“I pensionamenti dei medici di famiglia nei prossimi cinque-otto anni priveranno 14 milioni di cittadini di questa figura professionale” aveva detto prima delle elezioni il segretario nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti. Aggiungendo: “Appare quasi ridicolo assistere al fatto che nessuna forza politica che aspira a governare il Paese proponga e si impegni sul tema dell’assistenza territoriale”. Adesso che il governo si è insediato, i medici di base insistono e chiedono un incontro con il ministro della salute, Orazio Schillaci: “Il recupero della prossimità e la valorizzazione della medicina generale sono le condizioni essenziali per realizzare una riforma che parta dalla base del servizio territoriale, da medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali, che più di tutti conoscono il contesto e possono rappresentare la percezione dei cittadini/pazienti rispetto all’offerta di cure e al loro miglioramento”.

La Fimmg ha stimato una emorragia di 45.000 medici in 5 anni, considerando tutti quelli del Servizio sanitario nazionale. In particolare, entro il 2028 saranno andati in pensione 33.392 medici di base e 47.284 medici ospedalieri, per un totale di 80.676 camici bianchi. L’Italia della Sanità non è però tutta uguale. Lo dimostra anche l’allarme ripreso in Veneto dal Pd, che ha commissionato uno studio a due ricercatori secondo cui la mancanza di programmazione nella formazione dei medici di medicina generale ha aggravato la situazione, nonostante la sanità regionale veneta amministri ogni anno 10 miliardi e mezzo di euro. E, mai come in questo periodo, la realtà dei medici di base è in sofferenza.

UN ESERCITO DI 40.250 CAMICI BIANCHI – Il numero dei medici di base riflette l’entità della popolazione degli assistiti e il numero che ogni singolo sanitario prende in carico. Ecco come sono divisi, in ordine di popolazione (tra parentesi, approssimata) e con riferimento al 2021: Lombardia 5.774 medici di medicina generale (9,9 milioni di abitanti); Lazio 4.244 (5,7mln), Campania 3.631 (5,6mln), Veneto 2.995 (4,9mln), Sicilia 3.871 (4,8mln), Emilia Romagna 2.850 (4,4 mln), Piemonte 2.882 (4,3 mln), Puglia 3.144 (3,9 mln), Toscana 2.653 (3,7 mln), Calabria 1.089 (1,8 mln), Sardegna 1.118 (1,6 mln), Liguria 1.054 (1,5 mln), Marche 1.042 (1,5 mln), Abruzzo 1.036 (1,3 mln), Friuli Venezia Giulia 768 (1,2 mln), Trentino-Alto Adige 622 (1,1 mln), Umbria 719 (0,9 mln), Basilicata 435 (0,5 mln), Molise 244 (0,3 mln), Valle D’Aosta 79 (0,1 mln). Il totale è di 40.250 medici di base, nel 2019 erano 42.428, nel 2020 erano 41.707. Un calo costante.

IN EUROPA AL 17esimo POSTO – I medici di base italiani lavorano più di una buona metà dei loro colleghi europei. Il Portogallo è in testa nella classifica dei paesi del Continente con una media di 274,3 medici di medicina generale ogni 100.000 abitanti, praticamente un medico ogni 365 abitanti. L’Italia è solo al diciassettesimo posto con un valore di 70,2 medici, superata, ad esempio, da Belgio (118,7), Spagna (91,4), Olanda (91,3), Lituania (89,1), Francia (85,4), Regno Unito (74,9) e Germania (72). All’ultimo posto di questa graduatoria troviamo la Polonia con 22,2 medici ogni 100.000 abitanti (un medico ogni 4.504 abitanti), al penultimo la Grecia con 34,5 e al terzultimo l’Ungheria con 38,5 medici.

Anche in Italia si registrano differenziazioni notevoli, a dimostrazione di come il servizio erogato ai cittadini non sia uniforme. Lo studio del Pd è riferito al 2019, prima della pandemia, e indica una media nazionale di 1.224 assistiti per ogni medico. È molto ampia la forbice tra la Regione che ha più assistiti (Trentino Alto Adige con 1.454 persone) e quella che ne ha meno (Umbria con 1.049): 405 assistiti sono pari a un differenziale del 40 per cento. In questa graduatoria la Lombardia è al secondo posto con 1.408 pazienti per medico, il Veneto al terzo con 1.365. Le posizioni superiori alla media nazionale sono: Friuli Venezia Giulia con 1.320, Emilia Romagna con 1.302, Valle d’Aosta con 1.291, Piemonte con 1.289, Toscana con 1.241, Sardegna con 1.226 e Campania con 1.225. Al di sotto della media, la graduatoria prosegue con Marche (1.209), Liguria (1.179), Lazio (1.138), Puglia (1.078), Sicilia, Molise e Abruzzo (tutte con 1.059), Calabria (1.055), Basilicata (1.052) e Umbria (1.049).

BORSE, UN’ITALIA DISEGUALELe differenze riguardano anche i corsi per la formazione dei medici di medicina generale che dovrebbero sia compensare il turn over, che ridurre il numero dei territori rimasti senza assistenza. L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali annota: “Nel corso degli anni, dal 2014 al 2021, le borse sono andate ad aumentare. Va quindi nella direzione giusta il finanziamento, con fondi stanziati per la Missione 6 del PNRR, di 900 borse per la formazione sin da quest’anno per tre anni di fila, da sommarsi ai finanziamenti ordinari. Per il triennio formativo 2022-2024, le borse passano da 1.879 a un totale di 2.779”. In questa graduatoria il Veneto è all’ultimo posto con 0,17 borse ogni 1.000 abitanti, al primo c’è il Molise con 0,52 ogni 1.000 abitanti. Questo l’elenco delle regioni italiane: Abruzzo 249 borse (0,20 ogni 1.000 abitanti), Basilicata 202 (0,37), Calabria 349 (0,19), Campania 1.082 (0,19), Emilia Romagna 903 (0,20), Friuli Venezia Giulia 257 (0,21), Lazio 1.072 (0,19), Liguria 384 (0,25), Lombardia 1.800 (0,18), Marche 316 (0,21), Molise 150 (0,52), Piemonte 1.082 (0.25), Puglia 1.015 (0,26), Sardegna 344 (0,22), Sicilia 1.137 (0,24), Toscana 907 (0,25), Umbria 269 (0.31), Valle d’Aosta 50 (0.41), Veneto 810 (0,17). Il raffronto tra il Veneto e regioni come il Piemonte o l’Emilia Romagna è emblematico, perché hanno una popolazione inferiore a quella veneta, ma hanno chiesto o finanziato un maggior numero di borse.

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