“L’inchiesta è appena iniziata, vogliamo capire cosa sia successo al nostro amico e collega di partito, se la sua morte è legata a una patologia, se ci sono eventualmente segni di violenza, di tortura. Ora è troppo presto per dirlo”. Mohamed Anwar al-Sadat, capo del partito Liberale per la Riforma e lo Sviluppo e membro del Consiglio Nazionale per i Diritti Umani in Egitto, ha la voce rotta dalla tensione e dal dolore. Riesce con fatica a commentare con Ilfattoquotidiano.it la notizia della morte dell’economista egiziano Ayman Hadhoud, 48 anni.

La vicenda di Hadhoud è già un caso in considerazione dei misteri che la avvolgono. Prima di tutto la modalità di comunicazione del decesso ai suoi familiari, arrivata sabato, all’improvviso, dopo oltre due mesi dalla sua scomparsa: “L’ultima volta che ho visto mio fratello risale al 5 febbraio scorso, prima che si volatilizzasse nel nulla – racconta Omar, il fratello del ricercatore universitario – Nelle settimane successive abbiamo saputo che lui era stato arrestato dall’Nsa (la famigerata National Security Agency, responsabile di tutte le operazioni repressive nei confronti degli attivisti antiregime, la stessa accusata del sequestro, delle torture e dell’uccisione di Giulio Regeni ndr) e portato in una loro stazione di polizia. Sabato ci hanno chiamato da una clinica psichiatrica del Cairo per dirci di recarsi lì e recuperare la salma di Ayman”.

Dopo la prima settimana dalla scomparsa, la famiglia di Hadhoud si è rivolta a Mohamed Anwar al-Sadat affinché svolgesse una sorta di ruolo di negoziatore con l’autorità giudiziaria. Le analogie con il caso Regeni, tra l’altro nei giorni in cui è ripreso il processo con la totale mancanza di collaborazione da parte delle autorità egiziane, sono diverse: il rapimento, la scomparsa e la ricomparsa da cadavere. Il corpo di Hadhoud, a differenza di Regeni, non è stato abbandonato ai lati di un’autostrada, ma tenuto in una stanza di un ospedale psichiatrico, quello di Abbasiya, popoloso quartiere tra Downtown Cairo e l’aeroporto internazionale: “Stando al referto, Ayman sarebbe morto nei primi giorni di marzo, quindi un mese fa circa, cosa è successo nelle settimane precedenti e in quelle successive alla sua morte e perché ci hanno avvisato soltanto adesso?”, aggiunge Omar Hadhoud.

Sempre per restare in tema di tragiche analogie col caso Regeni, anche qui le autorità di polizia egiziane negano di aver mai avuto a che fare con l’arresto, la detenzione e soprattutto con la morte dell’economista. Alcune risposte importanti arriveranno dall’esito dell’esame autoptico disposto dalla procura di Nasr City, il dipartimento di cui fa parte Abbasiya, ed effettuato domenica. Come accennato da al-Sadat, l’autopsia potrà e dovrà stabilire se dietro la morte di Hadhoud si possa configurare il reato di omicidio, con l’aggravante delle torture, altro eventuale scenario che si avvicinerebbe alla tragica fine del ricercatore italiano rapito il 25 gennaio 2016 e trovato morto otto giorni dopo al Cairo. Dubbi enormi sono legati anche alle motivazioni dell’arresto di Ayman Hadhoud da parte dell’Nsa il 5 febbraio scorso. Secondo quanto riferito dagli inquirenti, il 48enne sarebbe stato arrestato a Zamalek (il quartiere-isola sul Nilo), con Hadhoud che avrebbe tenuto un “comportamento irresponsabile”, secondo la Procura, nel tentativo di irrompere in un appartamento. Un’altra versione dei fatti indica invece il tentativo da parte dello stesso Hadhoud di rubare un’auto. Comportamenti che hanno giustificato il suo arresto, per poi essere rinchiuso in un ospedale psichiatrico, nonostante l’uomo non avesse mai mostrato disturbi psichiatrici. Secondo le notizie che stanno emergendo, il pubblico ministero, in un primo momento aveva emesso l’ordine di seppellire il corpo di Ayman Hadhoud in un cimitero di ‘beneficenza’ come corpo non identificato.

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