A 15 anni dal rogo della Thyssenkrupp di Torino i parenti delle vittime chiedono ancora giustizia. “Abbiamo scritto una lettera indirizzata a tutto il Governo perché vogliamo che sappia quanto abbiamo subito in questi anni. Non ci accontentiamo più di essere ricevuti e ascoltati dal ministro della Giustizia di turno, ma vogliamo risposte che dopo 15 anni sono quanto meno un atto dovuto. Perché non è stato un incidente sul lavoro, ma un incidente provocato da gente ignorante e incompetente. Ma ci sono assassini ancora liberi, li hanno lasciati scappare. L’Italia è stata codarda” dice Laura Rodinò, la sorella di Giuseppe, uno dei sette operai morti, che denuncia ancora “la mancanza di giustizia”. E anche quest’anno, nel 15esimo anniversario della tragedia, il dolore e la rabbia delle famiglie, mamme e sorelle, è tornato a farsi voce durante la cerimonia di commemorazione al memoriale nel cimitero Monumentale di Torino.

“Io vivo da 15 anni l’assenza di mio figlio – dice Rosina Platì, mamma di Giuseppe Demasi -, 15 anni che non sono stati sufficienti per portare a compimento un percorso giudiziario. Abbiamo capito quanto faccia male la negazione del diritto”, aggiunge, parlando di “sentenze inapplicate, inutili impegni, principi farlocchi, tribunali inefficaci e ministri che ci avevano assicurato che avrebbero vigilato ma poi si sono limitati ad ascoltarci più per dovere istituzionale che per altro. 15 anni di una giustizia ingiusta e priva di credibilità. Il nostro processo avrebbe dovuto essere uno spartiacque, ma ancora ogni giorno si reclama sicurezza nei luoghi lavoro“, conclude, ricordando l’ultimo abbraccio e l’ultimo bacio dati al figlio quel giorno, quando uscì di casa per raggiungere la fabbrica. Nel rogo morirono Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi.

La procura tedesca di Essen due anni fa aveva autorizzato un regime di semilibertà per Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager di Thyssenkrupp ritenuti corresponsabili dell’incendio per il quale sono stati condannati in via definitiva a 5 anni di carcere per omicidio e incendio colposo. I due manager tedeschi – a differenza degli imputati italiani che dopo il verdetto della Cassazione si sono consegnati – non hanno fatto un solo giorno di carcere pieno. I due imputati hanno presentato ricorsi su ricorsi prima che la sentenza della Suprema corte potesse avere esecuzione in Germania.

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