Nonostante tutto il 2021 è stato un buon anno per i mercati, soprattutto quelli di Stati Uniti e Europa. I corposi interventi delle banche centrali, e dunque condizioni monetarie estremamente favorevoli, a cui si sono aggiunti sostanziosi programmi governativi hanno prodotto una ripresa più forte di quanto atteso e favorito la corsa dei listini. L’indice più importante del mondo, l’S&P500 di Wall Street, chiude l’anno sui massimi storici con un rialzo rispetto al 2020 vicino al 30% e sui massimi storici. In Europa davanti a tutti c’è Parigi grazie ad un rialzo del 29%. A seguire Milano che si deve “accontentare” di un + 23,7%. Per Francoforte il bilancio di fine anno è di un + 15%, Londra conclude il 2021 con un + 14%. L’Eurostoxx50, incide che raggruppa le prime 50 aziende quotate dell’area euro, conclude questi 12 mesi con un progresso del 21%. Le azioni che hanno corso di più sono state quelle delle banche, con un rialzo dell’indice settoriale del 34%.

C’ è meno da brindare in Asia. Il Nikkei di Tokyo saluta il 2021 con un modesto + 5%, più o meno lo stesso rialzo della piazza cinese di Shanghai. Male invece Hong Kong dove hanno impattato più duramente le onde d’urto del collasso di Evergrande e le difficoltà delle imprese immobiliari cinesi. Tra i paesi emergenti spicca l’India, con un indice in rialzo del 25% (ma il progresso supera il 12o% se si prende a riferimento il marzo 2020). La borsa del Sud Africa raggiunge il valore più alto dal 2009 grazie a un progresso del 23%.

Un discorso a parte meritano le azioni dei gruppi farmaceutici titolari delle licenze per i vaccini contro il Covid. Le fiale si sono dimostrate galline dalle uova d’oro e promettono di continuare ad esserlo. La diffusione di varianti fa sì che adeguate . Secondo alcune stime a fine 2022 Pfizer, BioNtech e Moderna accumuleranno profitti derivanti dai vaccini per 120 miliardi di euro. Nel frattempo Pfizer ha chiuso il 2021 con un aumento del valore delle sue azioni del 61%. La statunitense Moderna ha visto più che raddoppiare il valore dei suoi titoli (+ 126%), le quotazioni della tedesca BioNtech sono quasi triplicate (+ 190%).

Spostandosi nel mondo delle valute il rapporto tra le due principali monete al mondo ha visto il dollaro rafforzarsi di oltre il 7% sull’euro. A favore del biglietto verde gioca una banca centrale (la Federal Reserve) che ha iniziato a sollevare il piede dall’acceleratore dei sostegni all’economia. Per il 2022 la Fed ha preannunciato tre rialzi dei tassi di interesse, politiche che solitamente coincidono con un rafforzamento della moneta di riferimento che diventa più “scarsa” e quindi costosa. La valuta con la miglior performance del 2021 è stata quella dell’Ucraina rafforzatasi del 3,8% sul dollaro, seguita dallo shekel israeliano (+ 3,4%) e dallo yuan cinese (+ 2,6%). Annata disastrosa invece per la lira turca che si è deprezzata del 44%, in scia alle decisioni della banca centrale che, su spinta del governo, si ostina a ridurre il costo del denaro nonostante un’ inflazione ben oltre il 20%. Male anche il peso argentino (- 18%) e il peso cileno (-16%).

Tra le materie prime non ha brillato l’oro che ha anzi perso quasi il 5%. Forte rialzo viceversa per il petrolio che vale oggi il 52% in più di un anno fa a 72 dollari il barile (Brent). Da segnalare infine tra gli elementi caratterizzanti del 2021 il balzo del valore dei titoli di Stato decennali statunitensi, l’asset “sicuro” per eccellenza, il cui prezzo è salito del 60% . Nelle prime settimane della pandemia, marzo 2020, persino i Treasury avevano vacillato, elemento che dà la cifra del livello di tensione raggiunto sui mercati prima degli interventi delle banche centrali. Anche il rialzo del 2021 è almeno in una qualche misura riconducibile alle mosse della banche centrale oltre che alle dinamiche inflazionistiche. Difficile dire se il 2022 saprà imitare i risultati dell’anno che si chiude oggi.

I prossimi 12 mesi presentano con diverse sfide. L’inflazione continua a salire sia in Europa che negli Stati Uniti, una dinamica che potrebbe indurre le banche centrali ad accelerare e intensificare le loro strette monetarie. Rimane, naturalmente, l’incognita pandemia. La speranza è che la diffusione della variante Omicron possa preludere ad una sorta di “normalizzazione” della malattia che consenta la graduale uscita dall’emergenza. Ma fare previsioni è arduo anche perché la bassa copertura vaccinale tra le popolazioni di diverse aree del pianeta (in particolare l’Africa subsahariana) facilita la nascita di nuove varianti.

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