Il governo Draghi lascia in eredità al prossimo inquilino di Palazzo Chigi un altro mini buco, dopo quello aperto dal decreto Aiuti bis di agosto. La sorpresa è contenuta nell’ultimo atto legislativo dell’esecutivo dimissionario, l’Aiuti ter, approvato venerdì 16 e pubblicato in Gazzetta ufficiale una settimana dopo. Il provvedimento vale 14,1 miliardi e prevede tra il resto una proroga degli aiuti alle imprese contro il caro energia e un mini bonus di 150 euro per chi ne guadagna meno di 20mila. Ma da dove vengono le coperture, visto che come è noto non si è voluto far ricorso a un altro scostamento di bilancio? Dopo i 6,2 miliardi di maggiori entrate il cui utilizzo è stato approvato dal Parlamento, la seconda voce più pesante è rappresentata da un congelamento – per 3,7 miliardi complessivi – di fondi ministeriali. Sulla falsariga di quanto era stato fatto a giugno nel decreto “taglia bollette”, per poi ripristinare i fondi con l’Aiuti bis. La differenza evidente è che in questo caso, appunto, a chiudere il buco dovrà essere il prossimo governo.

I tagli – “riduzione degli stanziamenti, di competenza e di cassa” – colpiscono missioni e programmi del Tesoro, del ministero del Lavoro e di quello della Difesa. In particolare saltano temporaneamente 1,6 miliardi destinati a interventi di sostegno fiscale alle imprese, 870 milioni di Regolazioni contabili, restituzioni e rimborsi di imposte, 400 milioni alla voce “Trasferimenti assistenziali a enti previdenziali, finanziamento nazionale spesa sociale, programmazione, monitoraggio e valutazione politiche sociali e di inclusione attiva” e 280 milioni per gli approvvigionamenti militari. Non significa, è ovvio, che quei soldi siano sottratti tout court alla loro destinazione: potranno essere scongelati a valere, per esempio, sulle maggiori entrate tributarie che lo Stato continua a incassare anche grazie all’aumento del prezzo dei carburanti. Ma, appunto, la decisione spetterà a chi viene dopo.

La terza fonte di coperture – 2,7 miliardi che a regime saliranno a 3,7 – è il “meccanismo di compensazione a due vie” sul prezzo dell’energia prodotta da impianti a fonti rinnovabili previsto dal decreto Sostegni di gennaio, cioè la differenza tra il prezzo di mercato legato a quello del gas e un “prezzo di riferimento” fissato per legge. Di fatto un contributo straordinario sugli extraprofitti dei produttori da fotovoltaico, solare, idroelettrico, geotermico ed eolico. Nessuna traccia, invece, delle attese modifiche alla tassa sugli extraprofitti delle altre aziende energetiche, inserita nel primo decreto Aiuti ma così mal scritta – colpisce non i profitti ma il maggior margine Iva – che a fronte dei 4 miliardi attesi a titolo di acconto ne è stato incassato dall’erario solo uno, cosa che ha scatenato le ire del premier. Stando a indiscrezioni, i tecnici avevano valutato di trasformarla in una addizionale Irap o Ires. Poi tutto si è arenato, in attesa di capire il punto di caduta dei negoziati europei su un piano comune per affrontare il caro energia: la proposta della Commissione prevede anche un contributo di solidarietà del 33% sui (reali) extraprofitti delle compagnie attive nei settori del petrolio, del gas, del carbone e della raffinazione. Anche questa grana viene quindi lasciata irrisolta.

Il prossimo governo, chiamato a scrivere in tutta fretta la legge di Bilancio con margini di manovra inesistenti visto il rallentamento della crescita che la prossima settimana sarà certificato nella Nadef, dovrà fare i conti anche con un’altra patata bollente: la sottostima delle coperture del precedente decreto Aiuti, il bis. Come rilevato dal Servizio bilancio del Senato, i circa 15 miliardi stanziati per aiutare famiglie e imprese danneggiate dal caro bollette erano parametrati ai prezzi del gas di fine luglio e appaiono insufficienti alla luce dei forti aumenti registrati in agosto.

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Decreto Aiuti ter, la “rateizzazione delle bollette”? Sono garanzie statali sui prestiti bancari alle imprese per pagarle

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