Nelle parole dei protagonisti del primo e dell’ultimo Scudetto del Napoli c’è tutto ciò che è cambiato nel Napoli e nel mondo del calcio in 36 anni. Rustiche, allegre e con marcato accento sassanese quelle di PeppePal’e fierroBruscolotti allora. Esclusivamente in inglese quelle di Victor Osimhen oggi. Poesia il vecchio capitano che raccontava della cessione della fascia a Maradona. Una poesia impossibile oggi: finirebbe tra i meme. Impossibile oggi sarebbe quella squadra: 7 napoletani doc (più uno acquisito dall’anagrafe di Villa Fiorito), 13 campani su una rosa all’epoca di una ventina di elementi. Dagli scugnizzi Ciro Ferrara e Antonio Carannante ai casertani Raffaele Di Fusco e Giuseppe Volpecina, dall’irpino Nando De Napoli al salernitano Massimo Filardi. Oggi parla napoletano solo Gianluca Gaetano, forse un po’ di dialetto campano l’ha masticato Giovanni Di Lorenzo, che è toscano, ma il papà è originario di Bucciano, un paesino in provincia di Benevento.

Due ricette diverse del vincere a Napoli: una casereccia, fatta di amor di popolo, furor di popolo e di un capopopolo che si carica tutto questo sulle spalle diventando emblema della città e della squadra. Maradona riferimento assoluto dei suoi compagni, dei tifosi e pure degli avversari. E probabilmente l’unico elemento di quel Napoli traslabile in quello attuale, sarebbe proprio Maradona, non per una questione tecnica, ovviamente, che va al di là del tempo e dello spazio nel caso di specie, ma perché da genio assoluto non solo della palla aveva intuito all’epoca anche l’importanza della comunicazione giostrandola a convenienza. Dando l’idea dell’immaginifica battaglia del Sud povero e odiato contro il potente Nord benvoluto dal palazzo, e prendendosi su di sé l’amore enorme dei compagni e della gente. E ovviamente diventando inviso agli avversari.

Chi ci ha provato, dopo Diego, ha fallito: la retorica della presa del Palazzo l’ha scelta Sarri, che poi però è andato alla Juve, che nell’iconografia napoletana è IL Palazzo. Ha provato a fare da simbolo Insigne, non riuscendo da napoletano a mantenere sulle sue spalle troppo strette l’amore di una città e soprattutto le delusioni. E si è vestito da scugnizzo Mertens, che dei vicoli della Napoli verace ha sicuramente preso il sorriso piacione, la solarità e pure la scaltrezza. Il Napoli Campione d’Italia 2022/2023 vince con il solo Gaetano come figlio di Partenope: è un bel centrocampista, buona velocità di gambe e di idee e ottima tecnica, il ragazzo si farà insomma, ma elevarlo a protagonista in una stagione in cui ha giocato qualche scampolo di gara sarebbe una presa in giro. L’ha dosato bene Spalletti: i tempi cambiano, e se Ciruzzo Ferrara a 20 anni da napoletano poteva essere colonna della squadra, e Carannante e Muro partecipare al trionfo, oggi tra social e haters il rischio di devastare un ragazzo è altissimo.

Non si è fatto devastare, anzi, è diventato un leader assoluto invece Osimhen: dalla sublime ferocia in campo, totalmente intollerante all’errore, suo o altrui, sicuramente innamorato della Napoli che l’ha reso eroe dedicandogli maschere, uova di Pasqua, torte e babà. Restituendo quell’amore coi gol, scatenandosi nei festeggiamenti, ma senza essere assorbito dalla città. Riservatissimo Osimhen su tutto ciò che è extra rispetto ai suoi colpi di testa o battaglie con gli avversari, non si esibisce in dichiarazioni in napoletano salvo un “aspè, aspé” dalla esse strascicata quando gli tocca mettere in fila chi gli chiede selfie e autografi. E’ lo stesso Osimhen, infatti, che non nasconde di ambire alla Premier, dopo Napoli: dichiarazioni tranquillamente accettate dall’ambiente come naturali. Osimhen ha portato uno Scudetto, resterà quello: lui può andare. L’estate di Maradona e del Marsiglia, invece, fu vissuta come una sorta di fiction. Vince con Kim e Kvara il Napoli che erano sconosciuti per Napoli come Napoli probabilmente era una realtà sconosciuta per loro. Vince con un capitano, Di Lorenzo, che potrebbe fare il politico per quanto è misurato nelle dichiarazioni e nei modi.

Vinceva il Napoli del 1987 dopo che Maradona chiedeva, o quasi ordinava, a Ferlaino di rinforzare la squadra per renderla competitiva, visto che il Napoli in cui era arrivato nel 1984 quasi retrocedeva, pur avendo il giocatore più forte del mondo in rosa. Inimmaginabile che oggi un calciatore vada da De Laurentiis pretendendo acquisti…pretendendo qualcosa. 36 anni in mezzo a due scudetti e il calcio che cambia. Un Napoli guascone, spavaldo e scugnizzo quello del 1987 che per concorrere e battere le rivali ne mutua i metodi pur mantenendo un’identità culturale e geografica. Scientifico, feroce, freddo e spietato quello del 2023, a coronamento di un progetto per cui non esiste sacralità, non esistono icone, ma conta solo il risultato e ancor prima di quello sportivo quello economico. Due unicum probabilmente (al netto del Secondo Scudetto del 1990 che è quasi gemello di quello del 1987) nella storia calcistica nazionale dal Napoli scugnizzo del 1987 al Napoli scientifico del 2023, ma con lo stesso risultato: un’esplosione azzurra, un boato di felicità e di colori che sì, è un bel vedere in un calcio che va ingrigendosi.

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