Appena la guerra calpestò l’atrio col suo stivale, Obrad indossò l’uniforme e si presentò davanti al palazzo, rabbioso e armato fino ai denti. Lo rimandarono però ai suoi compiti: guidare l’escavatore in città e spostare le case distrutte, quindi il vicino Obrad, guidando il suo escavatore, distrusse l’intera città vecchia e la caricò sui camion che trasportavano il materiale della case musulmane abbattute chissà dove e chissà a chi. A quelli che stavano di guardia nei posti di blocco in città sorrideva e diceva che lui stava facendo un’opera per la nazione, mentre loro si divertivano, lui eliminava i muri impuri”.

L’ascensore di Prijedor, di Darko Cvijetić (traduzione di Elisa Copetti e postfazione di Federica Manzon; Bottega Errante Edizioni), è uno straordinario affresco sulle conseguenze belluine della guerra che ha lacerato la ex Jugoslavia. Un condominio di mattoni rossi di tredici piani, inaugurato per ospitare centoquattro famiglie di tutte le fedi che componevano la federazione, dove i vicini si conoscevano tutti e il Primo Maggio intonavano L’Internazionale, e i bambini collezionavano figurine, costruivano insieme Tito di cartone e marescialli di ghiaccio con falli giganti, dove croati, bosgnacchi e serbi frequentavano le stesse locande e brindavano agli stessi fragili sogni, e i ragazzi ascoltavano i Doors dal tetto del palazzo guardando le fabbriche sottostanti e gli avvallamenti della Kraijna. Un villaggio verticale che nel 1992 vede i suoi corridoi calpestati dalla guerra, dall’orrore. I vicini di casa si trasformano in nemici, i figli scompaiono, le madri impazziscono, i cadaveri si ammucchiano sul ciglio delle strade e le vecchie miniere diventano fosse comuni.

In uno dei teatri più cruenti del conflitto balcanico (dopo Srebrenica l’area di Prijedor è stata quella con il più alto numero di civili uccisi), l’autore ambienta una storia reale, rabbiosa, drammatica, interpretata da fantasmi. Dà voce ai sopravvissuti e ai morti, a chi è rimasto e chi è dovuto andarsene, ai carnefici e alle vittime. La sua è una testimonianza diretta, Darko Cvijetić, infatti, ha abitato tutta la vita nel palazzo di cui parla, ha deciso di tornarci durante la guerra, quando si trovava in una situazione di relativo agio a Zagabria, dove studiava. Un’opera che lascia il segno, cruda, lirica e senza fronzoli. Probabilmente una delle migliori prove narrative sulla cagionevolezza della psicologia umana e le conseguenze di aderire al gregge senza porsi domande.

Accarezzo le pareti scure e quel ventre ringrazia, lasciandomi annusare il suo odore di cemento, di muffa, di cantina, di buono. L’edificio resta in silenzio, ci ascolta salire le scale. Su un pianerottolo ha lasciato che una gatta partorisse i suoi cuccioli. Sdraiata su un fianco in una scatola di cartone tra stracci che sanno di madre, allatta i gomitoli dagli occhi chiusi”.

Donbass, la guerra fantasma, di Sara Reginella (Edizioni Exòrma), racconta le conseguenze della crisi innescatasi nel 2014 quando, a seguito dell’autoproclamazione delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, nella regione del Donbass si è scatenato un conflitto che vede opposti l’esercito ucraino e i separatisti filo-russi.

Per riuscire a fornire una testimonianza credibile dei fatti narrati, Sara Reginella, psicoterapeuta e autrice di reportage di guerra, si immerge nei luoghi della quotidianità, conversando con uomini e donne comuni, miliziani, profughi, studenti, professori, impiegati. È un’inchiesta fatta di testimonianze, un po’ come ne I giusti nel tempo del male, di Svetlana Broz, sul conflitto bosniaco, un reportage che riesce a dare voce agli anonimi della Storia, agli abitanti delle lacerate terre del bacino del Donec, che si addentra tra villaggi devastati, città fantasma, campi di rifugiati, palazzi sventrati, dando luce, nero su bianco, alla dicotomia di chi vede nel desiderio di autodeterminazione del Donbass una forma legittima di resistenza antifascista e chi, invece, come una rivolta terroristica foraggiata dalla Russia. Con il quasi totale disinteresse dei media occidentali.

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