L’11 febbraio scorso, quando ancora a molti sembrava non essere possibile quello che sta accadendo in queste ore, ho scritto un messaggio ad un’amica giornalista ucraina: “Ma è vero ciò che sappiamo dai media italiani? I russi son davvero pronti ad invadere? Ma è assurdo! Pazzesco! Cosa possiamo fare? Mi sento impotente ma per nulla indifferente”.

La sua risposta è stata immediata. Non un solo tentennamento. Alcuna opzione. Una sola causa: “Puoi aiutare con una donazione i soldati ucraini”.

In quell’istante mi son passati davanti agli occhi le manifestazioni fatte con la bandiera della pace in ogni angolo del mondo; la fiumana di gente a Roma contro la guerra in Iraq; il volto di Gandhi, di Aldo Capitini, di Danilo Dolci; le fotografie della marcia di don Tonino Bello a Sarajevo. In quei sessanta secondi ho pensato anche all’odio che viene riversato ogni giorno sui palestinesi; a quella notte trascorsa con i pastori palestinesi in una tenda per proteggerli, con la presenza di noi “caschi bianchi”, dalla violenza dei coloni; ho ricordato i cartelloni pubblicitari di Bashar Hafiz al-Asad ad ogni angolo di strada in Siria.

Ho avuto un momento di confusione poi d’istinto le ho detto: “Scusami ma sono contrario alla violenza”. La collega mi ha risposto: “E alla difesa? Possiamo difenderci o no? Scusa ma sei un ipocrita”. Non ha aggiunto più una parola. Fino al 26 febbraio scorso, non mi ha più risposto. Quel suo “sei un ipocrita” ha accompagnato le miei giornate. Ho provato a mettermi nei loro panni. Se stanotte Crema, la mia città, fosse accerchiata, che farei? Se domattina piombasse una bomba sulla mia scuola uccidendo dei bambini che farei? Se mi trovassi per strada con la canna di un’arma puntata che farei?”.

Finché stai sulla tua comoda poltrona a scrivere questo pezzo, al caldo, con una bottiglia di birra davanti, la luce della lampada e la musica di sottofondo, puoi fare il pacifista in guerra ma quando non ha più nulla, quando vedi solo morte, morte e ancora morte per 24 ore attorno a te, penso che vuoi solo sopravvivere, in tutti i modi possibili.

Su ilFattoQuotidiano.it, domenica ho pubblicato un colloquio con un prete ucraino che chiede caschetti, giubbotti anti proiettili. Quando gli ho chiesto cosa pensasse delle divisioni tra pacifisti sull’invio delle armi mi ha detto: “Faccio parte della Chiesa, ci è chiesto di amare anche i nemici ma quando sei in guerra hai delle responsabilità. Voglio spiegarmi con un esempio banale: se per strada vedo un uomo che sta picchiando un bambino ho il dovere di intervenire e di fermarlo in ogni modo. La nostra scelta non è tra fare o non fare ma tra difendere o meno i più deboli. Finché non vedi con i tuoi occhi una bomba su un asilo forse non puoi capire”.

Mi viene in mente la figura di un altro uomo di Dio: padre David Maria Turoldo. Pochi lo ricordano ma è stato parte attiva della Resistenza: sotto la cupola della Chiesa e del Convento di San Carlo a Milano, proprio dove dormiva c’era la raccolta delle armi.

Ad aiutarmi ancor più a risolvere una crisi di coscienza ci ha pensato nei giorni scorsi una visita in Liguria a due luoghi “sacri”: la casa natale del presidente Sandro Pertini a Stella e il museo della resistenza a Carpasio. Pertini non è un interventista ma contro l’oppressione fascista combatte. I partigiani non sventolavano bandiere di pace quando i fascisti arrivavano nelle montagne a cercarli e a sterminare donne e bambini.

Lo spiega bene il teologo Vito Mancuso sulla Stampa: “Dobbiamo costruire la pace. C’è un livello militare: gli ucraini combattono per la loro libertà e occorre aiutarli militarmente. C’è un livello umanitario: gli ucraini hanno bisogno di cibo, medicine, vestiario, di essere accolti. C’è un livello diplomatico e occorre perseguire e incoraggiare tutte le trattative”. Aggiungo io c’è un livello pubblico: occorre attraverso manifestazioni, bandiere della pace e dell’ucraina appese alle nostre case, scuole, comuni, fabbriche far pressione su chi comanda. In questo momento serve tutto questo.

Certo, nessuno vorrebbe la guerra. La guerra come dice Gino Strada non è mai giusta. Certo anch’io preferirei ridurre anzi annullare la spesa militare per usare quei soldi per costruire scuole e ospedali dove non esistono. Ma questo, ora è il mondo ideale. L’utopia. Il miraggio da raggiungere. E allora io pacifista, obiettore di coscienza, tessera 156211 dell’Anpi, chiedo perdono alla collega giornalista. Non sarò mai a favore della guerra ma non posso non difendere, in ogni modo, chi è represso, schiacciato, calpestato.

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