“Mia madre ha portato me e mio fratellino davanti a una cassa di legno, dentro c’è mio padre morto ammazzato dai proiettili. Non so dire com’è, ho un velo sugli occhi, ma da quel giorno sto sempre male”.

“Ero nascosta nella cantina con mia sorella più grande, lei ha dodici anni. I soldati ci hanno trovati e l’hanno violentata davanti a me, quando è toccato il mio turno uno ha detto: ‘No, lei no, è troppo piccola’. Hanno litigato per un po’ poi per fortuna se ne sono andati via”.

Non sono testimonianze raccolte in un qualche campo profughi ai confini con la guerra in Ucraina. Sono racconti di anziani in una casa di riposo di Lugo, dove lavoro come animatrice. Il primo, Loriano, aveva cinque anni quando ha visto suo padre morto mitragliato dentro a una cassa, suo fratello ne aveva tre. Il padre era un partigiano, proprio il 25 aprile 1945 venne usato come scudo umano dai tedeschi in fuga. Loriano, dopo, non ha avuto una vita facile. Collegio, riformatorio, poi carcere e tante “avventure” hanno costellato una vita intensa e difficile. Al fratello minore è andata peggio e ha conosciuto fin troppo bene l’eroina.

Elvezia, la bambina della testimonianza scampata allo stupro, aveva solo sei anni quando ha visto la sorella maggiore seviziata da un gruppo di soldati. Da allora combatte contro la depressione. La sorella maggiore, invece, anche lei depressa, di quel fatto non ha mai parlato per vergogna e s’è tolta la vita anni dopo, quando era già sposata con figli, in un gesto inspiegabile per molti ma non per Elvezia. “Sai che non so se quei soldati fossero partigiani o tedeschi? Non lo ricordo proprio”, dice. Frase che dovrebbe far riflettere.

Scrivo questo perché poco tempo fa ho pubblicato nella mia pagina Facebook la testimonianza di una ragazzina ucraina di 16 anni, diceva: “Sapete cos’è il dolore? Una volta mi ero innamorata di un ragazzo, ma lui non si era innamorato di me, pensavo che facesse male. Mi sono sbagliata. Il vero dolore è vedere la mamma morire davanti ai propri occhi. Il mio fratellino continuava ad andare da lei e dirle: ‘Mammina non dormire, prendi freddo’. Noi non potremo mai andare a farle visita al cimitero. Lei è rimasta in quello scantinato buio e umido”.

Tra le varie reazioni a questo post la prima è stata l’incredulità, qualcuno mi chiesto se l’avevo scritta io, altri di citare le fonti perché su queste cose non si scherza. Certo che non si scherza, la guerra è la guerra. Tuttavia dovrebbe credo bastare leggere le agenzie di oggi o i giornali per credere che certe cose accadono davvero, nel mondo reale, che non sono tutte fake news. Basta andare in una casa di riposo, chiedere a un anziano. Fare un giro per i campi di sterminio, chiacchierare con i deportati ancora in vita. Oppure chiedere a uno dei tanti rifugiati delle tante guerre in corso, non solo ucraini. Non dovrebbe essere necessario che un paese faccia un dossier online sui crimini di guerra nel momento stesso che accadono, con prove e controprove, per dimostrare che è tutto vero. Che la guerra è la guerra.

In tv vedo le migliori menti (ma anche le peggiori) della mia generazione scervellarsi su quanti morti effettivi sono inquadrati dai satelliti, “se quello in alto a sinistra è un corpo o un’ombra… ma poi un cadavere all’aperto non si decompone prima? Ma quello è un corpo o un manichino usato per i drive test? Quella donna incinta tra le macerie è una influencer, alle influencer non accade nulla di brutto, no? Una fossa comune ha davvero quel colore? O è solo un campo?”. Sì, di grano ucraino magari. La guerra è la guerra, ma ci piacerebbe fosse un fake.

E dire che La ciociara l’abbiamo vista tutti, abbiamo visto cosa succedeva a Sophia Loren e a sua figlia. Forse è tutto un brutto scherzo giocato dalla “negazione”, uno dei meccanismi di difesa dell’Io teorizzati da Anna Freud. Negare che una cosa accade per non essere travolti, annientati dall’inquietudine. Siamo andati in negazione parecchie volte in questi ultimi anni, alcuni hanno negato che esistesse persino il Covid. Le teorie del complotto prendono vita da queste paure profonde, dall’inquietudine di fronte a un mondo complesso e ingovernabile, dove succede una cosa terribile: si muore. Perché dolore, vecchiaia e morte non sono contemplati nella nostra eterna adolescenza, anzi, “adultescenza”. Non le vogliamo nel nostro quotidiano distratto da mille informazioni stupide, divertenti, e quando ce li mostrano diciamo che non sono veri.

Lo psicologo Umberto Galimberti afferma che alla mia generazione manca il superamento del complesso di Edipo, non ci siamo mai ribellati a un padre, perché un padre autorevole che dà regole da interiorizzare ma anche a cui ribellarsi non lo abbiamo mai avuto, quindi, non siamo mai cresciuti. La nostra eterna adolescenza non deve essere turbata da questi fatti inquietanti che ci fanno sentire impotenti. Non ci piace pensare che la violenza sia così vicina a noi, ma soprattutto non ci piace pensare che quei soldati che stuprano, ammazzano, uccidono e fanno tutte le efferatezze che sentiamo, sono esattamente come noi, sono essere umani e forse potremmo essere noi. Molti stentano a credere che i soldati che forse compiono queste gesta orribili sono dei ragazzi di leva, mandati allo sbaraglio senza una adeguata preparazione. No, no, devono essere soldati scelti, preparati, persone che hanno coscientemente scelto la violenza. Non può capitare “per caso”.

Il film The Reader narra la storia di Hanna, una criminale nazista, una Ss che ha lasciato morire bruciate 300 donne e della storia d’amore che ha poco dopo la fine della guerra con un ragazzino. All’inizio noi non sappiamo che lei è una ex Ss, vediamo solo una donna bella e sciatta, l’attrice è Kate Winslet, un po’ brusca, taciturna, resa insicura dal fatto che non sa leggere. Solo dopo molti minuti di film sappiamo cosa ha fatto e i crimini di cui si è macchiata. Pure il protagonista, Ralph Fiennes, rimane sconvolto quando lo scopre e passerà tutta la vita a chiedersi chi ha amato e a tentare di fare pace con questo suo sentimento. Pure la protagonista pare non sapere bene quello che ha fatto e non capirne le conseguenze, lo ha fatto solo perché andava fatto, perché al momento non aveva trovato alternative migliori.

Quando Biden dice che Putin si è macchiato di crimini contro l’umanità dice una cosa vera, ma inesatta. Io li chiamerei “crimini dell’umanità”, cose orribile che gli uomini fanno ad altri uomini. E quelle cose orribili le potremmo fare anche noi, se le condizioni diventano intollerabili e se non esercitiamo bene, appunto, ogni giorno l’umanità.

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