Buzzi Unicem, Calzedonia, Cremonini, De Cecco, Geox, Menarini, Unicredit. Sono i sette gruppi italiani che, stando alla ricognizione su oltre 1000 aziende mondiali condotta dalla Yale School of management, continuano a fare affari in Russia nel segno del business as usual. Barilla, Campari, De Longhi, Intesa Sanpaolo, Maire Tecnimont e Saipem hanno invece “preso tempo” sospendendo i nuovi investimenti nel Paese, ma per il resto portano avanti le attività. Enel, Ferrero, Iveco e Pirelli sono nel limbo: hanno ridimensionato alcune operazioni mentre altre proseguono. Ferrari, Leonardo, Moncler, Prada e Zegna fanno parte dell’ampio gruppo (364 aziende in tutto) che ha ridotto temporaneamente l’impegno nel Paese ma lasciando aperta la possibilità di un ritorno. Infine Generali, Eni, Ferragamo e Yoox vengono indicati tra i 295 gruppi che hanno rotto i rapporti con Mosca, anche se il Cane a Sei Zampe – e non è proprio un dettaglio – continua a comprare il gas.

Nel complesso, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina “oltre 750 gruppi su 1000 hanno annunciato che stanno volontariamente limitando le attività in Russia oltre il minimo legalmente richiesto dalle sanzioni internazionali, ma alcuni hanno continuato a operare imperterriti“, scrivono Jeffrey Sonnenfeld e il suo team di esperti, ricercatori e studenti dell’Istituto per la leadership dei ceo di Yale, che aggiornano costantemente la lista.

Tra le aziende tedesche la maggior parte ha sospeso le attività o si è ritirata dal Paese: quelle rimaste sono solo sette tra cui la catena di ipermercati Metro, il gruppo del bianco Liebherr, la cooperativa lattiero-casearia DMK, il gruppo dei macchinari per il settore alimentare Gea group e quello dei prodotti elettromedicali Globus. Molto più lunga – sono venti – la lista delle aziende francesi che fanno affari in Russia esattamente come prima della guerra: ci sono Auchan e Bonduelle, Edf e La Redoute, Lacoste, Lactalis, Leroy Merlin e Veolia.

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