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L’elezione del Quirinale assomiglia a un grande festival dell’ipocrisia

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Quando Mario Draghi fu chiamato al capezzale dell’Italia, a salvarla dal suo certo destino di morte, era chiaro che il mandato fosse di due anni e mezzo o gli fu proposto un contrattino per nove mesi, come quegli allenatori chiamati a sostituire il mister durante il campionato?

E se era chiaro ieri, perché oggi non lo è più?

L’elezione del Quirinale assomiglia a un grande festival dell’ipocrisia dove ciascuno fa finta di essere ciò che non è o di avere ciò che non ha. Così Silvio Berlusconi, mancandogli sia la reputazione che i voti, ha scelto di candidarsi, obbligando i suoi alleati-vassalli a far finta di sorreggerlo per poi accorgersi che la reputazione, come i voti, erano altrove.

Il centrodestra ha assunto su di sé l’onere della prima mossa, della candidatura vincente, in nome della maggioranza relativa dei consensi che detiene in Parlamento. Nessuno che abbia fatto l’addizione e abbia verificato. Poi due sere fa Enrico Letta, il segretario del Pd, ha comunicato: “La maggioranza relativa dei numeri è semmai del centrosinistra”. Nessuno ha nemmeno replicato.

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