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Lo strato terrestre che ci mantiene in vita è sottile. E la nostra azione lo sta erodendo

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È sottilissimo lo strato terrestre che ci mantiene in vita: pochi lo sanno e il sistema agro-industriale opera incessantemente, dal secondo dopoguerra, per eroderlo, intossicarlo, tumularlo. Lo denuncia Giacomo Sartori, scrittore e agronomo specializzato in scienza del suolo, autore del recentissimo Coltivare la natura. Cibarsi nutrendo la terra (Kellermann Editore).

Sartori è tra i rari intellettuali italiani – alla Italo Calvino, alla Primo Levi, alla Camillo Sbarbaro, il poeta che adorava licheni – realmente poliedrici, sul confine di generi diversi, centauri (ricordate le “fantabiologiche” Storie naturali di Levi?) in grado di coniugare competenze di scienziato e di scrittore. Membro del blog “Nazione indiana”, sa cimentarsi in romanzi d’invenzione e analisi intime – come in Sono Dio (NN, 2016) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022) e sa produrre saggi scientifici, conciliando le diverse vocazioni della scrittura, quella analitica – quasi “scientifica” – e quella poetico-musicale. Anche in questo caso è in grado di farle convivere, di unire le anime diverse che compongono l’esistenza: in fondo il sapere, la vita e l’esperienza umana sono una cosa sola, la terra è un unico organismo, con le sue leggi (anche quelle del caos), come Giordano Bruno e molti umanisti avevano capito.

Bene (anzi, male, malissimo); negli ultimi ottant’anni i paesaggi agrari mondiali hanno vissuto un autentico tsunami. Abbiamo impoverito, massacrato la sottile pellicola del suolo, lo strato tutt’al più di un metro che ci dà il cibo: abbiamo lasciato che si erodesse, l’abbiamo impestato di concimi chimici anziché rigenerarlo, invece di restituirgli sostanza organica. Sopprimere la vitalità del suolo attraverso pratiche agricole predatorie implica, seppur indirettamente, che stiamo infliggendo la medesima barbarie anche a noi stessi.

Le tecniche per rimediare esistono. Utilizzare le leguminose ad esempio, per nutrire i terreni coltivati a cereali; produrre un po’ meno, perché non è vero che la terra non basta a sfamarci tutti. Si tratta invece di produrre e poi non sprecare un terzo delle risorse, di redistribuire meglio e aiutare le agricolture poverissime e locali a far fruttare di più la terra: la fame nel mondo non dipende dalla scarsità della produzione globale (ecco una fake new), la mole di cibo non è affatto scarsa.

Il problema dell’agricoltura, fin dalle sue origini, fin dal Neolitico, è di restituire al terreno ciò che è stato sottratto in termini di energia organica (frutti, cereali) attraverso letame, compost, coltivazioni come le leguminose. Utilissimi sono anche il maggese, cioè la rotazione delle colture che fa riposare i campi, oppure l’agricoltura biologica; i lombrichi persino, grandi lavoratori del suolo e vittime, con migliaia di organismi, dei pesticidi.

Il libro di Sartori, che negli ultimi anni sperimenta sempre più percorsi a cavallo tra scienza e arte, nell’ambito di residenze artistiche in Francia e in Italia centrate sui paesaggi e sui rapporti tra uomo e ambiente, racconta tutto questo e molto altro; Coltivare la natura. Cibarsi nutrendo la terra (introduzione di Carlo Petrini) incita l’umanità a nutrirsi senza devastare l’ambiente e mi ha ricordato alcune grandi pagine dei manuali di Witold Kula, studiati molti anni or sono alla facoltà torinese di Lettere, quando il piano di studi si apriva a discipline antropologiche. Un percorso di studi “ibrido” mi portò all’empatia verso quelle che un tempo si chiamavano “classi subalterne”, senza impedire di accostarmi ai grandi temi artistico-letterari.

Il libro di Sartori dimostra una volta di più – come il fatto che in letteratura esistano così tanti medici, ad esempio Rabelais e Céline – che razionale e irrazionale convivono nelle nostre esistenze, si scontrano, in una continua dinamica di precario equilibrio. La letteratura è un continuo sforzo per andare verso la verità sapendo che non si riuscirà mai a raggiungere. Così la scienza, nella quale ogni scoperta pare condurre a nuovi e più abissali interrogativi. Uno di questi è se l’Antropocene sia l’ultima era che ci è dato vivere. Nessuno come uno scrittore-scienziato lo sa.

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