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Israele, i crimini di guerra degli attacchi di maggio contro Gaza

Amnesty International ha reso nota un’indagine condotta su nove attacchi aerei condotti dalle forze israeliane durante l’offensiva di maggio contro la Striscia di Gaza. Questi attacchi hanno causato 11 morti, tra cui quattro bambini, e 190 feriti, tra cui 64 bambini, tra la popolazione civile palestinese.

Si è ripetuto lo stesso schema visto nelle precedenti occasioni: attacchi sproporzionati israeliani che causano un gran numero di vittime, attacchi indiscriminati contro obiettivi civili senza alcun valore militare, danneggiamenti e distruzioni di abitazioni civili. In tre parole: crimini di guerra.

Anche dall’altra parte, lo schema si è ripetuto: la Brigate al-Quds e altri gruppi armati palestinesi si sono resi responsabili del lancio indiscriminato di razzi verso le città israeliane, facendo due vittime in Israele e tre nella Striscia di Gaza: a loro volta, queste azioni sono crimini di guerra.

Alle 2 di notte, tra il 9 e il 10 maggio, quando la gente era in casa a dormire e dunque era chiaro che ci sarebbero stati danni sproporzionati contro i civili, un attacco aereo israeliano ha colpito un edificio a due piani nel quartiere di al-Sha’af a Gaza City. È stata usata una GBU-39, una bomba di piccolo diametro prodotta dalla Boing Defence, Space & Security, esportata in Israele dagli Usa.

L’attacco ha centrato l’abitazione di Khalil al-Bahtini, un alto comandante delle Brigate al-Quds, uccidendo lui, la moglie Leila e la figlia Hajar di quattro anni. Nell’appartamento attiguo, a sua volta colpito, sono morte la 19enne Dania Adas e sua sorella Iman, di 17 anni.

Alaa Adas, il padre delle due vittime, ha raccontato che si è svegliato di soprassalto quando la porta della stanza da letto gli è crollata addosso. Allora, è corso nella cameretta delle figlie e le ha trovate a letto. Dania, che avrebbe dovuto sposarsi a luglio, era già morta. Iman, che sognava di esercitare la professione medica, respirava ancora ma è morta poche ore dopo il ricovero in ospedale.

L’operazione militare israeliana ha distrutto 103 unità abitative e ne ha danneggiate almeno altre 2800. Secondo dati forniti dal ministero palestinese dei Lavori pubblici, almeno 1244 palestinesi sono risultati sfollati.

Il 13 maggio le forze israeliane hanno colpito un edificio di quattro piani nel campo rifugiati di Jabaliya, in cui abitavano 42 componenti della famiglia Nabhan, cinque dei quali con disabilità, comprese tre persone in sedia a rotelle.

Hussam Nabhan, che ha assistito all’attacco, ha raccontato ad Amnesty International che intorno alle 18 aveva ricevuto una telefonata, da lui attribuita a un funzionario dell’intelligence israeliana, che dava 15 minuti di tempo per evacuare il palazzo. Ha avvertito l’interlocutore che nell’edificio c’erano persone con disabilità e che sarebbe stato necessario più tempo, ma quest’ultimo non ha fatto altro che ribadire l’avviso.

Dalle ricerche di Amnesty International non è emersa alcuna prova che l’edificio della famiglia Nabhan e altri edifici distrutti o danneggiati durante gli ultimi due giorni dell’offensiva israeliana fossero stati usati per nascondere armi o altre attrezzature militari o che fossero stati lanciati razzi dalle vicinanze.

È passato un mese dal cessate-il-fuoco tra le autorità israeliane e i gruppi armati palestinesi, ma a non cessare mai è la sofferenza causata dalle ricorrenti offensive israeliane contro la popolazione civile della Striscia di Gaza. È pressoché certo che, se i responsabili non saranno chiamati a rispondere, queste scene terribili si ripeteranno ancora.