di Ilaria Maggianu Scano

Il 28 settembre Grazia Deledda compie 150 anni. La performer culturale barbaricina, unica donna italiana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, come si colloca in seno alla scuola italiana? Semplice, non si colloca affatto.

Nel 2010, ancor prima della sigla dell’Agenda per lo Sviluppo sostenibile 2030, la Scuola italiana mutava la propria staticità con l’adeguamento degli storici programmi didattici con le nuove “linee guida” e indicazioni nazionali che forniscono un orientamento accogliente e valorizzante, di fatto, l’iniziativa personale e la formazione del docente. In un simile quadro, non sarebbe riduttivo parlare di trionfo dell’inserimento di Grazia Deledda nei libri di testo di letteratura italiana, seppur in maniera affatto proporzionale alla significatività del maestoso corpus deleddiano nelle sue molteplici declinazioni, bensì semplicemente accostata al Verismo.

Si parla, concretamente, di poche righe che un docente motivato e documentato dovrà sapientemente integrare con ulteriori materiali, stavolta, qui sta la differenza, con la benedizione del Miur. Non deve stupire la tepidézza nei confronti del Nobel dal momento che persino in patria, per lungo tempo, è stata tutt’altro che profeta, al più una tormentata Cassandra. Uno degli atteggiamenti più stigmatizzati del popolo sardo è quello di essere uno storico deificio di quanto si trovi extra moenia. Tutto ciò che arriva dal “Continente civilizzato” sembra godere di maggiore fascino rispetto a qualsiasi equivalente iniziativa indigena. Una vera e propria ricerca del timbro dell’uomo bianco, si direbbe.

Anche lo studio di Grazia Deledda in ambiente accademico venne per decenni considerato pregiudizialmente come approccio provincialistico alla speculazione letteraria. Dove c’è fumo c’è fuoco, va detto. Al di là di ogni riflessione sul presunto auto sabotaggio intellettuale in terra sarda, destano più di qualche riflessione le parole di Fabrizio de André circa il popolo che lo ha amato e lo ama incondizionatamente. Tempo fa, il giornalista Mario Luzzato Fegiz, ricorda in un’intervista al primogenito Cristiano del rapporto di amore odio con la Sardegna, e di uno scontro con la piccola Luisa Vittoria che non voleva lasciare l’isola per completare gli studi a Milano: “Non ho allevato una figlia perché sposi uno che si chiami Porcu o Melis”. Tanti, tantissimi i Porcu i Melis che certamente lo hanno ascoltato con passione e che hanno studiato nelle scuole sarde a lui dedicate, nei circoli musicali e presso le associazioni musicali omonime.

Ma, al netto di ciò che può rimanere una caustica boutade, rimane lo scarso mordente, la deferenza sbrigativa con cui i sardi hanno liquidato, per decine di lustri, chi ha certamente reso la terra sconosciuta persino al governo centrale, famosa in tutto il pianeta, con le proprie antropologiche peculiarità e i mali endemici da risolvere, che avevano bisogno del premio capitale per la cultura per ottenere una luce che ne facesse emergere gli snodi esiziali. Si pensi all’impensabile: per ben oltre un secolo, a ogni anniversario deleddiano, emergeva reiteratamente la vexata quaestio della data di nascita, è nata nel 1971 o nel 1975, come civettuolamente dichiarava la scrittrice? È nata effettivamente il 27 o il 28 settembre? L’indecisione nella dichiarazione di una data univoca suggerisce la scarsa attenzione metodologica del percorso di ricerca.

A dare una risoluzione apodittica il Filologo dell’Università di Sassari, deleddista, Dino Manca: “Nacque ‘il 28 spirante alle ore 2 antemeridiane’. Secondo il certificato di nascita. Venne denunciata dal padre, uomo assolutamente preciso, fu sindaco di Nuoro, è da escludere che abbia compiuto un errore tanto grossolano. Deledda ha tre nomi: Grazia Cosima Damiana, in onore della festività religiosa prossima che cade il 27, i santi Cosma e Damiano. Ad ogni modo, da un punto di vista filologico la fonte ufficiale scritta prevale sulla fonte orale di memoria”.

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