di Savino Balzano

In questo Paese ormai si dicono cose gravissime come se fossero assolutamente normali: ci stiamo abituando all’indicibile, tanto che può essere pronunciato fra i sorrisi compiacenti di certi ambienti “benpensanti”.

Ieri sera Lilli Gruber, in diretta nazionale, ha domandato al suo ospite: “Presidente Prodi, quindi lunga vita politica a Giorgia Meloni e al suo Governo? Perché lei dice che Meloni è stata brava a scegliere un ministro degli esteri ‘americano’ e uno dell’economia ‘bruxellese'”. E lui sghignazzando: “senta, vede, queste sono scelte abbastanza obbligate. Voglio dire, sennò sarebbe già caduto”.

Ho voluto riascoltare domanda e risposta più di una volta per esser certo di aver ben inteso. A rispondere così, infatti, non è stato uno qualunque, uno che si trovava a passare da quelle parti. Parliamo di Romano Prodi, due volte Presidente del Consiglio e Presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004.

Ora, a Prodi notoriamente non serviva scegliere il Ministro sbagliato per cadere: ci riusciva a prescindere con una certa facilità. Tuttavia mi domando se anche lui, da capo del Governo, abbia dovuto scegliere ministri degli esteri ‘americani’ e dell’economia ‘bruxellesi’ perché i suoi esecutivi fossero approvati. Mi domando, ancora, se da Presidente della Commissione Europea si sia trovato a vagliare la scelta di Ministri degli esteri e dell’economia italiani o di chissà quale altro paese.

È avvilente che si possano accettare con tale candore certe affermazioni, nel dibattito pubblico di questa nostra fragile Italia. Per carità, di talune dinamiche siamo purtroppo tutti piuttosto consapevoli, ma personalmente le considero storture del sistema, alterazioni nel funzionamento del gioco democratico e credo che qualsiasi italiano dovrebbe vederla in questo modo e combatterle. Ve la immaginate un’affermazione del genere nel dibattito francese? Già vedo le barricate per strada.

L’orgoglio italiano è così fiaccato da una classe politica che assume la postura tipica di un governatorato coloniale da non riuscire a indurre più alcuna reazione. La nostra è una Costituzione ormai in gran parte disattesa – con buona pace per una schiera nutrita di costituzionalisti affannati nello stiracchiarla per legittimare tutto quanto accade – mentre le nostre stesse elezioni politiche non hanno più alcun senso, alcuna ragione di esistere: un teatrino patetico che continua ad allontanare milioni e milioni di elettori dalle urne. Chiunque vinca fa lo stesso: ministri degli esteri “americani” e dell’economia ‘bruxellesi’. Persino osservatori come Augias, portati a spalla loro malgrado come veri e propri santoni, forniscono chiavi di lettura del tutto prive di qualsiasi profondità. La sera prima, dallo stesso salotto, questa la chiave di lettura fornita per spiegare le inversioni a U del Presidente del Consiglio: “La Presidente Meloni, che è una donna intelligente e ambiziosa, ha scoperto l’Europa. Finché è restata Segretaria di un piccolo partito semi-eversivo come era quello suo, non aveva la piena consapevolezza di che cosa fosse. Oggi lo sa”. Vi pare un’interpretazione adeguata a comprendere quanto da anni accade al nostro Paese?

La verità è che la nostra è una nazione commissariata: siamo privi di margini di scelta politica, stritolati dal vincolo esterno, dal pilota automatico, whatever it takes. L’innegabile realtà è che siamo esposti al ricatto della finanza, dei grossi fondi di investimento, della borsa, della Bce: basta pigiare un tasto e schizzano i tassi sui nostri titoli di debito. E non c’è maggioranza che tenga, sovranista che tenga, leader che tenga: lo abbiamo visto con Berlusconi nel 2011.

Questa è una verità che purtroppo ormai conoscono tutti, ma che ipocritamente nessuno vuole ammettere: più facile parlare della normalizzazione o della istituzionalizzazione di Giorgia Meloni come leader europea. La promozione di politico europeo (l’anno scorso l’aveva definita “la Duce” e quest’anno “Camaleonte”), che la elegge a leader più concreta d’Europa, è un’ottima notizia per i grigi vertici eurocratici, ma una pessima notizia per l’Italia: rappresenta la rassicurazione che forniamo, come Paese, sugli anni di rigore e austerità che ci attendono. Per essere promossi basta poco: piegarsi al patto di stabilità, ad esempio, o ratificare il Mes.

Complice di tutto questo teatrino però è la nostra informazione e su questo davvero non si può non dar ragione a Michele Santoro che sul punto continua a battersi: possibile che dinanzi a certe affermazioni non vi sia un sussulto da parte dell’intervistatore di turno che provi a evidenziare questa maledetta verità che nessuno vuole ammettere? Ammetterla vorrebbe dire dirlo al Paese, agli elettori, certificando definitivamente la vacuità di qualsiasi promessa fatta in campagna elettorale. Vorrebbe dire ammettere che i Governi politici non esistono più; che ci sono solo quelli tecnici, siano essi palesemente tali o fintamente politici.

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