Cultura

Spare – Il minore, la recensione. Inutile fare i saputelli o gli offesi: l’autobiografia del principe Harry è un libro di tutto rispetto

Si tratta di posizionamento maturo e anticonvenzionale dentro agli schemi rigidi di un’istituzione antichissima che nel 2023 sembra ogni giorno un pugile sempre più suonato dalla contemporaneità e dalla storia. Sul New Yorker la chiosa alla recensione di Spare è un gioiello. Copiamo perché vale il prezzo del debito: “Il Principe illetterato ha guadagnato nella vita ciò che Amleto ha ottenuto solo nella morte”

Spare – Il minore, l’autobiografia del principe Harry, edita da Mondadori, è un libro di tutto rispetto: sia perché stilisticamente scorre senza intoppi, “creando” una lingua e un personaggio che la parlasse sostanzialmente dal niente; sia per il fatto che taglia trasversalmente e causticamente una privacy centenaria qui piuttosto sbertucciata. C’è poco da fare gli offesi o i saputelli. Le autobiografie bisogna saperle scrivere. E J.R.Moheringer, il ghostwriter di Spare, nonché autore di Open, altra autobio popolarissima su Andre Agassi, è un biografo che sa cosa cercare nel marasma affettivo di un perdente alla Harry, macinando dettagli pratici, tessendo supposta credibilità e costruendo trama e ordito per dare potenza alla storia.

Se aprite quasi a metà Spare ne avrete un esempio. Si tratta delle ore che precedono le nozze del principe William – Willy, per il fratello – con Kate Middleton. Harry, e Moheringer, colgono due piccioni con una fava: dapprima l’antipasto con l’immancabile ironica auto denigrazione principesca (“io testimone di nozze di Willy? Meglio di no, avrei potuto dire qualcosa di inopportuno”) cifra poetica che fa da scheletro all’intero volume; poi la descrizione priva di scrupoli di attimi privati del fratello che con due coca e rum si ubriaca come un pivello o ancora l’alitaccio da topo di fogna in auto la mattina successiva tanto che Harry si trova in imbarazzo e gli passa mentine a profusione; infine la battuta più acida del secolo: “Guardai fuori: l’abbazia di Westminster. Sentii il solito vuoto allo stomaco. Pensai: “Chi non vorrebbe sposarsi nello stesso posto in cui si è tenuto il funerale di sua madre”. Lanciai un’occhiata a Willy. Stava pensando la stessa cosa?”. Chissà.

Intanto, l’amletico dubbio – Shakespeare peraltro aleggia e compare spesso nei meandri più “alti” del libro – è realtà. Perché del resto la posizione di subalternità gerarchica, fisica, umana, che Harry suggerisce per sé da inizio a fine Spare non è, come ha sentenziato pomposamente la pletora di molti sepolcrali più realisti del re, “ vittimismo”. Bensì si tratta di posizionamento maturo e anticonvenzionale dentro agli schemi rigidi di un’istituzione antichissima che nel 2023 sembra ogni giorno un pugile sempre più suonato dalla contemporaneità e dalla storia. Prendiamo ancora un altro brano chiarificatore del libro. Il cerimoniale di Balmoral rispetto al quotidiano per i bambini Harry e Willy. L’inchino fantozziano alla statua della nonna, le cinquanta camere “tutte uguali” e immodificabili a proprio piacimento di bimbo, la terrificante intelaiatura, metafora costrittiva della logora monarchia, della biancheria da letto “rattoppata e inamidata” con sopra incise le iniziali della Regina Elisabetta. Come fossimo di fronte ad una sliding doors continuamente rimandata il cruccio di Harry, l’ipotesi, la necessità è sempre la stessa: quando mi libererò di questo giogo, dall’inutilità di un ruolo già scritto?

Spare è suddiviso in tre corposi capitoli (l’infanzia e la morte di Diana; la vita da soldato; l’incontro e la relazione con Meghan) con un’introduzione dinamitarda (l’incontro segreto e senza risultato pacificatore tra Harry, William e Carlo a Frogmore Castle dopo i funerali di Filippo), un rapido prorompente epilogo (Meghan e Harry sulla tomba di Diana ed Harry in solitaria davanti alla salma della nonna) e un anelito, un desiderio, una richiesta di aiuto che il principe rivolge spesso oltre le convenzioni e la predestinazione. “Chiedo chiarezza e guida”, scrive più volte il principe, come se quel suo essere “riserva” mostrasse un sincero smarrimento esistenziale e affettivo impossibile da lenire con gli anonimi rituali di corte, grido di dolore verso un mondo adulto che l’ha dimenticato per strada, più o meno volontariamente, che l’ha lasciato convivere da solo con i dolci e tragici fantasmi di mamma, che l’ha fatto sfilare in coda per ogni parola, gesto, sguardo non previsto dal cerimoniale.

Never complain, never explain”. “Mai lamentarsi, mai spiegare” è il motto degli Windsor che inevitabilmente sta stretto allo sgarrupato Harry, imbranato a scuola, intento ad affogare il dolore nell’alcool (vodka, red bull, gin tonic, southern comfort, birra, sambuca gold e black è l’elenco esibito con inedita sincerità dal principe), imbestialito con la violenza menzognera dei tabloid (qui Moheringer sembra aver fatto un lavoro di fino per non renderla un’ossessione sguaiata). Harry pare come un parvenu, infastidito e sorpreso, dagli intrighi di corte come per quella Camilla (“l’amichetta di papà”) che ne sacrifica la burrascosa adolescenza, grazie ad un fidato spin doctor, lasciando che i tabloid lo dipingano come un idiota perlopiù tossico salvato quindi da papà Carlo in crisi di popolarità dopo la morte di Diana; qui risoluto e avvantaggiato da un tentativo letterario di riconciliazione pubblica quando il privato familiare è diventato solo muri invalicabili di fastidio e indifferenza. Inevitabile che il percorso di Harry sia infine quello di un tizio fuori posto ovunque vada, come capita nel continuo andirivieni tra fronti caldi di guerra, bersaglio troppo ambito per i talebani killer. E che quindi in Meghan, altra traiettoria sociale e culturale non convenzionale rispetto alla corte, trovi un equilibrio tra ragazzo scapestrato che fu e l’adulto che in trasformazione che sarà. Sul New Yorker la chiosa alla recensione di Spare è un gioiello. Copiamo perché vale il prezzo del debito: “Il Principe illetterato ha guadagnato nella vita ciò che Amleto ha ottenuto solo nella morte”.