Lo 0-4 che campeggiava sul tabellone del Maradona nella tarda serata di domenica è stata sicuramente una brutta immagine per i napoletani, in particolare in una stagione in cui sono stati abituati a vedere invertito, per lo più, quel risultato, che di fronte ci fosse il Liverpool o il Sassuolo. Ma se il dato del campo è prettamente ascrivibile alla serata storta, quella in cui a te non riesce nulla e agli avversari tutto, il quadro degli spalti tra risse, silenzio, spazi vuoti e polemiche è un’immagine ben peggiore di un tabellone che sicuramente Spalletti e la squadra si lasceranno alle spalle. Già: in una stagione trionfale uno sciopero del tifo e un clima ostile sembrano (e sono) un’assurdità totale. Il Napoli si avvia a vincere uno scudetto che manca da 33 anni, il terzo della sua storia, atteso dai tifosi ovviamente, ma anche dal resto d’Italia e del mondo se non per ragioni di tifo anche per la curiosità di osservare un’esplosione di gioia che sarà inedita per calore, colori, genialità e folklore della piazza.

Le immagini di botte tra tifosi sono totalmente esecrabili, le eco di minacce altrettanto, tuttavia la domanda da fare, e che ci si dovrebbe sforzare di fare, è: “È stato fatto tutto il possibile per evitare questo stato di cose?”. Gli oggetti del contendere sono noti: il caro biglietti, la politica della società sui tagliandi, alcune parole di De Laurentiis all’indomani di Napoli-Eintracht, ma soprattutto il regolamento d’uso assai restrittivo dello stadio Maradona. Sui prezzi dei tagliandi c’è poco da dire: è una stagione storica, chiunque vuole partecipare dal vivo a un pezzo di quella storia e il Maradona è tutto esaurito praticamente sempre. La domanda supera abbondantemente l’offerta e dunque ogni discorso si azzera: onore a chi ha messo su uno spettacolo appetito da tutti e si è guadagnato il diritto di fare il prezzo.

Diverso è parlare di bandiere, tamburi e striscioni (e persino stampelle per i disabili) vietati o da autorizzare per via del regolamento o delle decisioni della Questura: in un momento di festa si vorrebbe un Maradona colorato, tutto azzurro, un tripudio di bandiere e sciarpe come quello che mostrano video e foto del 1987 e del 1990. Uno stadio di Napoli che festeggia uno scudetto con un timido applauso come se fosse la Filarmonica di Vienna sarebbe una stonatura, francamente. È una stonatura (peraltro abbastanza ridicola) il dibattito che si è avviato in città negli ultimi giorni a riguardo di una sorta di “festa a numero chiuso” per l’ordine pubblico: doveroso garantirlo e mantenerlo, ma immaginare qualcosa del genere a Napoli è semplicemente surreale, nell’ovvietà di ciò che accadrà spontaneamente al fischio finale che eventualmente decreterà la squadra Campione d’Italia. Roba che se ha il sapore netto di fesseria assume pure il retrogusto della provocazione.

Conviene? Naturalmente no. Non in una città che vince una volta ogni trent’anni e che vive un’annata irripetibile in cui tutte le componenti, anche facendo uno sforzo, dovrebbero venirsi incontro per non mettere in discussione il risultato finale. Botte e minacce sono inaccettabili, come ogni atteggiamento contrario alla legge che sarebbe facilmente eradicabile con gli strumenti tecnologici oggi a disposizione; improbabili e ingiusti sono i cori anti Adl che resta quello che con coraggio ha allestito una squadra super, mentre cori per la squadra, bandiere, sciarpe e striscioni sono imprescindibili per uno stadio che porta il nome di uno che viveva per far sventolare bandiere e sentire intonare cori. Convincerebbe poco, francamente, l’ipotesi di un Maradona silente e compassato: convincerebbe ancor meno i calciatori, probabilmente, quando l’annata straordinaria passerà e ci sarà da dar battaglia anche quando i biglietti non andranno più a ruba. “È stato fatto tutto il possibile per evitare questo stato di cose?” La risposta è no. C’è tempo però. E nell’auspicio che festeggiare non sia più questione di una volta ogni trentatré anni non si butti via un’occasione, che non si sa mai.

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