Più di un terzo dei funzionari assunti con contratti a termine nei ministeri per gestire i progetti del Recovery plan ha già lasciato il posto, optando per alternative migliori. Il dato, che dà la misura del fallimento delle procedure di reclutamento messe in atto finora, arriva dal ministro degli affari europei e del Pnrr Raffaele Fitto, intervenuto in Aula al Senato per la replica al dibattito sul decreto Pnrr. Rimandando però a data ancora da decidere la presentazione dell’attesa Relazione sull’attuazione del piano e il confronto con le opposizioni che hanno chiesto al governo di riferire sui ritardi, sulla terza rata ancora bloccata e sui problemi gestionali e amministrativi da risolvere.

Fitto, pur senza mai citare Mario Draghi, ha ribadito che sarebbe “ridicolo e paradossale” incolpare delle difficoltà chi si è insediato da pochi mesi facendo “scaricabarile” e ha messo in fila una serie di nodi ereditati dal governo precedente. Per esempio il fatto che “aver inserito nel Pnrr gli ospedali di comunità senza le risorse per il loro funzionamento è stato un rischio e un errore”. E che “il tema non è solo la quantità ma anche la qualità della spesa, perché quando ci indebitiamo pesiamo sulle future generazioni”. Stoccata a Giuseppe Conte, così come la frase sul fatto che le risorse sono state distribuite tra i Paesi non per “merito” di qualcuno ma in base a criteri espliciti come calo del pil, occupazione e numero abitanti.

Dopo aver smentito contrapposizioni tra Mef e presidenza del Consiglio, ha rivendicato su tutta la linea i contenuti del provvedimento che tra il resto “prevede la stabilizzazione del personale (in realtà nei limiti dei posti disponibili della vigente dotazione organica e a valere sulle facoltà assunzionali di ciascuna amministrazione disponibili a legislazione vigente ndr) perché abbiamo scoperto che le strutture nate nei ministeri per gestire la fase complessa del Pnrr andavano smantellandosi, c’erano rapporti a tempo determinato e molti preferivano andare altrove”.

Il decreto “inizia un percorso di coordinamento” tra la gestione dei fondi di Pnrr e quelli di coesione, ha detto il ministro, “perché le due cose non possono essere scollegate. Nel silenzio mediatico il governo ha fatto una relazione precisa e puntuale sull’attuazione delle politiche di coesione che fotografa enorme difficoltà nell’utilizzo dei fondi 2014-2020. A fronte di 126 miliardi assegnati tra risorse Ue, cofinanziamento nazionale e regionale e fondo sviluppo e coesione, i dati indicano una percentuale di spesa al 34,5%“. Non solo: “Di qui a fine anno dobbiamo completare la programmazione della coesione per la parte ancora da spendere, correre sul Pnrr e iniziare a spendere le risorse della programmazione 2021-2027 che sono oltre 40 miliardi più cofinanziamento e Fse”. Da far tremare le vene, appunto.

La strada da seguire secondo Fitto è nota: trasferire i progetti impossibili da realizzare entro il 2026 dalla cornice del Pnrr a quella dei fondi di coesione, per cui c’è tempo fino al 2029. Modifiche da concordare con la Commissione, come previsto dall’articolo 21 del regolamento del Rrf, oltre a presentare il nuovo capitolo Repower Eu. Va fatto entro fine aprile: il tempo stringe.

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