Pezzi che se ne vanno e maggiorenti che tornano a chiedere “responsabilità”, sottolineando come dentro il partito non ci sia spazio per i No vax e abbiano un peso i governatori che a inizio settembre avevano firmato un documento con Matteo Salvini sui punti fermi nella gestione della pandemia. Il caos dentro la Lega è ormai in chiaro, non corre più solo dentro le chat del partito. Finisce sui giornali, monta a meno di due settimane dalle elezioni amministrative che rischiano di trasformarsi in uno spartiacque per gli equilibri del partito dilaniato dalle posizioni su Green pass e vaccini. Il casus belli è diventato l’estensione del certificato verde all’ambito lavorativo, sotto però covano il sostegno al governo Draghi e il controllo del Carroccio. Anche se il segretario respinge ogni timore per la tenuta del partito. Intanto perde per strada qualche pezzo, che andandosene getta benzina sul fuoco.

Francesca Donato, europarlamentare no vax tra le più fedeli salviniane, lo dice senza giri di parole per spiegare il suo addio: la linea critica nei confronti dei provvedimenti dell’esecutivo, certificazione verde in primis, “pur condivisa da larga parte della base è diventata minoritaria: prevale la posizione dei ministri, con Giorgetti, e dei governatori. Io non mi trovo più a mio agio e tolgo tutti dall’imbarazzo”. Il partito guidato da Salvini ha spesso detto di no in tv e sui giornali ma in Consiglio dei ministri ha votato sì all’estensione, voluta fortemente dal premier. “Non posso più stare in un partito che sostiene l’esecutivo Draghi”, dichiara Donato a La Repubblica sottolineando come “va riconosciuto a Giorgia Meloni di aver mostrato coraggio e lungimiranza non entrando al governo”.

La risposta del segretario è stata tranchant: respinge i timori per l’unità del partito (“Assolutamente no”) e taglia corto sull’addio dell’europarlamentare. “Chi va lo ringrazio, lo saluto e tanti auguri”, ha detto sottolineando che non c’è stata una sua sconfitta sul Green pass. “Non commento le fantasie, commento la realtà e la realtà sono le bollette e le tasse”. Resta quanto accaduto nelle ultime settimane: il segretario non è mai stato così in difficoltà nel tenere insieme la ‘pancia’ e l’ala più governista del partito, nella quale va inserito anche Massimiliano Fedriga che rimarca come “il caos è stato generalizzato” e “molti hanno assunto posizioni altalenanti” sulla gestione di questa fase della pandemia: “Io penso si debba usare di più la ragione anziché alimentare la confusione”. La difesa di Salvini c’è, ma con una sorta di avvertimento: “Ha cercato un equilibrio, sforzandosi di ascoltare anche le posizioni di chi non è convinto dei vaccini – dice il governatore del Friuli-Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni – Ora bisogna evitare guerre per bande. Chi ha compiti di responsabilità deve aiutare il Paese a rialzarsi. Il tentativo di Salvini è stato quello di non condannare nessuno”.

Poi a The Breakfast Club su Radio Capital, Fedriga è stato ancora più esplicito: “Nel primo partito d’Italia è normale che ci siano correnti diverse, ma dentro la Lega non c’è spazio per i no vax”. E la posizione del Carroccio, fa sintesi, è quella contenuto nel documento firmato da governatori e segretario a inizio settembre che teneva insieme promozione della campagna vaccinale, green pass per favorire le riaperture, tamponi gratuiti e salivari, estensione dell’utilizzo dei monoclonali prescrivibili anche dai medici di base. Cinque punti che al momento sono in gran parte rimasti sulla carta, rispetto a quanto stabilito dal Consiglio dei ministri. E visto quanto deciso dal governatore, con il via libera dei presidenti di Regione, la perdita è certamente del segretario. Del resto da settimane la spinta di pezzi della Lega è tutta verso un sempre più ampio appoggio alla campagna vaccinale e all’uso del Green pass per regolare la partecipazione alle attività. Due elementi sui quali il presidente del Consiglio Mario Draghi e i governatori, compresi i leghisti, si trovano in sintonia.

A prendere posizione sono stati in tanti. Non solo quel Luca Zaia da anni in ‘guerra fredda’ con Salvini: da un lato sostiene che “non c’è alcuno scandalo nella diversità di vedute”, ma è lesto a chiedere una “sintesi” e sottolineare che “non facciamo più le riunioni in una cabina telefonica”. A schierarsi sono stati anche fedelissimi del segretario come Attilio Fontana e Fedriga, cresciuto nella scuderia salviniana ma che da presidente della Conferenza delle Regioni ha vestito da tempo l’abito istituzionale e da amministratore sente vicina l’esigenza delle attività economiche di continuare a lavorare in tranquillità nei prossimi mesi, quando la pandemia rischia di sferrare gli ultimi colpi di coda. Nelle scorse ore ha definito il Green pass una “responsabilità anche per il governo”, che “con questo strumento deve garantire le aperture”: “A chi usa il Green pass dobbiamo dire che i lockdown non ci saranno più – ha spiegato tracciando la richiesta della Conferenza – Se una regione dovesse diventare arancione o rossa, i locali con il Green pass resteranno aperti”.

Posizioni che stanno spingendo gli irriducibili verso l’esterno, con il segretario costretto a mediare sempre più alla ricerca di un equilibrio che si fa man mano più ballerino. Donato – che lo scorso luglio aveva citato i lager nazisti contro i vaccini e solo qualche giorno fa era stata protagonista di un botta e risposta con l’epidemiologa Stefania Salmaso sull’ivermectina – non ci ha girato troppo intorno nel giorno dei saluti: “Si trova in una posizione delicata. Rappresenta un partito con diverse anime, ma c’è una prevalenza della linea dei presidenti di Regione e dei ministri, capeggiati da Giorgetti, a favore delle scelte del governo Draghi”. Il segretario, ha ribadito, si è ritrovato in minoranza: “Almeno all’interno della segreteria del partito pare che sia così”. E vaticina anche un punto di rottura: “Non pensate che le voci contrarie alla linea pro-governo, fra gli eletti, siano sono quelle di Borghi, Bagnai o Siri. C’è un forte dissenso interno che, laddove non sarà composto, non potrà che emergere: potrà verificarsi pure una scissione”.

Parole di fuoco che da Bruxelles provano a spegnere: “Fare parte di un partito significa fare gioco di squadra: quando prevalgono i personalismi e le divergenze sono insanabili, bene che le strade si dividano”, le parole al vetriolo del capogruppo di Identità e democrazia al parlamento Ue Marco Zanni e il capodelegazione della lega Marco Campomenosi. “Proseguiamo il nostro lavoro e non diamo adito alle polemiche di chi, dopo aver messo in cattiva luce la Lega per giustificare il suo abbandono, getta discredito sui colleghi. Nel nostro gruppo non c’è spazio per chi agisce in questo modo”, l’attacco degli eurodeputati.

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