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Il punto di non ritorno sul clima è vicino: ci serve un ‘Ecoshock’

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A proposito di Cop28. “Abbiamo una scelta. Patto di solidarietà climatica o suicidio collettivo”: sono state queste nel recente passato le parole, scolpite nella pietra dilavata della coscienza collettiva, del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Giuseppe Caporale, autore di questo Ecoshock. Come cambiare il destino dell’Italia al centro della crisi climatica (Rubbettino editore), le agita a mo’ di sveglia, di urticante memento. Perché il Titanic affonda e noi ci balliamo bellamente sopra.

Il punto di non ritorno è ormai vicino, per molti esperti è stato già superato. Alluvioni e nubifragi, trombe d’aria (anzi, inediti uragani mediterranei), grandinate e bombe d’acqua. Frane, fiumi che esondano e travolgono tutto quello che trovano davanti a sé, bolle sempre più insostenibili di calore. Terremoti, inondazioni e ghiacciai che si sciolgono. Valanghe, riscaldamento e l’innalzamento inesorabile del mare. Dissesto idrogeologico, transizione energetica al ralenti e un consumo degradante del suolo, dovuto a decenni di malagestione e cementificazione bipartisan.

Anche dalle nostre parti gli eventi estremi si moltiplicano. L’abbiamo visto in primavera in Emilia Romagna, di recente in Toscana, l’anno scorso sulla Marmolada (per Caporale, “il paziente zero”). L’Italia e il Mediterraneo stanno diventando un osservatorio privilegiato, l’hotspot delle insidie e delle speranze di contenere gli effetti più nefasti del climate change. Siamo “nell’occhio del ciclone”, per usare il titolo di un capitoletto del libro. E ce ne accorgiamo sempre più spesso, combinato disposto di una strana e perversa dialettica tra due calamità non più agli antipodi: i nubifragi e la siccità. Piove sempre meno, e quando avviene è un anticipo di Armageddon.

Lo specifico italiano si iscrive nello scenario globale del riscaldamento globale, dell’effetto serra, delle emissioni di CO2, delle sostanze climalteranti. Sullo sfondo, quell’accordo di Parigi che pare sempre di più una chimera. Riusciremo davvero a non sforare l’aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai valori preindustriali o, quantomeno, a contenerlo a 2? Nel 2022 l’aumento medio planetario è stato di 1,15 gradi. I più pessimisti arrivano a preconizzare una crescita di 5 o 6 gradi entro la fine del secolo, se non interverranno politiche drastiche. Di mitigazione del rischio, soprattutto: bisogna uscire il prima possibile dalla sottocultura dell’emergenza continua. E non bastano certo pannicelli caldi come il cosiddetto greenwashing. La rivoluzione deve partire dalle nostre teste di cittadini-consumatori.

“La realtà è che non possiamo più nasconderci, siamo obbligati a cercare soluzioni più in fretta degli altri, prigionieri come siamo della nostra condizione geografica”. E la prevenzione ha sì un costo, ma è sempre preferibile agli interventi complessivamente molto più onerosi dell’emergenza. Giuseppe Caporale adotta giustamente toni forti. È un conto alla rovescia: una corsa contro il tempo per mettere in sicurezza, si fa per dire, il nostro paese. Perché quella che affligge il nostro clima “è come una malattia autoimmune”, scrive. Ecoshock è un saggio appassionato e accorato, collettivo e personale. Un viaggio on the road denso di documenti, dossier e interviste a decine di esperti. E i proventi saranno devoluti alla Cittadella di Padre Pio, il centro oncologico pediatrico in costruzione a Drapia (Vibo Valentia).

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