolate di cielo. Ed è nella ricerca di una intima verità familiare, come di una giustizia civile generale, che La Caja si gioca tutto, fino agli ultimi istanti di girato, dove il sapore della polvere e della fatica, aroma di una realtà incontrovertibile, fanno saltare il banco. Immenso il lavoro di Hector Mendoza, perno emotivo, spirituale, fisico di tutto il racconto. Girato nei dintorni di Chihuahua schivando e convincendo veri narcotrafficanti armati che non si stava parlando e criticando loro.

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