di LP

Ho letto l’articolo pubblicato su ilfattoquotidiano.it a firma di Giorgio Colombo: Pensioni, con 250 euro al mese si è troppo ricchi per essere a carico del coniuge. L’appello: “Noi per lo Stato non esistiamo”. Se interessa dedicarsi a un’altra squallida vicenda che coinvolge l’Inps, mi piacerebbe raccontare quanto sta avvenendo nel mio caso. A differenza della vicenda riferita dall’articolo non si tratta di chiedere all’Inps di modificare un parametro per l’erogazione di un sussidio, qui si fa riferimento a un livello di inadeguatezza ancora più infimo perché relativo a una procedura standard, esistente, sperimentata, banale, di routine che l’Inps non è, però, in grado di seguire e gestire.

Dal 2019 attendo per mia madre che vengano accertati i requisiti sanitari che le consentano di accedere al riconoscimento di invalidità civile L. 104/92. Ho ottenuto che la pratica passasse da Roma, città in cui è stata presentata la domanda, alla provincia dove è attualmente domiciliata, con l’integrazione documentale di richiesta di visita domiciliare. Il passaggio di consegne e la documentazione relativa sono avvenuti senza difficoltà.

Ma qui sono cominciati i problemi.

Dalla sede del medico legale ho ricevuto per ben tre volte, via posta, lo stesso identico invito a presentarsi personalmente alla sede provinciale. Come se per tre volte si fosse aperta una nuova procedura con diverso numero di protocollo e nessuno avesse verificato che ne esistevano altre identiche, né, peggio, si fosse premurato di verificare i termini della domanda di accertamento che richiedeva una visita domiciliare.

Nonostante abbia cercato di contattare l’ente ai recapiti forniti per chiedere chiarimenti, il telefono dell’ufficio del medico legale risulta sempre occupato dopo il primo squillo e alle mail nessuno risponde. Ho altresì inviato vari messaggi pec agli indirizzi Inps regionali e nazionali facendo presente la situazione senza ottenere riscontri se non la ricevuta di accettazione delle mail.

Esasperata mi sono rivolta al patronato più vicino. Anche questa procedura mandarina, voluta proprio dall’ente, e indegna di un paese democratico e civile in cui l’accesso diretto alle istituzioni dovrebbe essere un principio elementare acquisito, senza ostacoli di cultura, alfabetizzazione, condizione fisica, età, sesso, colore di pelle e censo è stata totalmente ignorata. Infatti, anche alle richieste inviate dal patronato nessuno risponde.

Ho trovato anche paradossale che dal patronato, che si è arreso senza ulteriori azioni, mi sia giunto il consiglio di fare sollecitare la pratica da un legale. Come se i diritti non fossero collettivi e da difendere insieme. A un legale ci si dovrebbe rivolgere, sindacato per primo, non per sollecitare una singola pratica, bensì per ottenere che gli artefici di questa incredibile e squallida vicenda ne rispondano alla collettività in base alle proprie responsabilità.

Nessuno degli attori di questa farsa tragica, dal patronato ai dipendenti, funzionari, dirigenti Inps, ha la professionalità, il senso di responsabilità, la civiltà e l’umanità per affrontare quello che a me sembra un caso semplicissimo da risolvere. Davvero paradossale ma, purtroppo emblematico dell’arretratezza di civile e etica di questo paese.

Mia madre ha 92 anni, ormai da tempo gravemente malata e impedita nelle sue funzioni, ma soprattutto è un cittadino contribuente di questo paese cui si sta negando persino la sola valutazione dei requisiti per l’accesso a un diritto riconosciuto. Lei per lo Stato non esiste.

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