Una ragazzina che viene presa il collo dallo zio e trascinata nella serra, la madre che guarda e anche il padre era presente. Così è morta Saman Abbas la 18enne pakistana eliminata, secondo i pm di Reggio Emilia, dalla famiglia perché si opponeva a un matrimonio combinato. Il fratello della vittima, in lacrime durante una lunga udienza che proseguirà venerdì, ha accusato tutta la famiglia del femminicidio della ragazza che si era ribellata alla decisione dei parenti perché amava un altro.

Tanti “non ricordo” e qualche silenzio nella sua testimonianza, ma anche alcuni punti fermi che adesso avranno la forza della prova perché le dichiarazioni sono raccolte in aula davanti ai giudici. Il ragazzo, che all’epoca aveva 16 anni, ha raccontato di quando gli imputati “facevano i piani”. A una settimana dall’ordinanza con cui i giudici hanno dichiarato inutilizzabili le sue dichiarazioni in fase di indagine e quelle dell’incidente probatorio, il giovane ha detto a inizio udienza: “Voglio parlare, voglio dire tutta la verità”. Ad ascoltare le sue parole il padre, Shabbar Abbas, i cugini e lo zio Danish Hasnain.

T-shirt nera, pantaloni grigi, il ragazzo, ha testimoniato con l’assistenza di un avvocato. H. è stato fatto entrare prima dell’ingresso dei parenti ed è stato sentito dietro a un doppio paravento. Nei giorni scorsi era stato aperto un fascicolo d’indagine per le minacce ricevute dal Pakistan. Imputati nel processo infatti ci sono: i genitori (la madre latitante), lo zio e due cugini. Saman, secondo gli inquirenti, fu uccisa nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 e poi seppellita.

La scena del femminicidio – Ho visto tutta la scena. Io ero alla porta. Mia sorella camminava, mio zio l’ha presa dal collo e l’ha portata dietro alla serra. Ho visto i cugini, solo la faccia”. Il padre era lì, la madre guardava. “Avevo paura anche io di fare la stessa fine“. Il racconto dell’eliminazione della sorella è chiaro, lucido. “Mentre era in bagno mio padre ha chiamato qualcuno. Ho sentito qualcosa del tipo ‘state attenti alle telecamere'”. Poi la scena dell’agguato, vista dalla porta di casa: lo zio, i cugini e la ragazza che sparisce verso il buio. E la mamma, intanto, cosa faceva? “Guardava”.

Il testimone ha raccontato anche perché aveva dato una versione diversa quando in passato affermò che i suoi cugini non c’entravano nulla: “Ho detto una bugia perché mio padre mi disse di farlo“, “Mi ha detto di non dire niente” ha dichiarato il teste rispondendo ai quesiti dell’avvocato dell’imputato Nomanhulaq Nomanhulaq, suo cugino. “Io da piccolo avevo paura di mio padre e di mio zio. Quando sono andato dall’altro giudice ho detto che non hanno fatto niente, ero costretto da mio padre” ha sottolineato. Quando avvenne? “Non lo ricordo. Ma prima e dopo mi hanno chiamato e detto di non dire niente dei cugini”.

“Volevo abbracciare mia sorella” – Qualcuno ti aveva detto che Saman era stata seppellita? “Sì”. E chi te lo aveva detto? “Noman, gli avevo chiesto io, perché volevo abbracciare mia sorella. Ma l’ho chiesto anche allo zio, prima di partire per Imperia”. Nei giorni successivi alla scomparsa della ragazza, maggio 2021, il giovane partì per la Liguria, insieme allo zio, ma venne fermato ad un controllo e portato in una comunità per i minorenni, all’epoca era sedicenne. Lo zio invece lasciò l’Italia e venne rintracciato in seguito, mesi dopo, in Francia. E perché di questo, ha domandato l’avvocato di Nomanhulaq, non parlasti negli interrogatori al pm e ai carabinieri? “Perché non mi dissero di preciso dov’era, solo che era sotto terra. E sempre per la questione di mio papà, avevo paura di lui”.

I piani per eliminare Saman – Ma le parole che appaiono più importanti sono quelle che riguardano la premeditazione dell’eliminazione di Saman che era innamorata di un ragazzo che ora è parte civile. “Mentre facevano i piani, io stavo sulle scale ad ascoltare, non tutto ma quasi. Ho sentito una volta mio padre che parlava di ‘scavare'”. La fosse dove poi, su indicazione dello zio Danish Hasnain, sono stati trovati i resti della vittima. L’autopsia ha poi accertato che a Saman è stato spezzato il collo e secondo due detenuti che avevano ricevuto le confidenze dello zio “mentre i cugini la tenevano ferma”.

La difesa ha chiesto chi è che elaborava i piani? “Noman, papà, mamma e altri due, Danish e Ikram” ha risposto il giovane indicando i cinque familiari imputati per l’omicidio della sorella come persone presenti in questa conversazione, in camera da letto, che lui ascoltò, nei giorni prima della scomparsa: il cugino Nomanhulaq Nomanhulaq, il padre Shabbar Abbas, la madre Nazia Shaheen, lo zio Danish Hasnain e l’altro cugino Ikram Ijaz. Alla domande di dove si trovasse Saman mentre lui ascoltava queste conversazioni il teste ha risposto “Non ricordo, sono confuso”. E, dopo una lunga pausa di silenzio, ha ribadito di non ricordarsi. La riunione durò “più o meno mezz’ora“. Oltre a “scavare”, il giovane ha detto che ricorda di aver sentito anche “passare dietro alle telecamere“.

Prossima udienza il 3 novembre – Il ragazzo, che secondo i giudici dell’Assise andava indagato nelle fasi preliminari delle indagini, “allo stato non è stato iscritto nel registro degli indagati” della Procura per i minorenni di Bologna. La sua veste processuale, dopo l’ordinanza della scorsa udienza, era dunque mutata da testimone a quella di potenziale indagato in un procedimento connesso. Il provvedimento è stato inviato dalla Procura reggiana a quella per i minori, competente perché all’epoca il fratello di Saman aveva 16 anni. Prossima udienza sul femminicidio della ragazza che “voleva fare la sua vita” venerdì 3 novembre.

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