Meno di due mesi al Primavera Sound di Barcellona, il festival indie-rock europeo per antonomasia che torna nel suo formato classico, quello del weekend. Dal 29 maggio al 2 giugno, come sempre, al Parc del Fòrum. Linea gialla della metropolitana, e let’s go: e chissenefrega delle due ore scarse di sonno al giorno, delle galoppate pendolari tra un palco e l’altro e da una parte all’altra della città di Gaudì. Il fine giustifica le fatiche: queste ultime passano presto e restano solo vividi ricordi, intessuti d’incanto. Benvenuti nella kermesse preferita dalla Meglio Gioventù d’Oggi e di quelle che l’hanno preceduta, non c’è scadenza anagrafica quando si parla la lingua universale, l’esperanto della passione musicale. Welcome nel luogo dove regna una sorta di fratellanza internazionale e il claim di quest’anno, programmatico, è “This is love”.

La lineup 2024 del Primavera, eterogenea e inclusiva, rispecchia come sempre la scena contemporanea, guardando indietro e in prospettiva futura. Alle solite saranno rappresentati un po’ tutti i linguaggi musicali, è da un pezzo che le chitarre elettriche hanno perso l’egemonia assoluta, non mancherà nulla dal rap al pop orientale, dai dj-set al folk celtico. Ci saranno per la prima volta star mondiali come Lana Del Rey (regina del sadcore), SZA (col suo R&B reloaded) e Mitski (cantautrice postmoderna di culto), tutte e tre headliner; il ritorno dei Pulp (coi loro inni laterali), dei Vampire Weekend (sedici anni dopo la loro unica esibizione catalana), della divina PJ Harvey e dei The National. Ecco gli eroi glocal Justice, e con loro si balla davvero, mentre nella giornata inaugurale gratuita di mercoledì 29 maggio daranno fuoco alle danze i connazionali Phoenix. Spazio al pride riot grrrl delle Bikini Kill, al nu-metal dei Deftones, all’exploitation pop di Troye Sivan, alla psichedelia dei Lemon Twigs.

E non vedo l’ora di sentire dal vivo l’umbratile Chelsea Wolfe e la straordinaria Beth Gibbons, l’altra metà dei Portishead, che sta per tornare con un disco vent’anni dopo il suo unico prodigio solista. Seduce al solo pensarci il post-rock dei Badbadnotgood e dei redivivi Duster, fari slowcore (e per uno come me, cresciuto a pane e Slint…). Impossibile, poi, marcare visita al richiamo di istituzioni alternative come Yo La Tengo, Arab Strap e Lambchop. La nostalgia dell’avvenire di A. G. Cook, la precisione cerebrale di Monolake, l’austerità sognante di Jessica Pratt, l’alterità sinuosa di Peggy Gou.

Sono 150 i nomi annunciati e qui l’eguaglianza di genere è una prassi consolidata. Il 42,36% degli artisti in cartellone è infatti composto da donne, il 42,36% uomini e il restante 15,28% vedrà protagonisti progetti misti. Un segno distintivo ormai dal 2019. La misoginia e le discriminazioni di gender nella musica live restano ancora diffuse altrove, con annessi e annosi problemi di minori opportunità e disparità retributive. Ma il festival di Barcellona, dove ogni cosa trasuda uno spirito di New Normal, fa eccezione. Ed è un valore aggiunto meraviglioso. Hasta la victoria (morale) del Primavera Sound, siempre.

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