di Giorgio Boratto

Questa guerra ha assunto una dimensione che non va più tra due concezioni diverse di intendere l’assetto economico e in genere politico tra due superpotenze ma, essendo giocata ancora a scapito dei popoli, riguarda soprattutto gli assetti di potere nazionalistico e di influenza delle stesse sugli scenari mondiali. In breve l’aspetto culturale egemonico. E’ chiaro che la guerra è tra due potenze neoliberiste che hanno la stessa idea che le libertà individuali sono garantite dalla libertà di mercato, fulcro dell’ideologia con la quale gli Stati Uniti hanno imposto al resto del mondo. Ora abbiamo dei sistemi il cui potere è diviso da un’autarchia e da una democrazia formale.

Il potere autarchico per la Russia vuol dire un’economia di proprietà di una ristretta classe di neomiliardari russi, i cosiddetti ‘oligarchi’ che spogliarono il Paese dopo il crollo dell’Urss nel 1991 di quasi tutte le sue risorse, spostando poi all’estero gli enormi profitti. Questa classe di imprenditori era composta da un ristretto gruppo di russi, spesso ex dirigenti del Partito Comunista. L’allora presidente della Russia Boris El’cin con il suo gruppo di consiglieri non permisero però alle multinazionali straniere di acquistare direttamente aziende russe. Le aziende venivano vendute ai connazionali e, una volta privatizzate, potevano essere fruibili agli azionisti stranieri.

Sul piano culturale risulta chiaro l’aspetto debole e imitabile della società russa, dove è ancora forte lo stile di vita basato su fumo e alcool che ha generato un crollo delle fasce deboli e ha visto il collasso dello Stato sociale con la distruzione delle rispettive strutture sanitarie e il susseguente aumento di prezzo dei farmaci. Parafrasando Enrico Berlinguer possiamo allora sostenere che a noi interessa di più un’appartenenza alla Nato che a qualunque altro regime: non è stato un caso che le Costituzioni europee che conservano lo Stato sociale e prevedono una economia mista siano nate sotto quella protezione dopo il 1948.

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