di Stefano De Fazi

L’Ocse ha recentemente certificato che i salari italiani nella prima metà del 2023 sono scesi in maniera drammatica: il valore registrato è del -7,5% su base annua. Dato impietoso se confrontato con la media dei paesi Ocse che registrano un -3,8%. Inoltre, nel periodo precedente al 2020, il nostro paese era stato l’unico ad avere una diminuzione dei salari reali su un arco trentennale. Qualcuno ha provato e proverà a spiegare questo andamento sbandierando la questione della produttività italiana.

Ci diranno: il lavoro è remunerato dal mercato secondo il suo apporto alla produzione e, se questo non cresce, come può crescere il livello dei salari? Il corollario di questo assunto è, inevitabilmente, che sia inutile (se non addirittura dannoso per l’economia) che i lavoratori reclamino stipendi più alti. Lo stesso vale per eventuali interventi del governo, che andrebbero semplicemente a distorcere i mercati.

C’è un problema con questa interpretazione. L’Istat ci mostra come in un arco di 25 anni (1995-2020) la produttività del lavoro sia aumentata mediamente dello 0,5% annuo. Per un aumento complessivo del 13,4%. Questa crescita è sicuramente non esaltante, soprattutto se paragonata al resto dell’Europa. Tuttavia nessun modello economico che prenda come fattore principale dell’andamento dei salari la produttività del lavoro può spiegare degli stipendi che calano a fronte di un aumento della produttività del lavoro.

E’ evidente quindi che il motivo del basso livello degli stipendi italiani vada ricercato altrove. Sicuramente un fattore importante lo gioca la mancanza di un salario minimo legale, unico caso tra i paesi del G7. E va sottolineato che la fissazione di questo a un livello ragionevole non solo non provoca un aumento della disoccupazione, ma può anche causarne una diminuzione, come ha mostrato empiricamente David Card, vincitore del premio Nobel in economia nel 2021. È inoltre compatibile con un sistema che fa ampio ricorso alla contrattazione collettiva (si veda la Germania). Tra le altre cause della stagnazione dei salari si possono menzionare contratti collettivi vecchi e con livelli non adeguati al costo della vita attuale, la presenza dei così detti “contratti pirata”, ovvero sottoscritti da sindacati minoritari assolutamente non rappresentativi, il ricorso a finte partite Iva e finti part-time. Con queste premesse, la produttività del lavoro sarebbe anche potuta crescere a livelli superiori alla media europea, i lavoratori ne avrebbero giovato ben poco.

Queste tematiche sono sicuramente tutti fattori che hanno portato alla condizione disastrata attuale del mercato del lavoro italiano. Tuttavia è necessario individuare anche la causa più profonda che ha fatto in modo che negli anni le rivendicazioni su questi temi non siano state abbastanza forti e generalizzate. Ovvero la convinzione ormai annidata nella mentalità italiana per la quale a fronte di un impiego ricevuto occorre mostrare sempre riconoscenza. Anche nel caso questo sia sottopagato, massacrante e senza prospettive.

Secondo questo ragionamento sono sempre gli imprenditori e i dirigenti d’azienda gli eroi che tengono in vita le attività economiche nonostante il periodo difficile. Quindi guai per i lavoratori ad avere rivendicazioni nei loro confronti. Del resto sono tempi duri; come si può pensare di esigere miglioramenti della propria condizioni in un contesto così difficile? Finché questa mentalità rimarrà quella prevalente non sarà possibile avere miglioramenti sostanziali nelle condizioni di lavoro di milioni di persone, che attualmente faticano ad avere una qualità della vita dignitosa.

Rovesciare il paradigma. Prendere atto che chi fa impresa non è un eroe che salva la nazione, ma lo fa prevalentemente per interessi personali, che possono di gran lunga differire con quelli della collettività, è il primo passo da compiere per dare vigore a tutte quelle battaglie da affrontare per un mercato del lavoro più giusto ed equo.

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