È morto il giornalista Ettore Mo, storico inviato del Corriere della Sera che ha seguito storie dai conflitti in diverse parti del mondo. A darne notizia è stata la collega Milena Gabanelli, in un post sul social X che lo ricorda come “uno dei più grandi giornalisti italiani, un compagno di viaggio, un amico e maestro”.

Nato nel 1932 a Borgomanero, in provincia di Novara, si è occupato di conflitti nel mondo in posti come Iran, Afghanistan, Jugoslavia, Cecenia, Pakistan e India, raccontando con precisione e senza pregiudizi le storie delle persone che incontrava. Il suo primo incarico come inviato speciale è stato in Iran nel 1979, nel mezzo della rivoluzione iraniana dopo il ritorno a Teheran dell’ayatollah Khomeini. Uno dei suoi reportage più discussi è invece il racconto da Gerusalemme dei campi profughi palestinesi in fiamme ai tempi della prima intifada, tra il 1987 e il 1988. Noto il suo legame privilegiato con l’Afghanistan e con il leader dell’Alleanza del Nord, Ahmad Shah Massud, ucciso due giorni prima dell11 settembre da un attentato di al-Qaeda.


Con un percorso formativo fuori dagli schemi ma sempre guidato dalla passione per il racconto della complessità del mondo, Mo ha abbandonato la carriera universitaria alla Ca’Foscari di Venezia per esplorare l’Europa. Durante uno dei suoi viaggi, nel 1962, si presentò alla sede londinese del Corriere della Sera, fece colpo sul corrispondente da Londra Pietro Ottone e venne assunto dalla redazione come collaboratore, lasciando il lavoretto da lavapiatti con il quale si manteneva.

Apprezzato da lettori e colleghi in eguale misura, Mo è considerato uno degli ultimi “tra i grandi inviati” del giornalismo italiano. Secondo quanto raccontano i colleghi del Corriere “detestava i sotterfugi, le scorciatoie, i furbetti che dicono di essere arrivati prima sul luogo della storia e invece se la inventano di sana pianta aggiungendo di fantasia, copiando dalle agenzie comodamente seduti nelle camere di albergo”. Così Mo è stato un esempio per centinaia di giornalisti, credendo nella professione come missione e nella “necessità inderogabile di testimoniare”.

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