La Cina adotterà “risolute contromisure” qualora Tsai Ing-wen – in partenza per gli Stati Uniti – dovesse incontrare il presidente della Camera dei rappresentanti, Kevin McCarthy. A poche ore dal decollo, le autorità cinesi ribadiscono la propria contrarietà alla visita della presidente taiwanese negli Usa. Tsai sosterà a New York e Los Angeles in occasione di un viaggio di dieci giorni in America Centrale che la vedrà impegnata in Guatemala e Belize, due degli ultimi 13 alleati di Taipei. Solo pochi giorni fa l’Honduras ha annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche per allacciare rapporti ufficiali con la Cina popolare. Quella di Tsai è quindi una trasferta volta a sfoggiare le poche amicizie rimaste, nonostante il pressing cinese.

“La determinazione di Taiwan ad uscire nel mondo diventerà solo più forte”, ha dichiarato la presidente alla partenza,”il messaggio che voglio inviare attraverso questo viaggio è che Taiwan salvaguarderà fermamente la nostra libertà e democrazia e continuerà a essere una forza positiva nella società internazionale”. Secondo il programma di viaggio, così come riportato dal Financial Times, Tsai dovrebbe parlare giovedì a un evento ospitato dal think tank conservatore Hudson Institute – di cui è membro anche l’ex segretario di Stato Mike Pompeo – e riceverà un “premio per la leadership globale”. Ma è soprattutto il possibile meeting con McCarthy a preoccupare Pechino. Un incontro forse volto a sostituire (o quantomeno posticipare) una ben più provocatoria visita dell’esponente repubblicano sull’isola, ma che le autorità cinesi hanno ugualmente definito una violazione del principio “una sola Cina”, “della sovranità e dell’integrità territoriale della Cina”, nonché una minaccia per “la stabilità nello Stretto di Taiwan”.

L’amministrazione Biden minimizza. Secondo il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Usa, John Kirby, quella di Tsai è una visita “ufficiosa” e “privata”; peraltro è la settima della presidente negli States dal 2016, e dunque non costituisce una svolta rispetto alla tradizionale posizione di Washington nei confronti dell’isola. Eppure nell’informalità del rapporto gli Stati Uniti non hanno nascosto di voler rafforzare il partenariato con Taipei, regolarizzando la vendita di armi e incrementando le missioni diplomatiche sull’isola. E le “gaffe” di Biden su un possibile intervento americano nello Stretto in caso di guerra non hanno contribuito a tranquillizzare Pechino che interpreta il corteggiamento americano delle democrazie asiatiche come una manovra di accerchiamento ai propri danni.

Dunque, cosa farà la Cina? Da una parte è lecito aspettarsi una risposta analoga alla controffensiva militare lanciata in seguito alla visita sull’isola di Nancy Pelosi, pochi mesi prima di cedere a McCarthy l’incarico di speaker della Camera. Dall’altra, il clima politico potrebbe indurre Pechino ad adottare un approccio più cauto. Il 13 gennaio 2024, a Taiwan, si terranno le presidenziali. L’aggressività sfoggiata dal governo cinese prima delle elezioni del 2020 permise a Tsai e al Democratic Progressive Party (DPP) di consolidare la propria presa sull’elettorato, soprattutto tra i giovani; il segmento sociale più sensibile al tema dell’identità taiwanese e che in passato non ha mancato di esprimere la propria contrarietà alla crescente dipendenza economica dalla Repubblica popolare. Anche a suon di proteste.

Già al secondo mandato, Tsai è fuori dai giochi. Il rischio è che i toni rodomonteschi di Pechino favoriscano una vittoria del candidato del DPP: il vice presidente, William Lai, noto per le sue velleità – fino a poco tempo fa – dichiaratamente indipendentiste. Adottando una tattica più soft, Pechino potrebbe quindi aiutare il principale partito sfidante – il Guomindang (GMD) – a raccogliere voti. Tradizionalmente su posizioni filocinesi, i nazionalisti del GMD sembrano infatti aver scelto una strategia opposta. Dopo aver cercato di prendere le distanze dalla mainland (tanto da aver riaperto nel 2022 un ufficio di rappresentanza negli Stati Uniti dopo 13 anni), negli ultimi tempi hanno riavviato scambi frequenti con la Cina. Forse, tenendo anche presente come l’escalation provocata dalla liaison tra il DPP e Washington (abbinata al rallentamento della seconda economia mondiale) abbia fatto affondare l’export taiwanese verso la Repubblica popolare. Ergo, mentre Tsai cammina sul filo dello status quo, il GDP si promuove a garante della stabilità tra le due sponde dello Stretto.

E’ proprio con l’obiettivo di “portare la pace” che lunedì l’ex presidente taiwanese Ma Ying-jeou si è recato in Cina per una missione informale. La prima nella mainland di un leader taiwanese, sebbene in pensione. L’esponente nazionalista – che aveva già fatto la storia incontrando Xi Jinping a Singapore nel 2015 – è partito con il seguito di una trentina di studenti e si trova in queste ore a Nanchino, dove stamattina ha commemorato le vittime del massacro intrapreso dagli invasori giapponesi nel 1937. Proseguirà per Wuhan, Changsha, Chongqing e Shanghai, tenendosi volutamente lontano dai palazzi del potere di Pechino.

Con Tsai in volo per gli Stati Uniti, il messaggio di Ma non potrebbe essere più dissonante: “Le persone su entrambi i lati dello stretto di Taiwan sono cinesi e sono entrambi discendenti dell’imperatore Giallo e Yan”, ha affermato martedì visitando il mausoleo Sun Yat-sen, fondatore della Repubblica di Cina. Il nome ufficiale con cui tutt’oggi si fa chiamare Taiwan.

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