di Stefano Bonanni

L’aereo arriva nella notte e con lui l’ansia e la paura di vedersi negato l’accesso in Israele solo perché si è costretti a mentire. La dogana rappresenta una barriera per la verità. Qui non c’è posto per una neutralità che non cerca le cause del conflitto ma che cerca di convivere con le conseguenze. Per ottenere un visto turistico non si può dire di recarsi nei Territori occupati.

Il lavoro di mistificazione della realtà comincia all’interno, ma per sostenere una menzogna così a lungo bisogna far si che tutti gli ingranaggi siano al posto giusto, dall’ultimo impiegato di Tel Aviv alla giovane soldatessa che mi ritrovo davanti; capelli chiari, dai lineamenti forti, stivali neri e uniforme verde, dall’aspetto non penseresti mai che possa imbracciare un fucile, ma qui se la guerra è psicologica la tensione la respiri per davvero. Anche se sai di non fare nulla di male ti fanno sentire in difetto sperando che crolli, proteggendo il castello di carta. Ogni cosa può essere usata contro di te per poterti trattenere, maltrattare ed espellere dal paese.

È per questo che bisogna eliminare ogni traccia nei social, nell’email, nei documenti del telefono che possa dar appiglio ad interminabili interrogatori. L’ansia di aver dimenticato qualcosa non la puoi eliminare, partendo di fatto in svantaggio, come se quello sbagliato fossi tu.

La mia destinazione è Tuwani, un piccolo villaggio a sud delle colline di Hebron, nelle valli che si estendono dal mar morto fino alla Giordania. Qui ormai da 20 anni gli abitanti si sono organizzati per contrastare l’espansione dell’avamposto di Havat Maon, illegale non solo per il diritto internazionale ma anche per la legge israeliana. Da quando i coloni israeliani sono arrivati qui hanno di fatto occupato una strada che collegava due villaggi e negli anni hanno continuato ad edificare.

La scelta della nonviolenza degli abitanti dei villaggi palestinesi li ha portati a non accettare più i soprusi degli invasori, ma di rispondere attivamente richiamando alla mente i satyagraha dell’India di Gandhi. E come nella fisica, dove ad ogni azione corrisponde una reazione, qui, nelle valli palestinesi, la reazione è fatta anche da donne e bambini che scardinano la logica maschilista della supremazia e riportano il confronto sulla terra.

Spesso però anche i soggetti più fragili sono presi di mira ed è qui che un passaporto italiano può essere un privilegio e può essere un vantaggio per potersi frapporre tra vittime e aggressori, utilizzato come mezzo di denuncia per far arrivare la verità al di là del muro di omertà costruito da Israele.

Arrivato nel villaggio riconosco con grande sorpresa diversi ragazzi, una volta bambini, ormai uomini in una terra che ti fa crescere velocemente. Negli anni ho sempre provato una certa inquietudine per le sorti di queste persone, che nonostante i loro sforzi sono costrette a vivere in un perenne clima di tensione. A primo impatto nulla sembra essere cambiato dall’ultima volta che sono stato qui nel 2012 e questo in parte mi dà serenità. Solo ora vedendoli realizzo che non era scontato che li avrei ritrovati qui. Ed è stato proprio quel loro remare controcorrente che gli ha permesso di rimanere immobili.

Tra i tanti ragazzi ritrovo Alì, un giovane palestinese che al tempo accompagnavamo nel tragitto dal suo villaggio alla scuola nel villaggio vicino, percorso che più volte è stato preso di mira dai coloni ferendo i bambini inerti che avevano come unica colpa di essere nati da famiglie non ebree. Dopo avermi riconosciuto Alì mi invita per la cena e a passare la notte da loro. In questo periodo il loro villaggio è stato preso di mira e le famiglie si sentono più sicure con degli internazionali. In un attacco recente una donna americana è stata colpita alla testa con un bastone da un colono, riportando una ferita che ha avuto bisogno di punti e di accertamenti medici.

La cittadinanza non ti dà la certezza di non essere aggredito, ma le pressioni del consolato americano hanno portato all’arresto di due coloni, un evento raro per questa terra, dove coloni ed esercito giocano un ruolo di squadra.

Ali è robusto e non molto alto, ha delle sopracciglia sottili e zigomi pronunciati che danno al suo ampio viso un tocco di femminilità. Indossa una kefiah a ribadire il suo legame con questa terra. Le sue radici sono qui, anche se i terreni dei suoi genitori sono stati occupati. Lungo il tragitto in macchina per arrivare a casa sua si fermerà davanti a degli alberi piantati dalla sua famiglia e ad un piccolo terreno recintato.

Scendiamo dalla macchina e il momento acquisisce una certa sacralità, il sole splende alto nel cielo e l’unico rumore che si percepisce è il soffiare incessante del vento. Ali è lì fermo in piedi che scruta quella terra, ottenuta di nuovo da suo padre a seguito di una causa giudiziaria nei confronti di Israele. È solo un centesimo di ciò che gli apparteneva, ma la fissa intensamente come fosse la cosa più importante che ci sia, più della sua vita. La resilienza di questi ragazzi mi lascia sperare in un futuro differente.

La notte ci ritroviamo a giocare a carte davanti a un bicchiere di tè. Da qualche anno nel villaggio è arrivata l’elettricità. Siamo abituati a pensare ad una casa come un edificio costruito dall’uomo, qui però gli abitanti si sono adattati all’ambiente. Senza alcun tipo di recinto a delimitare le proprietà, alcune famiglie vivono ancora in caverne. La casa è una grande stanza unica, il soffitto è scurito dall’umidità e ai margini si possono notare tutte le scorte.

Sdraiati su dei materassi, gli stessi che si usano per poter mangiare da seduti e poter dormire la notte, Alì mi chiede se ha senso mettere al mondo un figlio sapendo già che dovrà soffrire. Questa è una domanda che non ci si aspetta in un posto dove le famiglie sono molto numerose e dove la prima cosa che ti domandano è se sei sposato e quanti figli hai. Prima ancora di sapere da dove vieni. Senza mai chiederti che cosa fai. Come se la famiglia fosse già tutto, indissolubile dall’uomo. Nonostante ciò, Ali a 25 anni ha deciso di mettere la causa palestinese davanti a tutto.

Il giorno seguente andiamo in accompagnamento di Mahmud al pascolo, un uomo sulla sessantina, dal viso scavato e consumato dalla vita di villaggio. Mentre siamo sulle colline, timidamente verdi dopo le piogge dell’inverno, più volte i coloni e l’esercito arrivano a spingerci sempre più in basso nelle valli prendendo di fatto il controllo del territorio. I pascoli si incrociano nei terreni palestinesi, ma chi ha la meglio sono sempre i coloni che imbracciando fucili e pistole minacciano i pastori. Ogni volta che l’esercito interviene è sempre a discapito dei palestinesi. Le telecamere di un internazionale presente sul posto cercano di disincentivare la violenza, anche se spesso gli aggressori sembrano non curarsi degli occhi puntati addosso e anzi diventiamo bersaglio dei loro attacchi.

La scarsità di risorse della terra sembrerebbe un problema comune, con l’eccezione che i palestinesi sopravvivono grazie alla terra, mentre i coloni israeliani la utilizzano come mezzo per poter annettere nuovo territorio in barba ad ogni trattato internazionale. Proprio quando la tensione sembra aumentare arrivano dalle colline alcuni bambini e donne che portano il pranzo. Mentre i soldati continuano ad intimare di lasciare la terra, i palestinesi apparecchiano nei campi. I bambini continuano ad andare su e giù per la collina cercando dei piccoli legnetti per poter accendere il fuoco e preparare il tè. Tutto sotto gli occhi dei tre soldati poco più che ventenni, mandati a combattere una guerra basata sul pregiudizio. Forse non sanno neanche loro perché sono lì, ma la logica militare conosce solo ordini da eseguire.

I bambini di questa famiglia non vanno a scuola ma lavorano già in tenera età. In queste condizioni di vita non si può sprecare nessuna risorsa. I nuovi giovani si sentiranno sempre più legati alla terra non vivendo nel mito dell’occidente, ma forse è proprio questo che ci spaventa, come lo controlli un popolo che vive nelle caverne e che decide di non omologarsi?

Qui le persone si svegliano ogni giorno sapendo di dover combattere per la loro esistenza nella più totale indifferenza della diplomazia internazionale che sostiene uno stato di repressione. Contrariamente al conflitto ucraino qui non si parla mai di aggressore e di aggredito. Non esistono sanzioni. È considerata politica interna su cui coscientemente non si vuole intervenire.

Netanyahu è stato in Italia la scorsa settimana per incontrare il premier italiano. Il ministro degli esteri Tajani è a Tel Aviv in questi giorni. L’esportazione della democrazia a domicilio che di frequente ci arroghiamo di portare nel mondo qui non funziona. È una democrazia selettiva e guarda alle logiche del potere e agli interessi economici. I palestinesi non hanno nulla da offrire, se non insegnarci a resistere nonostante tutte le avversità.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Francia, violenti scontri alla manifestazione contro il bacino idrico di Sainte Soline: a fuoco i mezzi della polizia, decine di feriti (video)

next
Articolo Successivo

Media russi: “Putin suddito del compagno Xi”. Ma per la propaganda meglio “vassalli” di Pechino che degli Usa

next