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Guerra Russia Ucraina, in due mesi danni miliardari per l’auto. Ecco i primi bilanci

Le cifre fornite da Renault e Mercedes raccontano di circa 3 miliardi di euro di perdite, mentre gli altri costruttori non hanno ancora diramato numeri ufficiali. Continental riprende le attività a Kaluga per tutelare i dipendenti, mentre il numero uno della Volkswagen Herbert Diess già da tempo avverte che una guerra prolungata colpirebbe “in modo molto più grave” l'Europa rispetto alla pandemia
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Dopo oltre due mesi di guerra, Renault e Mercedes-Benz tirano le somme dei danni causati dall’invasione dell’Ucraina disposta da Putin. I dati del costruttore transalpino e di quello tedesco sono ufficiali (e ancora parziali), mentre quelli di altre case automobilistiche non ancora. Per osservare le sanzioni occidentali, praticamente tutti i costruttori hanno cessato le attività in Russia e Bielorussia.

Fa eccezione Continental, il fornitore tedesco con interessi anche in Italia (che fino a qualche anno fa garantiva quasi l’1,5% del fatturato globale), che ha ripreso la produzione di pneumatici sospesa a inizio marzo. In una nota, la società ha fatto sapere che la situazione nel paese è “oltremodo complessa” per le aziende che operano a livello internazionale. La decisione di tornare a fabbricare gomme nel sito di Kaluga, città dove si concentrano le operazioni di altri costruttori, tipo Volkswagen e Stellantis, è dettata dalla necessità di proteggere sia le tute blu sia i colletti bianchi che “rischiano gravi conseguenze giudiziarie”. La produzione è ripresa “temporaneamente” e comunque significativamente sotto i livelli garantiti precedentemente dallo stabilimento. In Russia Continental occupa 1.300 persone.

Mercedes-Benz ha di fatto ufficializzato le perdite con la prime trimestrale dell’anno, peraltro archiviata con un margine operativo di oltre il 15%. Addirittura del 16,2% se depurato dagli effetti straordinari. Che, tra gli altri, sono sia i 918 milioni di dollari di attivo messi a bilancio per la cessione di quattro concessionari in Canada e della partecipazione in Grand Prix, ma sono anche i 281 di costi legati al dieselgate e, soprattutto, i 709 andati in fumo in Russia, dove la casa con la Stella ha anche una quota azionaria in Kamaz, il costruttore di veicoli industriali (e militari) di fatto controllato dalla società pubblica Rostec. Il primo 10% era stato acquistato nel 2008 per 190 milioni di euro. Le voci di una “vendita” della partecipazione non sono state confermate da Mercedes-Benz.

A due società francesi è andata anche peggio, con un saldo negativo di 2,5 miliardi di euro. Trecento milioni sono ascrivibili alla cessione delle attività russe e bielorusse della Schneider Electric, mentre il resto è a carico di Renault, almeno stando all’agenzia russa Interfax secondo la quale la società guidata dall’italiano Luca de Meo sarebbe pronta a trasferire la quota di controllo di Avtovaz (68%) all’istituto di ricerca automobilistica Nami per la simbolica cifra di un rublo. Lo stesso stabilimento di Mosca della Losanga cambierà proprietà e passerà sotto il controllo dell’amministrazione cittadina. Si tratterebbe del primo caso di “nazionalizzazione” di un’impresa dall’inizio del conflitto: un costo sostenuto in parte anche dallo stato francese, che è azionista al 15% di Renault. Almeno sulla carta, e certo non a costo zero, Renault potrebbe ricomprare la partecipazione nella società russa entro sei anni. Il ministro dell’industria Denis Manturov ha già messo in chiaro che “non ci saranno regali”: il riferimento è ai costi di eventuali investimenti nella fabbrica che verrebbero addebitati al costruttore.

Almeno per ora non sono state formalizzate altre cifre, anche se Herbert Diess, Ceo del gruppo Volkswagen, aveva profetizzato che una prolungata azione di guerra colpirebbe “in modo molto più grave” l’Europa rispetto alla pandemia. Il manager non ha tuttavia voluto sbilanciarsi sul numero di zeri necessari per contabilizzare la criticità del conflitto.

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