Un colpo al cerchio e uno alla botte. Sull’agenda sociale sembra questa la strategia usata oggi dal presidente del Consiglio nel suo intervento al Senato. Perché l’obiettivo è quello di ricompattare intorno a sé una maggioranza eterogenea che però resta divisa anche su temi centrali come salario minimo legale e Reddito di cittadinanza. E allora meglio restare sul vago e infatti sui due punti il discorso di Mario Draghi oggi al Senato non presenta alcuna novità. Anzi, se possibile fa qualche passo indietro quando afferma che sul Reddito serve “ridurre gli effetti negativi sul mercato del lavoro”. Un’affermazione più volte smentita dai dati che contraddice anche quanto dichiarato da ministri del suo stesso governo. E sui miglioramenti “per favorire chi ha più bisogno”, è appena il caso di ricordare che Draghi non li ha presi in considerazione nemmeno quando a suggerirli era stato il Comitato tecnico da lui nominato. Quanto al salario minimo, il discorso di Draghi a Palazzo Madama non cambia di una virgola il compromesso “all’italiana” anticipato nei mesi scorsi dal ministro del Lavoro Andrea Orlando. La conferma è nel riferimento del premier alla direttiva europea sul salario minimo: “Ed è in questa direzione che dobbiamo muoverci, insieme alle parti sociali, assicurando livelli salariali dignitosi alle fasce di lavoratori più in sofferenza”. Chi conosce la direttiva sa che l’Italia potrebbe anche non recepirla o addirittura farlo senza in realtà cambiare lo stato delle cose, e sopratutto senza fissare una soglia salariale minima per legge, come chiesto tra gli altri dal Movimento 5 stelle. Il richiamo di Draghi è invece ancora una volta limitato alla contrattazione collettiva, che però non è riuscita ad arginare l’emorragia di potere d’acquisto dei salari italiani degli ultimi decenni.

“Contrariamente a quanto si dice, il Reddito di cittadinanza non ha disincentivato la ricerca di lavoro”. A dirlo, appena pochi giorni fa, è il ministro del Lavoro del governo Draghi, Orlando, che citando i dati dell’ultimo rapporto Inps smentisce una volta di più chi accusa la misura di aver generato effetti negativi sul mercato del lavoro. Dichiarazioni che al premier Mario Draghi devono essere sfuggite, visto che oggi nel suo discorso al Senato è tornato sulla questione: “Il reddito di cittadinanza è una misura importante per ridurre la povertà, ma può essere migliorato per favorire chi ha più bisogno e ridurre gli effetti negativi sul mercato del lavoro“. Al netto degli “effetti negativi” mai confermati dai dati, anche sui miglioramenti nell’interesse dei più bisognosi il terreno sul quale muove Draghi è scivoloso. Perché il suo governo non li ha fatti nemmeno quando ne aveva l’occasione. Anzi, quando l’autunno scorso il Comitato scientifico per la valutazione del RdC incaricato dallo stesso governo ha consegnato dieci modifiche per rendere la misura più equa ed efficace, il Consiglio dei ministri le ha bocciate tutte, compresa quella che puntava a rendere la distribuzione del sussidio meno discriminatoria per le famiglie numerose in povertà. A guidare quel Comitato per volere di Draghi era stata la sociologa Chiara Saraceno, che è appena tornata sul tema per rilanciare alcune proposte nella speranza che questa volta la politica voglia ascoltarle.

Quanto agli “effetti negativi sul mercato del lavoro” rilanciati dal premier in Senato, è utile citare quanto la stessa Saraceno ha scritto due giorni fa su lavoce.info ribadendo che i dati a disposizione “suggeriscono che la fruizione del RdC di per sé non disincentiva dal cercare e accettare una occupazione, anche molto temporanea. Per spiegarlo basta considerare che l’importo medio di cui beneficia una famiglia (non una persona sola) è di 570 euro al mese, sufficientemente basso da rendere attraente un lavoro a tempo pieno remunerato con un salario legale , anche minimo. Piuttosto, risulta confermato che è molto difficile, per la popolazione in condizione di fragilità economica, trovare una occupazione che garantisca un grado di autosufficienza economica accettabile sia sul piano della remunerazione sia su quello dell’orizzonte temporale”.

Anche il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha recentemente ricordato quel che i dati rivelano: “Non c’è un effetto scoraggiamento di quelli che possono lavorare nel programma del reddito di cittadinanza. E si noti che il 23% di tutti i lavoratori italiani prende meno del Reddito di cittadinanza: bisogna agire sui salari”.

Salari, dunque. E’ questo l’altro tema toccato dal capo del governo, che sul salario minimo ha speso qualche parola in più, ma se possibile ha detto ancora meno. Niente sul salario minimo legale, la proposta del M5s di fissare una soglia per legge, come quella che il Movimento ha inserito del ddl Catalfo dove l’asticella è fissata a 9 euro lordi l’ora per tutti i lavoratori. E se già prima della crisi di governo le parole del ministro Orlando avevano fatto intendere che non era questa l’intenzione, le parole odierne del premier confermano. “A livello europeo è in via di approvazione definitiva una direttiva sul salario minimo, ed è in questa direzione che dobbiamo muoverci, insieme alle parti sociali, assicurando livelli salariali dignitosi alle fasce di lavoratori più in sofferenza”, ha detto il premier, pur sapendo che la direttiva obbliga gli Stati membri a stabilire un salario minimo per legge solo nel caso in cui la percentuale di lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva sia sotto una certa soglia. E in Italia il grado di copertura è alto, tanto che potremmo anche non adottare la direttiva o farlo senza che cambi nulla, soprattutto per i tanti contratti collettivi nazionali con salari ben al di sotto dei 9 euro. Nessuna apertura dunque sulla possibilità di fissare la soglia per legge. Anzi, “occorre spingere il rinnovo dei contratti collettivi. Molti, tra cui quelli del commercio e dei servizi, sono scaduti da troppi anni. La contrattazione collettiva è uno dei punti di forza del nostro modello industriale, per l’estensione e la qualità delle tutele, ma non raggiunge ancora tutti i lavoratori”. Tutto come prima, insomma. La “via italiana al salario minimo”, come l’ha definita il ministroOrlando, preferisce applicare ad ogni settore i minimi previsti nei contratti collettivi più rappresentativi, quelli siglati da Cgil, Cisl e Uil, per intenderci. Una riforma utile, soprattutto a mettere fuori gioco i cosiddetti contratti pirata. Ma per i lavoratori con un contratto “rappresentativo” ma povero, come il famoso Servizi fiduciari della vigilanza non armata dove le paghe arrivano a 4 euro lordi l’ora, dal governo non sembrano arrivare novità né soluzioni.

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