La battaglia è aperta. Non solo l’aborto, ma diverse altre recenti sentenze, mostrano che una Corte Suprema su posizioni sempre più radicali e ideologiche sta cercando di ridisegnare la società americana per i prossimi decenni. Contro la volontà degli americani. La cosa ha ovvii risvolti politici, che in queste ore vengono valutati. I democratici sperano di mantenere vive l’indignazione e la rabbia, e che queste stimolino l’affluenza al voto alle elezioni di midterm (di solito minore, rispetto alle presidenziali). I repubblicani contano su una cosa: che questa stessa indignazione si plachi e che alla fine lasci il campo ad altri temi: l’inflazione, il lavoro, la criminalità, l’immigrazione.

La sentenza che cancella la Roe v. Wade è il coronamento di una strategia che i conservatori hanno perseguito per oltre quarant’anni. Il diritto all’aborto era stato riconosciuto dalla Corte Suprema, proprio con la sentenza del 1973. Con un’altra sentenza della Corte doveva essere cancellato. Ciò che è puntualmente avvenuto. La strategia è stata quindi quella di nominare giudici conservatori ai vari livelli statali e federali, prendendo di mira soprattutto la massima istituzione giudiziaria americana: proprio la Corte Suprema. I presidenti repubblicani – per una serie di circostanze, alcune dovute al caso, altre ad errori del fronte progressista – sono stati capaci di nominare sei dei nove giudici che attualmente siedono alla Casa Bianca.

Non si è trattato di giudici moderatamente conservatori. Si è trattato di giudici portatori di una dottrina giuridica estrema e conservatrice, in tema di diritti civili, di lavoro, di ambiente, di finanziamento alla politica. Basti pensare che mai, nella storia americana, un diritto riconosciuto per 50 anni è stato abolito. Donald Trump ha per esempio sempre proclamato di voler nominare giudici anti-aborto. E tre giudici anti-abortisti – Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh, Amy Coney Barrett – ha nominato. Queste scelte hanno per l’appunto spostato l’asse della Corte sempre più a destra, rendendo ininfluente il tentativo equilibratore del presidente della Corte, lui sì un moderato, John Roberts, che fino all’ultimo ha cercato di evitare di cancellare la Roe v. Wade, preferendo fissare limiti più restrittivi al diritto all’aborto. Roberts, per l’appunto, ha fallito. Perché la maggioranza della Corte, cinque su nove, è oggi composta da giudici fortemente ideologizzati.

Questo processo di progressivo spostamento a destra ha finito per rendere la Corte sempre meno rappresentativa degli orientamenti della maggioranza della società americana. Anche se i presidenti repubblicani hanno nominato sei degli attuali nove giudici, i democratici hanno vinto il voto popolare in sette delle ultime nove elezioni presidenziali. È ovviamente questione controversa quella del rapporto tra decisioni della Corte e orientamenti dell’opinione pubblica. Un presidente della Corte, William H. Rehnquist, diceva per esempio che “il ramo giudiziario deriva la sua legittimazione non dal seguire la pubblica opinione, bensì dal decidere al meglio dei suoi lumi”. È comunque un dato di fatto che tutte le decisioni più importanti della Corte abbiano negli ultimi decenni accompagnato e interpretato le trasformazioni della società americana. È successo con la de-segregazione razziale, con molte regolamentazioni sindacali, con l’affirmative action, con l’aborto e con i matrimoni omosessuali. Il giudice Anthony Kennedy, nella sentenza che riconosceva proprio i matrimoni omosessuali, scrisse che “la virata delle attitudini pubbliche verso una maggiore tolleranza” era stata tra le ragioni che avevano orientato la scelta della Corte.

Questo allineamento, più o meno compiuto, tra Corte Suprema e opinione pubblica, si è rotto. La Corte ha cancellato il diritto all’aborto, quando il 54 per cento degli americani (sondaggio Washington Post/ABC News) ritiene che la Roe v. Wade doveva essere mantenuta. Un altro sondaggio Gallup, a fine maggio, mostrava che otto americani su dieci sono convinti della necessita che qualche forma di diritto all’aborto debba essere riconosciuta. Il dato non riguarda soltanto gli Stati più progressisti. Dicono i sondaggi che anche in Stati come il Texas, l’Iowa, il South Carolina, la maggioranza degli elettori è pro-choice. Qualche ora prima della sentenza sull’aborto, i giudici conservatori della Corte abbattevano però una legge dello Stato di New York, vecchia di ben 108 anni, che pone restrizioni al porto di un arma in pubblica. I newyorkesi erano, 8 su 10, favorevoli al mantenimento della legge. Negli stessi giorni la Corte spazzava via uno dei fondamenti della Repubblica – la separazione tra stato e chiesa – e consentiva alle scuole religiose di ricevere finanziamenti pubblici in Maine. E sono attese per la prossima settimana sentenze che cancelleranno regolamentazioni ambientali e i poteri del governo di regolare l’azione delle imprese.

Ci si trova insomma di fronte a uno dei più radicali tentativi di ripensare la mappa politica, legislativa, civile americana. Ciò che, per l’appunto, apre sfide e prospettive nuove in vista delle elezioni di midterm a novembre. I sondaggi degli ultimi mesi danno i democratici in particolare affanno, destinati a perdere la maggioranza alla Camera e, quasi sicuramente, al Senato. Lo scontro sull’aborto potrebbe, nella speranza dei democratici, cambiare la dinamica elettorale. John Anzalone, consulente di Joe Biden, ha per esempio affermato che “molti dei confronti elettorali più incerti a novembre si riaprono ed è possibile che i democratici mantengano i loro seggi in alcune delle sfide più dure”. La cosa vale, anzitutto, al Senato. La cancellazione di Roe v. Wade ha riportato in auge vecchi bandi all’aborto in Arizona, Wisconsin, Michigan, Georgia. Sono Stati dove, a novembre, si terranno sfide importanti proprio al Senato, e dove portare più donne alle urne (soprattutto donne dei sobborghi urbani), e più membri delle minoranze, potrebbe risultare decisivo. Stesso discorso per le cariche di governatore in Stati come la Pennsylvania, e ancora il Wisconsin e il Michigan. Mantenere un governatore democratico, potrebbe essere garanzia di tutela del diritto all’aborto in questi Stati.

“Ci sono molte donne indipendenti, molte donne che sino ad ora non hanno preso parte al processo elettorale, e che sono ora pronte a impegnarsi” ha detto la governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer. La cosa è però un auspicio, non una certezza. Per vincere la sfida, i democratici devono per l’appunto tenere vivo lo sdegno, avanzare con la mobilitazione, raccogliere finanziamenti, organizzare la campagna attorno al tema dell’aborto, senza però trascurare il resto, i temi economici, dell’inflazione, che sono al momento il vero tallone d’Achille di Biden e dei democratici; ciò su cui i repubblicani continuano a soffiare, nella speranza di riprendersi il Congresso. Senza contare una cosa. Che la sentenza sull’aborto è destinata a mobilitare non solo gli elettori democratici, ma anche i conservatori, il mondo religioso, la destra trumpiana, che dopo decenni di battaglie e speranze si vedono consegnare una delle vittorie più ambite.

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