L’Europa è alle prese con la peggior siccità degli ultimi 500 anni con il 64% del territorio in stato di emergenza (47%) o in preallerta (17%). È quanto emerge da un nuovo rapporto dell’Osservatorio europeo sulla siccità. Gli autori del rapporto segnalano anche come in alcune zona l’emergenza è destinata a durare fino al prossimo novembre. “La combinazione di una grave siccità e ondate di calore sopra la media ha creato uno stress senza precedenti sui livelli dell’acqua in tutta l’Ue”, ha affermato la commissaria europea Mariya Gabriel aggiungendo che “Il cambiamento climatico è senza dubbio più evidente ogni anno”. Diversi raccolti agricoli dell’Ue sono particolarmente colpiti, con le previsioni di produzione di grano il 16% al di sotto della media degli ultimi 5 anni. La grande difficoltà di navigare alcuni fiumi tra cui il Reno ha ricadute anche sui commerci e la produttività di alcune industrie.

Il problema sembra essere ancor più grave e potenzialmente esplosivo in Cina. Da 70 giorni il paese è alle prese con un’ondata di caldo che ha portato le temperature a superare i massimi storici in oltre 260 località. Tra le città più colpite c’è Chongqing, 30 milioni di abitanti. I negozi hanno posticipato l’apertura alle 16 e molti residenti hanno cercato sollievo dal caldo nei rifugi antiaerei risalenti alla seconda guerra mondiale. Il lago Poyang, il più grande della Cina si estende oggi per un quarto della sua superfice abituale. Le sue acque servono per irrigare il sud est del paese. Nella provincia del Sichuan diverse fabbriche, tra cui la giapponese Toyota, sono state costrette a fermarsi e la produzione di elettricità è stata ridotta. “Il Sichuan sta affrontando le temperature più calde e la peggiore siccità degli ultimi 60 anni, la produzione idroelettrica è dimezzata”, ha spiegato all’agenzia Bloomberg l’analista di Morgan Stanley Simon Lee. Le precipitazioni lungo il fiume Yangtze da luglio sono del 45% inferiori alla norma, la più bassa dal 1961. Fabbriche a rilento anche a Jiangsu. La carenza di energia sta ormai minacciando le forniture di qualsiasi cosa, dai cereali e alluminio ai materiali delle batterie utilizzati nei veicoli elettrici.

L’emergenza contingente si sovrappone in Cina ad un’emergenza strutturale che vede un progressivo impoverimento del patrimonio idrico del paese. Ogni giorni vengono utilizzati 1600 miliardi di litri d’acqua ma in alcune aree del paese la disponibilità pro capite è bassa, meno la metà di quella che si registra in Egitto. Decenni di corsa industriale coltivazioni intensive (In Cina si utilizzano il quadruplo dei pesticidi utilizzati negli Stati Uniti) e blande normative ambientali hanno lasciato il segno. Il 30% dell’acqua che si trova nel sottosuolo non può essere utilizzata per necessità dell’uomo, il 16% è così inquinata da essere inadatta a qualsiasi utilizzo. Da un punto di vista alimentare la Cina è sostanzialmente autosufficiente, produce il 90% degli alimenti che consuma tra cui 80 milioni di tonnellate di grano all’anno, tanto quanto la Russia e 125 milioni di tonnellate di mais.

Il paese e la sua popolazione sono però così grandi da causare gravi ripercussioni a livello globale anche con piccoli cali di produzione. Se, come emerge da alcune stime, Pechino dovesse importare fino al 13% del grano che consuma l’impatto sui prezzi alimentari sarebbe consistente in tutto il mondo. Come ricorda Foreign Affairs in un lungo articolo dedicato a un’emergenza definita una “potenziale catastrofe globale” il 90% della generazione elettrica cinese dipende da centrali che hanno bisogno di acqua per funzionare, siano nucleari a carbone o, naturalmente, idroelettriche. Se l’acqua dovesse essere razionata con priorità a popolazione e agricoltura (che consuma il 60% dell’acqua) anche la produzione elettrica ne risentirebbe e, di conseguenza, soffrirebbero tutte le filiere produttive.

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