“Temo che gli ucraini abbiano subito moltissime perdite e perso quasi tutto il loro armamento pesante e munizionamento. Ma temo di più per le armi che sta ricevendo e potrebbe ricevere: uno Zelensky in difficoltà estrema, che vedesse nell’allargamento del conflitto l’unica possibilità di non soccombere potrebbe usarle per colpire la Russia. Potrebbe forse bastare una selva di colpi su Belgorod per innescare l’escalation che tira dentro la Nato. L’Europa non sembra ponderare questo rischio”. Gianandrea Gaiani è stato per 25 anni reporter di guerra, da una ventina dirige la rivista Analisi Difesa. La sua di analisi è cruda come le critiche che ha subito dal 24 febbraio, quando ha pubblicamente sostenuto che “armare Kiev non avrebbe mutato le sorti del conflitto, ma solo alzato il prezzo di vite umane e i rischi di una escalation”. Il tempo sembra dargli ragione. Perfino Kiev ammette estreme difficoltà nel Donbass per le quali chiede all’Occidente nuove armi, possibilmente a lungo raggio. L’Inghilterra ha dato il via libera, l’Europa resiste, gli Stati Uniti propendono per sistemi a medio raggio e solo con l’impegno a non colpire la Russia. Perché evidentemente gli Usa sono consapevoli della questione e degli eventuali danni collaterali. Per Gaiani un “fattore di rischio” di cui in Europa “nessuno sta parlando in maniera politicamente consapevole”. Tre passi indietro.

Come sta evolvendo il conflitto nella “fase tre”?
Mi sembra evidente che le forze russe stiano avendo la meglio in questa fase. I russi hanno cambiato i loro piani originari e hanno concentrato tutto nel Donbass dove stanno conseguendo gli obiettivi militari che si sono prefissati. Non oggi, non domani, ma nel giro di poche settimane temo che assisteremo a un tracollo di un intero fronte, intere brigate che vengono travolte o si arrendono, soldati che sbandano. Credo che già nelle prossime settimane avremo un’idea della capacità di tenuta ucraina che credo non sia più molto alta. A quanto mi risulta gli ucraini stanno già preparando una linea di difesa più arretrata qualora il Donbass dovesse crollare, una linea che va da Poltava a Dnipro a Zhaporizia, una linea a ridosso della sponda est del Dnper: se cade Sjevjerodonec’k a loro restano la difesa di Sloviansk e Kramatorsk: sono gli ultimi due centri sui quali i russi cercano di avvicinarsi per fare una manovra a tenaglia, se la chiudono il grosso dell’esercito ucraino è prigioniero, insaccato e loro stanno organizzando una linea difensiva su quelle tre città. Una difesa sempre meno compatta ed efficace di fronte al martellamento di artiglieria e missilistico che ha colpito le linee di rifornimento, le infrastrutture e i ponti, le stazioni ferroviarie e compresi i rifornimenti di armi che arrivano dall’occidente. In questo modo le truppe ucraine nel Donbass hanno sempre più difficoltà a ricevere rifornimenti e avvicendamenti.

Di quante riserve può disporre ancora l’Ucraina?
Zelensky ha parlato di 700mila uomini sotto le armi, però molti di questi sono milizie territoriali che vengono arruolate per difendere il quartiere o la città di residenza, c’è la guardia nazionale dove vengono arruolate persone che non hanno un addestramento specifico, il meglio dell’esercito che si trova oggi nel Donbass è sotto attacco pesante e ha già subito forti perdite. Sui social, su Telegram si trovano anche tracce di proteste dei militari arruolati che vengono abbandonati al fronte senza ordini, rifornimenti, armamenti pesanti. Insomma ci sono rischi di tenuta sociale quando una guerra si prolunga e le perdite aumentano. In più i rifornimenti che stanno arrivando sono sempre più sofisticati ma gli uomini che li devono gestire sono sempre meno qualificati per farlo. Il loro addestramento puoi anche farlo all’estero però se deve essere addestramento vero deve durare mesi: non puoi pensare che duri 2 settimane poi li mandi a combattere con gli obici FH70 o altro. E infatti alcuni segnali tornano.

Ad esempio, quali segnali?
Ci sono le testimonianze raccolte dai corrispondenti che raccontano di reparti e battaglioni ucraini più che decimati, poi ci sono numeri che non tornano. Nessuno diffonde quelli dei propri soldati morti per non fiaccare il morale alle truppe o dare informazioni e soddisfazioni al nemico. Ma i numeri che diffonde l’Ucraina quando dichiara di aver ucciso oltre 30mila soldati russi sono poco credibili. In un conflitto convenzionale di questa intensità per ogni morto in battaglia si contano dai 3 a i 5 feriti, e se la Russia avesse avuto 150mila feriti neppure un regime come quello di Putin avrebbe potuto nasconderlo. Mosca poi sta facendo una campagna di volantini al fronte per invitare i soldati ucraini ad arrendersi, diffonde video in cui fa vedere un trattamento umano e corretto riservato ai prigionieri, inclusi quelli del Reggimento Azov.
Se investe tanto su questa forma di propaganda significa che la crede efficace, che possa far breccia e indebolire il nemico.

Ad armamenti come è messa l’Ucraina a questo punto?
Penso che gli ucraini abbiano perso quasi tutto il loro equipaggiamento originario e che i russi abbiano distrutto gran parte dell’apparato industriale bellico ucraino che per altro era poderoso. La loro capacità di produzione e manutenzione di nuovi mezzi è molto ridotta. Dico questo mettendo in fila le richieste fatte da Kiev e quanto ricevuto. Inizialmente Kiev chiedeva armi anticarro e antiaeree a corto raggio per fermare l’offensiva russa, armi con gittata cortissima o di pochi chilometri, gli Stinger o i Javelin. Poi crescendo l’intensità l’Ucraina ha iniziato a chiederci di tutto: dall’artiglieria alle razioni K. Questo fa pensare che nei primi due mesi di guerra gli ucraini abbiano perso praticamente tutto, perché le armi che ricevono hanno una logistica, un calibro e munizioni diverse da quelle solitamente usate dalle forze di Kiev che sono di tipo sovietico. Usare gli Fh70 o i cannoni americani M777 significa dover ricevere migliaia di munizioni, perché le loro calibro 152 non sono impiegabili per cannoni calibro 155. Se l’Ucraina deve gestire un parco veicoli di provenienza da 5 nazioni diverse con 5 diversi modelli di artiglieria o di veicoli blindati tutti occidentali, è perché l’arsenale originario è praticamente esaurito.

E le nuove armi faranno la differenza?
Sì ma in peggio. Mi spiego. Sulle armi a corto raggio ho sempre ritenuto che non avrebbero modificato le sorti del conflitto ma solo reso più sanguinoso il prezzo da pagare per la Russia. Ed è l’obiettivo probabilmente di chi ha ideato questa operazione, vale a dire gli angloamericani, come lo fu per l’Afghanistan dove i russi si ritirarono non perché gli afghani avevano gli Stinger americani ma per l’impossibilità di reggere un impegno logorante che non era più conveniente per una Urss traballante. Quello che invece può succedere e sta succedendo con le nuove armi a lunga gittata è un fattore di rischio di cui mi pare nessuno in Europa stia parlando in maniera politicamente consapevole.

Ci spiega perché?
Il fatto di dargli queste armi ha cambiato natura e proporzione del nostro coinvolgimento. Sono armi con le quali in teoria da Kharkiv gli ucraini potrebbero colpire il territorio russo. Basterebbe una selva di razzi Mlrs contro Belgorod per innescare una reazione che Mosca ha sempre minacciato immediata e durissima. Per rappresaglia potrebbe colpire linee di rifornimento occidentali in territori della Nato, innescando così un’ escalation che non è negli interessi della Russia né sicuramente dell’Europa ma solo nell’interesse degli ucraini. Zelensky in difficoltà, travolto militarmente nel Donbass e oltre, avrebbe come unica possibilità quella di allargare il conflitto per non soccombere. Allora, credo non dovremmo dare questo tipo di armi a maggior ragione a un’Ucraina in gravi difficoltà. Credo che un ampio dibattito sui media e in Parlamento su questa scelta e i rischi che comporta per tutti noi non avrebbe stonato.

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