di Alessandra Pauncz*

In riferimento al dibattito nato recentemente intorno ai Centri per uomini autori di violenza (Cuav) – qui il blog di Nadia Somma Qualcosa non va nei Centri per uomini autori di violenza: già 4 donne assassinate dopo i percorsi, ndr – riteniamo sia importante fare chiarezza sulla funzione e natura di tali Centri.

L’obiettivo fondamentale nel lavoro con gli uomini autori di violenza è di interromperla attivando un processo di assunzione di responsabilità e consapevolezza. I percorsi devono avere una durata complessiva non inferiore ai sei mesi e vengono in genere condotti con incontri individuali e di gruppo. La tutela della vittima è prioritaria nell’attività dei Cuav, in accordo con la Convenzione di Istanbul: all’inizio, a metà e alla fine del percorso dell’uomo un’operatrice opportunamente formata contatta la partner, dopo averle chiesto il consenso, per poter raccogliere informazioni, inviare la vittima presso il Centro antiviolenza di zona e operare una valutazione di rischio il più possibile obbiettiva. È fondamentale che i Centri lavorino in sinergia con tutti i soggetti coinvolti nel contrasto alla violenza: infatti i centri Relive (la rete nazionale che raccoglie 32 Cuav in 30 città) sono inseriti nelle reti antiviolenza territoriali.

Molte critiche a questi programmi riguardano la preoccupazione che i Cuav possano offrire il fianco a un uso strumentale dei percorsi giudiziari. Per evitare tale rischio è fondamentale che le decisioni sulla presa in carico seguano precisi protocolli basati sui tempi effettivi necessari alla conclusione del percorso, e che ci sia un collegamento diretto fra gli organi competenti, così che possano riconsiderare le misure giudiziali in caso di interruzione o di mancanza di motivazione nel percorso. Tali circostanze riguardano l’art. 282 della l. 119/2013 che permette di “migliorare” le condizioni di una persona condannata che sta seguendo un percorso di recupero.

È necessario tuttavia distinguere questo dalla misura abbinata alla sospensione della pena contenuta nel Codice Rosso (l. 69/2019). È importante sottolineare che non è la partecipazione a un programma a rendere possibile la sospensione della pena, ma il contrario. A coloro che hanno commesso reati di violenza contro le donne e che hanno diritto nei termini di legge alla sospensione della pena è imposto per obbligo (come aggravante, non attenuante) di frequentare un programma. Abrogando questo articolo del Codice Rosso, si otterrebbe che chi ha commesso violenza contro le donne continuerebbe ad avere la sospensione della pena senza dover frequentare un programma.

Ma questi programmi funzionano? La ricerca più recente internazionale e nazionale dà risultati promettenti. Il progetto Mirabal, condotto tra il 2009 e il 2015 nel Regno Unito su 11 programmi per autori di violenza, ha dimostrato che la maggior parte degli uomini a fine percorso avevano fatto importanti passi verso il cambiamento. Solo per una piccola minoranza di essi i programmi erano risultati inefficaci. In sostanza, lo studio ha evidenziato come molte vite di donne, bambini e degli stessi uomini migliorino in seguito al programma. L’Impact Report 2022, condotto su 30 uomini coinvolti nel programma del Cam di Firenze (il primo Centro in Italia) e le loro partner, ha mostrato come la frequenza e il numero di comportamenti violenti siano diminuiti significativamente tra l’inizio e la fine del percorso, mentre è aumentata l’assunzione di responsabilità. Alla fine del programma, la maggior parte degli uomini e delle loro partner non ha riferito alcun tipo di comportamento violento.

I Cuav non hanno e non possono avere un’efficacia del 100%: il fatto di frequentare un Centro per uomini autori di violenza non previene automaticamente l’aumento di pericolosità e non costituisce una misura per la tutela delle donne. I Cuav possono però effettuare un monitoraggio della situazione e sono un luogo di opportunità di cambiamento per la persona. L’art. 27 della Costituzione stabilisce che la finalità della pena deve essere rieducativa: ogni condanna deve, come principio costituzionale, ambire ad una finalità di cambiamento.

Il fatto che due uomini negli ultimi tre anni, pur frequentando i Centri, si siano resi responsabili di crimini odiosi verso le loro ex partner, non rende accettabile negare la possibilità a tutti gli altri uomini (circa 4200 presi in carico dai Cuav in Italia solo nel 2022) di intraprendere un percorso di cambiamento. Negare il trattamento agli uomini perché si ritiene che non possano cambiare non offre alternative alla violenza, alla recidiva e alla sua trasmissione intergenerazionale.

* Psicologa, Presidente e Socia fondatrice Cam. Presidente di Relive (Relazioni libere dalla violenza) e Direttrice Esecutiva della rete europea Wwp-En (Work With Perpetrators), si occupa della violenza di genere da più di 25 anni

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