di Massimo Arcangeli

Antiche romane sportive

Con le palle e coi palloni – un passatempo ancora molto comune nella Roma e nell’Italia medievale – ci si divertiva anticamente sia in Grecia che a Roma. Nel particolare (fig. 1) di un mosaico di Piazza Armerina (Villa del Casale, IV sec. d. C.) due giovani donne giocano a palla in subligar (‘perizoma’, un primitivo bikini) e mamillare (‘reggiseno’), detto anche strophium o fascia (pectoralis). Nel mosaico (fig. 2) le donne sono in tutto dieci. Una di loro, con un ramo di palma in una mano e una corona nell’altra, si appresta a premiare la vincitrice alla sua sinistra (un’altra è già incoronata, e ha pure il suo ramo), altre sono impegnate in varie competizioni sportive (una impugna due piccoli manubri, un’altra sta per lanciare un disco, due stanno correndo).

In latino la palla, calciata in alto o fatta rimbalzare a terra, era chiamata pila (follis o folliculus qualora, come il pallone dei pugilatori, fosse stata gonfiata con l’aria). I Greci chiamavano ἀπόρραξις il gioco a far rimbalzare a terra il pallone (vinceva chi riusciva a fargli fare più rimbalzi di seguito) e οὐρανία quello di spararlo verso il cielo (l’avversario doveva bloccarlo al momento della discesa, impedendogli di toccare terra); la sfera, in questi giochi (e in altri simili), poteva anche essere tirata contro un muro e impattare il suolo, una o più volte, prima di essere nuovamente lanciata.

Giochi di squadra

Un piccolo elenco di giochi di palla e di pallone è contenuto nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia (560 ca.- 636): De pila. Pila proprie dicitur quod sit pilis plena. Haec et sfera a ferendo vel feriendo dicta. De quarum genere et pondere Dorcatius sic tradit: “Neu tu parce pilos condere cervi, / uncia donec erit geminam super addita libram”. Inter species pilarum sunt trigonaria et agonata. Trigonaria est qu[i]a inter tres luditur. Arenata, qua in grege, dum ex a circulo adstantium spectantiumque emissa, ultra iustum spatum pilam excipere lusumque finire consueverunt. Cubitalem lusum appellant quum duo comminus ex proximo ac pene coniunctis cubitis pilam feriunt. Suram dicitur dare qui pilam crure prolato feriendam conlusoribus praebent (XVIII, 69).

La palla era dunque denominata pila, secondo Isidoro, perché poteva essere riempita di pili, i “capelli” degli animali, e sappiamo da un antico poeta di nome Dorcazio, forse vissuto al tempo di Augusto (i due versi ripresi nel passo, da un componimento in esametri sui pilarum genera, e sul loro peso, sono gli unici che abbiamo di lui), che potevano essere i peli di un cervo, coi quali riempire la palla finché non avesse raggiunto il peso di due libbre e un’oncia. Pila, però, non era il solo modo di riferirsi a una palla nell’antica Roma: c’è chi la chiamava sfera, da ferre (“portare”) o da ferire (“colpire”). La trigonaria si giocava in tre. Nell’arenata due squadre gareggiavano sulla sabbia. Qui gli spettatori, tutti in circolo, intorno al terreno di gioco, lanciavano la palla in campo; i giocatori la prendevano e se la passavano, avanti o indietro (fra le urla e gli incoraggiamenti, gli insulti e i sussulti dei sostenitori delle due squadre), finché uno di loro, con la palla in mano, superata la difesa avversaria, non oltrepassava la linea di fondo.

La descrizione di questo gioco ricorda da vicino l’harpastum (gr. ἁρπαστόν), un ascendente del rugby. In questo caso la palla (gr. ἁρπαστή) “è di piccola taglia e, perciò, facile da sottrarre all’avversario con una mossa fulminea. […]. Le modalità di gioco sono le seguenti: i fanciulli o giovinetti si dividono in due squadre, delle quali la prima dà inizio alla partita, lanciando in alto la sfera, che un giocatore deve catturare a volo, levandosi in aria e rilanciandola a sua volta con un passaggio ad un compagno. Gli avversari marcano i giocatori dell’altra squadra uno ad uno, corrono nel tentativo di saltare tutti insieme e ghermire la palla, esercitando una notevole pressione e coordinando i loro sforzi. La gara è dunque accesa, la rapidità di movimenti richiede un’azione di gioco serrata con notevole dispendio di energie” (Salvatore Costanza, Giulio Polluce, “Onomasticon: excerpta de ludis”. Materiali per la storia del gioco nel mondo greco-romano, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2019, p. 218).

In un altro gioco ci si passava la palla tra compagni con la gamba, all’altezza del polpaccio: suram dare (“dare il polpaccio”), significava proprio ‘passare il pallone’. Nel cubiculum, giocato in due, ci si metteva l’uno di fronte all’altro, alla minima distanza possibile, e si rinviava la palla colpendola coi cubiti; i gomiti, nel lanciarla, dovevano stare quasi attaccati (come nel bagher, uno dei principali tocchi della pallavolo).

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