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Guerra Russia-Ucraina | La “Piccola Italia” che resiste a Kharkiv, l’epicentro del conflitto. Prof e studenti di italiano bloccati in città: “Missili tra le case, ma qui non ci sono obiettivi militari”

Malenka Italia, la "Piccola Italia" è un istituto che contava fino a 70 iscritti. Ecco le storie e le testimonianze. Olga: "Rimango in casa, voglio che nei rifugi sotterranei ci sia posto per i più giovani, non per me". Ruslan cerca di lasciare il capoluogo: "Vorrei andarmene subito ma vivo con la nonna di 88 anni e non voglio lasciarla sola"

E’ l’epicentro della guerra. E’ la città che è stata più massicciamente bombardata e quella con più vittime fra i civili. Follia di un conflitto che dimostra l’irrazionalità di chi ha lanciato l’offensiva. Farlo su Kharkiv, poi, città che Putin ha sempre considerato russofona, dove si parla la stessa lingua che a Mosca e dove metà delle famiglie hanno parenti di là dal confine è ancora più incomprensibile. Missili e granate stanno distruggendo i principali edifici della città. Il leader del Cremlino ha ribadito più volte che fra gli obiettivi dell’invasione c’è la difesa della componente più vicina alla cultura e alle tradizioni russe ma qui, nella seconda città del Paese, sta massacrando anche coloro che lui avrebbe voluto salvaguardare dalle derive nazionaliste di Kiev. Non esiste logica in questa guerra ma solo la spregiudicatezza di un autocrate.

Fra chi ogni giorno deve schivarsi dalle bombe a Kharkiv c’è anche la “Piccola Italia” di questa metropoli di un milione e mezzo di abitanti. Per diversi anni è stata la scuola tricolore per eccellenza, dove alcune ottime insegnanti locali hanno contribuito a promuovere la nostra lingua, la nostra cultura e le nostre tradizioni. Oggi, invece, cercano tutte di scappare. “Quello che sta succedendo qui è catastrofico – raccontano dai loro bunker – ed è la dimostrazione della pazzia di Putin. Da tre giorni i missili cadono fra le case. Non ci sono obiettivi militari ma solo civili da uccidere. E’ una tragedia che accade sotto i nostri occhi e che ha già ammazzato centinaia di persone”. Nei tempi d’oro, prima del Covid, Malenka Italia contava fino a 70 studenti iscritti ai propri corsi. Sembra un’era geologica fa; la prima sede della scuola si trovava proprio di fronte all’edificio del governo abbattuto ieri mattina. Il video ha fatto il giro del mondo: il fuoco, le automobili saltate per aria, non è rimasto più nulla. Piazza Svoboda, su cui si affacciavano l’ufficio municipale e “Piccola Italia”, quest’oggi è un cumulo di detriti. Qui c’erano i locali della movida, il parco Shevchenko con i suoi ristorantini, molti dei quali italiani, la via Sumskaya con le grandi firme ed i centri commerciali. Oggi sembra il Vietnam. Olga, che ha gestito la scuola per alcuni anni, sta cercando di andarsene. “Ma arrivare in stazione per prendere un treno è rischiosissimo. Bombardano ovunque. Pregate per noi”.

L’istituto didattico di Kharkiv aveva solidi legami soprattutto a Trieste: una sorta di gemellaggio fra le due città, che ha portato in visita nell’est dell’Ucraina diverse delegazioni dalla Venezia Giulia. Incontri e conferenze che hanno coinvolto in passato anche l’università di Karazin, colpita stamattina da una violentissima esplosione. “Dovevo raggiungere mia figlia in Italia l’8 marzo – racconta Olga, una delle studentesse della scuola – ma adesso è impossibile muoversi da qui. Ci sono bombardamenti dappertutto. Rimango in casa, voglio che nei rifugi sotterranei ci sia posto per i più giovani, non per me. Non ho paura, cercheremo di resistere. L’Ucraina non si arrende”. Ruslan invece sta cercando di lasciare la città: “Qui non si può più vivere. Siamo stesi sul pavimento, è rischioso persino camminare per casa. Vorrei andarmene subito ma vivo con la nonna di 88 anni e di certo non voglio lasciarla sola”. Oleg, studente e anche interprete per i giornalisti italiani, è partito stamattina, direzione Ovest: “Ci avvicineremo al confine con Polonia o Moldavia e poi vedremo. Voglio mettere in salvo mia moglie e i miei tre figli. Io posso anche rientrare a Kharkiv ma loro devono andarsene subito da questo inferno”.

Gli uomini non possono lasciare il Paese: chi ha fra i 18 e i 60 anni deve rimanere qui, anche chi non ha svolto il servizio militare. Nella guerra all’invasore, che oggi si combatte al fronte ma anche casa per casa con le molotov artigianali, potrebbe esserci bisogno di tutti.