Attraverso il caso Cospito è accaduto ciò che temevo: si è cominciato “di nuovo” a parlare apertamente e confusamente anche dell’abolizione del regime speciale del 41 bis.

Ricordo allora il curriculum di Alfredo Cospito per cui si sta mettendo in discussione l’istituto: militante anarchico insurrezionalista che ha gambizzato un dirigente della Ansaldo Nucleare e ha messo una bomba alla caserma di Fossano a Cuneo per fare una strage di carabinieri, fallita soltanto per fortuna.

Il 41 bis – è bene chiarirlo – non è “carcere duro”, come spesso viene definito, non è un aggravamento della pena. È un regime, voluto da Falcone e Borsellino, che serve a impedire collegamenti con le organizzazioni criminali di appartenenza. E a chi se non a un potenziale stragista va impedito di avere contatti con la sua organizzazione?

Cospito sta molto male non perché lo Stato lo stia torturando, ma perché rifiuta il cibo. Perciò è stato trasferito da Sassari al carcere milanese di Opera dove le strutture terapeutiche sono più all’avanguardia, come è giusto che sia. Ma nonostante la migliore assistenza sanitaria, continua a rifiutare il cibo e ha intenzione di farlo finché il 41 bis non sarà abolito non solo per sé, ma per tutti, mafiosi compresi.

Fermo restando che la decisione spetta alla Corte di Cassazione, sapete come si chiama questo? Ricatto. E può costituire un pericoloso precedente. Se domani Matteo Messina Denaro comincia uno sciopero della fame, cosa facciamo? Discutiamo se togliergli il 41 bis?

I mafiosi non temono il carcere. I mafiosi temono il regime speciale del 41 bis: ne vogliono l’abolizione perché l’isolamento li allontana dal gruppo criminale e incide sul loro potere di controllo e comando nelle cosche.

Il pericolo è che adesso ci siano le condizioni perché questo accada.
L’istituto del 41 bis è imprescindibile per la lotta alla mafia, perché ostacola la trasmissione di messaggi e rompe i legami tra detenuto e organizzazione mafiosa, tuttavia, al momento è tutto al di fuori di un regime “duro”. Il regime di massima sicurezza, oggi, di fatto, è totalmente disatteso, esistono spazi di comunicazione continua, le celle sono poste le une di fronte alle altre favorendo gli scambi di messaggi. L’unica struttura idonea è quella di Bancali a Sassari.

Tutto ciò rende difficile, se non impossibile, l’attività di contrasto e di controllo degli agenti del Gruppo Operativo Mobile. Ma soprattutto la richiesta impermeabilità di questo regime diventa utopia. Nella scorsa legislatura in Commissione Antimafia abbiamo condotto un’inchiesta senza precedenti per approfondire il funzionamento e le criticità dell’istituto. Abbiamo svolto oltre 60 audizioni tra direttori penitenziari, comandanti di reparto, operatori e sindacati. L’indagine è confluita in una relazione a mia prima firma, votata all’unanimità, in cui si rappresenta la necessità di investire risorse per mettere a norma i dodici regimi di 41 bis e di potenziare il Gruppo operativo mobile attraverso la copertura della pianta organica, la formazione, l’addestramento e l’equipaggiamento affinché gli operatori siano messi in condizione di svolgere in sicurezza il proprio lavoro.

È stata depositata, inoltre, la proposta di legge volta ad introdurre l’aggravante dell’istigazione o apologia di mafia, in quanto ci siamo accorti che le foto che i boss mafiosi fanno una volta all’anno venivano messe sui principali social network, mandando messaggi di odio contro chi collabora con la giustizia, contro i magistrati e forze dell’ordine. In sottofondo di solito canzoni neomelodiche con migliaia di condivisioni soprattutto fra i giovanissimi.

La nostra legislazione antimafia ci ha resi un modello per l’Europa e abbiamo il dovere di non indietreggiare di un passo e di non cedere a nessun ricatto. Perché la mafia è ancora viva, sempre più liquida e tutt’altro che sconfitta. Per questi motivi il 41 bis non può essere oggetto di nessun tipo di ricatto, ma soprattutto deve essere a norma!

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