La foto pubblicata su telegram da Sergey Babinets, a capo di Komanda Protiv Pytok (“Squadra contro la tortura”, Crew Against TortureCat), la mostra su un letto di ospedale, sporca e con entrambe le mani fasciate. La giornalista di Novaya Gazeta Yelena Milashina, autrice di numerose inchieste su violazioni dei diritti umani in Cecenia, fra cui quella sugli abusi e uccisioni di persone Lgbtq nel 2017 e considerata l’erede di Anna Politkovskaya, è stata brutalmente aggredita in Cecenia, insieme all’avvocato Alexander Nemov. A scrivere di quanto accaduto ai due è The Moscow Times che cita denunce di Memorial e Crew Against Torture (Cat). Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha definito l’aggressione “molto grave” e “che richiede risposte energiche” e ha riferito che Putin ne è stato “informato”.

I due erano arrivati a Grozny per seguire il processo contro Zarema Musaeva, madre di attivisti per i diritti umani in Cecenia e moglie di un giudice federale arrestata nel 2022. La donna è difesa da Nemov. Diversi uomini con il volto coperto, scrive Novaya Gazeta, hanno picchiato con mazze e calci – anche in faccia – la giornalista e l’avvocato, gli hanno tolto i cellulari e hanno distrutto attrezzature e documenti. Milashina ha riportato un trauma cranico, la rottura delle dita di una mano e spesso perde conoscenza, Nemov è stato accoltellato a una gamba e fatica a parlare e a muoversi. Sergei Babinets del Cat ha pubblicato una foto della giornalista con le mani fasciate e la testa sporca di “zeljonka”, scrive Repubblica, “un antisettico di colore verde usato spesso contro gli oppositori per ‘marchiarli'”. Alla cronista – che già nel 2020 era stata vittima di un’aggressione a Grozny con il suo avvocato – sono stati rasati i capelli. “Mani legate, in ginocchio, pistola puntata alla testa.. Un classico rapimento, come si faceva una volta. Non se ne vedevano da tempo. Hanno immobilizzato il tassista e l’hanno buttato fuori dall’auto, sono saliti in macchina, ci hanno piegato la testa, mi hanno legato le mani, mi hanno messo in ginocchio, mi hanno puntato la pistola alla testa. Hanno fatto tutto in modo nervoso e così non sono riusciti a legarmi le mani”, ha raccontato Milashina in ospedale. Milashina e Nemov volevano essere interrogati in ospedale da un agente di polizia, ma non sono riusciti a farlo.

La condanna dell’Ue – “L’oltraggiosa aggressione contro la giornalista Yelena Milashina e l’avvocato Alexander Nemov a Grozny, in Cecenia” è “solo l’ultimo episodio di una serie di violazioni dei diritti umani e atti di intimidazione contro la società civile in tutta la Russia”, ha scritto in una nota Peter Stano, portavoce dell’alto rappresentante Ue, Josep Borrell. “L’Ue si attende che le autorità russe pongano fine a questi attacchi e garantiscano che giornalisti e difensori dei diritti umani possano lavorare in un ambiente sicuro senza timore di rappresaglie”, indica il portavoce, evidenziando la volontà europea di continuare a “sostenere la società civile russa dei media indipendenti e i difensori dei diritti umani dentro e fuori la Russia”, e denunciando la “sistematica oppressione e il disprezzo dei diritti umani dei propri cittadini” da parte di Mosca. Bruxelles quindi esorta Mosca a “rispettare la costituzione russa e a ritirare le accuse” contro l’attivista per i diritti umani e co-fondatore di Memorial, Oleg Orlov, “accusato di discredito delle forze armate russè per le sue critiche alla guerra in Ucraina”. Nel testo si ribadisce inoltre l’appello dell’Ue al “rilascio immediato e incondizionato” del leader d’opposizione russa Alexei Navalny che “rischia un’ulteriore pena detentiva di decenni” sulla base di “nuove accuse inventate di estremismo. Le autorità russe sono responsabili della sua sicurezza e salute”.

Il processoZarema Musaeva è stata condannata oggi a 5 anni e 6 mesi di reclusione per frode e violenza contro un agente di polizia. La Musaeva è moglie di Saidi Yangulbaev, un ex giudice della Corte Suprema della Cecenia. I suoi figli sono Abubakar Yangulbaev, attivista per i diritti umani, e Ibragim Yangulbaev, che si ritiene cofondatore del movimento di opposizione Adat. Entrambi hanno lasciato la Cecenia dopo che la madre, secondo gli attivisti, era stata rapita dalle forze di sicurezza cecene a Nizhny Novgorod, in Russia, ed era stata portata in Cecenia.

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